L'archivio
delle mostre d'arte contemporanea organizzate
da Palladio
1997 / 2004
L'Associazione
ha organizzato dal 1997 una serie di mosre d'arte
contemporanea all'interno dello spazio espositivo
della Galleria Palladio, dedicate a pittori, scultori
e fotografi.
Valerio
Bispuri, romano, in questa città si laurea
in Lettere dove ancora vive e lavora. Fotografo
per passione, ha iniziato ad esporre le sue fotografie
dal 1995. Lavora come giornalista all'Unità,
l'Espresso, Diario e Avvenimenti. Valerio Bispuri
a Roma. Ha esposto a Roma in alcune gallerie tra
cui, nel 1998 alla galleria "Palladio".
Sue fotografie sono state pubblicate sull'Espresso,
Avvenimenti ed Elliot.
breve
nota critica
E'
nella sicurezza dei volti, nella fermezza dello
sguardo, nell'affascinante entrare ed uscire dalla
porta di una realtà lontana, che le fotografie
di Valerio Bispuri devono essere lette. Troppo spesso
accade, o per volontà dell'autore o per un
"nostro" inconsapevole bisogno, che uno
scatto ci racconti di una realtà deformata
e non corrispondente al vero, facendo azione più
sul nostro pensiero che sull'autentico e originale
significato. E quella manifestazione esteriore,
così tipica dei bambini, spontanea e non
sempre facile, viene così equivocata, alienando
l'idea come l'emozione. Con tatto e sensibilità,
calandosi nei panni di un bambino, tornando bambino
ed entrando in quel delicato mondo, Valerio Bispuri
riesce a "raccontare non raccontando".
Con pulizia ed eleganza lascia che sia il soggetto
ad essere, non rubando ma quasi chiedendo, non con
l'animo intriso di necessità o richieste
ma con una consapevole coscienza di chi sa che è
stato bambino. Valerio Bispuri, in questa mostra,
riesce a non turbare quel delicato equilibrio fatto
di sguardi, volti e situazioni, che sono alla base
del suo interessante lavoro. Giuseppe Ametrano
Esistono
vari modi di costruire un racconto. Valerio ha costruito
il suo, viaggiando e catturando attimi e realtà
diverse, tra loro, nello spazio, lontane. Mosca,
Gerusalemme, Tobago, Erice, Santiago rappresentano,
per tanti distratti, l'estetico richiamo di un moderno
Grand Tour. Valerio ha legato con un sottile ed
invisibile filo questi mondi. Con occhio sensibile
li ha indagati; con intelligente distrazione li
ha fermati; con lucido realismo ha costruito il
suo racconto. Le sue fotografie sono le piccole
storie di questa narrazione, il cui filo conduttore
è l'incontro quasi ineluttabile con lo scorrere
del tempo. Il tempo del gioco, il tempo dell'incontro,
il tempo della solitudine, il tempo dell'attesa:
la mostra percorre gli spazi, li pone in rapporto
dialettico, cancella le loro differenze ed annulla
le distanze. Con occhio critico, consapevole, mai
retorico, Valerio ha appuntato nel suo personalissimo
taccuino di viaggio emozioni, episodi, brani di
esistenze; ha colto con spirito profondo il "ciclo
della vita", dicendo che tale ciclo non ha
tempo, non ha spazio. Sia che offra ritratti di
ragazzi cilieni, dove la forza espressiva dell'immagine
si coniuga felicemente con la sicurezza dell'uso
dell'apparecchio fotografico; sia che si soffermi
sui volti di stanchi vecchi siciliani; o che si
perda tra la folla di una decadente piazza moscovita. Consuelo Lollobrigida
L'autore scrive .......
Ho sempre pensato che la vera immagine dell'uomo
fosse in un volto, in un gesto. Credo che c'è
un istante in cui dalle espressioni nascoste si
intraveda qualcosa che si avvicina alla verità,
forse perché sono gli unici momenti senza
tempo.
Mi piace avere la sensazione di catturare il tempo,
di fermarlo e chiuderlo in uno spazio, il mio spazio.
La fotografia è un entrare ed un uscire dalla
realtà. Così, camminando nelle favelas
cilene, nei sobborghi di Orano in Algeria, nelle
strade di Gerusalemme, lungo il Nilo, nei vicoli
di Cuba, nelle piazze di Mosca o nei paesini della
Sicilia, ho cercato momenti e situazioni in cui
potessi perdermi e osservare. Ho sempre creduto
che nella consapevolezza che la vita è un
ciclo, stia la vera libertà.
con
il patrocinio del Comune di Roma, Assessorato
alle Politiche Culturali
Mariangela
Capuano - pittrice, scenografa, arredatrice - è
nata a Roma. Vive e opera a Roma. Studi: Liceo Artistico,
Accademia di Belle Arti, Architettura. Attività:
Grafica e Illustrazione per ragazzi in giornali
e libri (Corriere dei Piccoli, Vitt, Unità,
Paese Sera e per edizioni f.lli Campi, D'Anna, Rizzoli);
dal 1970 lavora come scenografa di teatro con Enrico
Job, Luca Ronconi (per il quale ha diretto la sezione
di scenotecnica del Laboratorio di Prato dal 1974
al 1977 e collaborato con Gae Aulenti a LE BACCANTI,
CALDERON, di P.P.Pasolini, LA TORRE di H. von Hofmannsthal),
Massimo Luconi, Lisi Natoli,Rosalia Polizzi, Pino
Quartullo, Riccardo Reim. Dallo stesso 1970 affianca
al teatro il cinema, sia nel circuito di sala che
in quello televisivo, con i registi, tra gli altri,
Daniele Costantini, Roberto Giannarelli, Livia Gianpalmo,
Simona Izzo, Luca Manfredi, Pino Quartullo, Stefano
Reali, Giancarlo Scarchilli, Massimo Spano, Ricky
Tognazzi. Dal 1994 cura inoltre la Scenografia e
l'Immagine di Conventions e Meetings della Industria
Farmaceutica Pfizer a Barcellona, Ginevra, Ischia,
Los Angeles, Nizza, Roma, Taormina,Vienna.
Mariangela Capuano dipinge fin dall'adolescenza.
Suo primo maestro, il pittore fiorentino Sirio Salimbeni
la iniziò alla tecnica dell'olio poi, a Roma,
è allieva di Mino Maccari e Luigi Montanarini.
Partita da esperienze figurative (nature morte,
paesaggi e soprattutto ritratti), la Capuano ha
attraversato brevemente la stagione Informale, esponendo
in mostre collettive, tra cui le Quadriennali romane.
E' seguito un periodo dedicato in particolare alla
grafica (disegno e incisione). Dalla fine degli
anni Ottanta si è nuovamente accostata alla
pittura, alternando l'olio ai colori acrilici, usati
questi ultimi nelle opere della personale realizzata
nel novembre 1999 alla galleria Palladio di Roma.
Breve Nota Critica
Mariangela,
perché i pavimenti? E' una abitudine visiva.
Comincio a guardare le persone dai piedi, anche
se disegno una figura spesso inizio dai piedi. Ma
c'è un altro motivo, di occasione. Era il
1993. Incombeva su di noi la minaccia di sfratto.
Non è facile uscire dalla casa dove si è
nati. Dovevo portarmene via un pezzo che me la ricordasse.
Il suolo è la cosa che un bambino ha più
vicino, poi questo contatto si allenta. Io volli
recuperarlo, dipingendolo. Ho esteso il discorso
dalla casa al mio quartiere, l'Esquilino, di cui
conosco ogni pietra: il pavimento di Santa Maria
Maggiore, dove sentivo la Messa di Natale, i marciapiedi
delle strade. Alcuni non ci sono più, quello
di via Farini l'hanno levato da poco. I pavimenti
portano impressa la mia vita. Nel quadro Colle Oppio:
racconto di guerra il soggetto è legato a
un episodio di quegli anni, che seppi da mia madre.
Insomma il mio tema preferito vale per me come pagine
di diario, fotografie di famiglia. Un soggetto molto
originale il tuo, che raccoglie la memoria personale
e la memoria storica: Mariangela ragazzina e poi
adulta nella Roma com'era, la Roma Sparita di fine
Millennio. Eppure, il titolo Rapporto 1 a 1 sembra
così freddo! I sentimenti non devono essere
subito evidenti. Esiste il pudore dei sentimenti
e poi intendevo garantire il nesso di fedeltà
con il reale. Rapporto 1 a 1 significa che un oggetto
è riprodotto grande al vero, una sorta di
carta d'identità, con i suoi dati nudi e
crudi. Ma dietro i dati c'è un essere umano.
I materiali che ritraggo sono poveri: marmette di
graniglia, sampietrini, lastre di cemento, ciottoli.
E' come se si trasformassero, se si animassero:
a dar loro vita sono le tante, le infinite persone
che li hanno calpestati, che li hanno levigati con
i loro passi, passi di gioia e di pena.
Sei per la microstoria e per il minimalismo? Sì.
Minimalismo, ma credo anche la Pop Art. La Pop Art
è stata molto importante per la mia formazione.
D'altra parte, il gesto pittorico di prendere un
oggetto per solito negletto, riprodurlo e appenderlo
a una parete, quindi vederlo con altri occhi e sollecitare
o se vuoi costringere il pubblico a riconsiderare
quello stesso oggetto, spingendolo a guardarlo anche
lui con occhi diversi, non credi sia già
Pop Art? Tuttavia, ho pensato per primo a Magritte.
Ma un artista ha numerosi amori. Restando ai moderni,
ho studiato Cézanne, Manet e Klee molto a
lungo.
Entriamo nella composizione e nella tecnica: risalta
la grande pulizia formale e grafica. Per cominciare,
il tuo lavoro di scenografa ha contato?
A me sembra di no, perlomeno in maniera diretta.
Mi chiedevi della composizione. Discorso lungo!
Provo a schematizzare. Posso dipingere un pavimento
così com'è, senza intervenire, e la
composizione in questo caso si identifica, è,
il vissuto del pavimento: le sue crepe, il colore
che il tempo stempera, il materiale che si disfa.
Oppure, mi piace muovere la superficie con oggetti
dimenticati o scartati. Inserisco dei fiori, un
pallone, una bambola, una catena così come
li ricordo: il quadro si avvicina al genere della
natura morta.
Una natura morta con variazioni, in sé crepuscolare
come Giorgio Morandi?
Forse. Ma voglio spiegare un altro modo di comporre:
sollevo una mattonella e scopro cosa c'è
sotto. Si corrono rischi. Capita di trovare...coriandoli,
mi è successo rimuovendo il pavimento di
casa. Ma possibile destare qualcosa che appartiene
alle proprie fantasie e ai propri sogni o che dà
corpo agli incubi.
Rapporto 1 a 1 è una rivendicazione di realismo.
Ma il realismo conduce sempre a una verità
altra, a un mondo visitato dal mistero e abitato
dai simboli. Sei tu a dirlo. Paola Frandini
Eva
Shunk nasce in Baviera nel 1950. Fino alla metà
degli anni Settanta vive a Monaco, ultimando nella
città tedesca i suoi studi nel campo dell'arte
e della moda. Nel 1976 si trasferisce a Roma, dove,
alcuni anni dopo, inizia la sua esperienza artistica.
Nella prima metà degli anni Novanta frequenta
l'atelier di pittura del maestro Jagnocco. Dal 1994
ha esposto le sue opere in personali e collettive
a Trieste, Cortemaggiore, San Remo, Avellino, Roma,
Tarquinia, e in Germania, a Fussen e Gilching.
breve
nota critica
Eva
Shunk offre in questo suo percorso una chiave per
indagare la realtà lucida laica lontana da
ogni forma di accademismo o finto intellettualismo.
I personaggi-manichini che animano le tele dell'artista
raccontano il vario inventario di emozioni e stati
d'animo dall'afflato universale, mai particolaristico
o parziale. Ogni tela è una storia in sé
compiuita, finita; essa ha un inizio, uno sviluppo
ed una fine. Eva gioca con i suoi manichini come
se fossero degli ingranaggi di un sistema preordinato
e predefinito, dove ognuno trova il suo posto non
per libera scelta ma per ineluttabile e beffardo
gioco del Destino. I suoi anonimi protagonisti,
le sue pennallate brevi veloci corpose, i suoi colori
inqiueti calibrano pagina dopo pagina un "racconto
della vita" il cui delicato equilibrio si definisce
in pochi essenziali piani ed in una semplice scelta
cromatica di base. Questi gli strumenti usati da
Eva per cercare e per individuare la sua personalissima
idea di spazio. Uno spazio che esiste all'interno
di una dimensione a-temporale dove le immagini-manichini
trovano giustificazione "altra" dalla
loro esistenza di soggetti strutturanti la composizione.
Lo spazio studiato e percepito da Eva è uno
spazio che trova il suo codice genetico nelle complesse
vicende dell'arte di questo secolo. Questa ultima
produzione dell'artista sembra infatti nutrirsi
alle fonti delle avanguardie storiche, cui i vaghi
accenni al mondo metafisico di de Chirico o alle
aggressive tavolozze care agli espressionisti costutiscono
il suo primo punto di riferimento. Ma in queste
tele entrano in gioco vicende più complicate
del mero richiamo all'arte di decenni passati. Entra
in gioco la concezione stessa del fare artistico
in questo ultimo spiraglio di secolo che si interroga
sul ruolo e sulla funzione dell'arte: non più
mimesi della realtà, non più surrogato
di un'Idea; ma forse sintesi di Realtà e
di Idea non subordinata a categorie fisse ed immobili
ma fluente ed indagante il complesso ordine di cose
che questa fine millennio lascia in eredità.
La reiterazione delle immagini/manichini - reiterazione
del disegno e del colore - si deve allora leggere
come una eco martellante, un voler sottolineare
con fermezza l'intensità del messaggio che
trova quindi forza ed essenza proprio nella stessa
ripetizione del modulo/manichino. Nella nostra realtà
di immagini persistenti veloci stereotipate, Eva
ha creato un suo mondo di "manichini modulari"
con i quali tesse la tela di una realtà emozionale
che trova in dipinti come Il Sacrificio o La Solitudine
una delle massime e più compiute espressioni
del suo fare artistico. Consuelo Lollobrigida
Angelo
Ceci nasce nel 1950 a Zagarolo. Già dall'infanzia
inizia a giocare componendo insieme lame, pezzi
di legno, utensili e vecchi oggetti. La sua attitudine
alla composizione artistica lo porta nel tempo a
dedicarsi concretamente all'arte, esponendo le proprie
opere a Roma e in Italia
breve
nota critica
.......
Ho conosciuto Angelo Ceci e ho più volte
visitato il suo studio nell'assoluta quiete di Gallicano.
La semplicità del suo contesto comunicativo
è frutto di un processo "estrospettivo",
in cui la figurazione spaziale muove da lunghi momenti
di riflessione. L'atto del concepimento, della gestazione
e della nascita della opera è per Angelo
la rappresentazione di una realtà universale,
perché le sue opere testimoniano che è
ancora possibile parlare un linguaggio universale.
Attraverso un comune senso di dissacrante complicità,
di accusa e di sberleffo ci parla anche del nostro
tempo, dell'uomo, del consumo, degli angoli dimenticati,
della velocità, dello spazio, della pura
forma, della tradizione. "La tradizione non
è un patrimonio che si può tranquillamente
ereditare; chi vuole impossessarsene deve conquistarla
con grande fatica". Seguendo il pensiero di
Thomas S. Elliot, Angelo Ceci conquista la tradizione
e più in generale entra in ogni decennio
del XX secolo, producendo elementi antropomorfi
dai precisi e sintetici connotati, in cui la forma
evade dalla sua rigida identità, aprendola
verso l'infinito. Il legno e il ferro quali documenti
di liberazione, perché entrambi dalle enormi
capacità spaziali, ritrovate da Angelo in
armonie formali che parlano lingue del nostro secolo.
Quindi disegnare, assemblare, modellare, intagliare,
per poi appropriarsi dello spazio in un linguaggio
universale, in grado di ricucire lo strappo. Angelo
Ceci, il "ricercatore di quiete", ci regala,
negli ultimi anni del XX secolo, attimi importanti
di riflessione e di ricongiungimento con il nostro
tempo. Giuseppe Ametrano
con
il patrocinio del Comune di Roma, Assessorato
alle Politiche Culturali
Maria
Orioli nasce a Pola. Dopo aver vissuto a Venezia,
si trasferisce da giovane a Roma, dove attualmente
vive e lavora. Dopo essersi laureata in lettere
e aver dedicato buona parte della sua vita all'insegnamento,
ha nel tempo sempre più approfondito la sua
vera passione: la fotografia. Nel 1963/64 ha collaborato
a "IL MONDO" di Mario Pannunzio. Da quasi
40 anni espone i suoi lavori in tutta Italia., tra
cui si segnalano nel 1963 "Periferia Romana"
alla Biblioteca Comunale di Milano; nel 1980-85-88
"Paesaggi" al "Fotogramma" di
Roma e nel 1991 allo Studio Casile di Milano; nel
1995 "Francia-frammenti visivi" alla galleria
"Yanika" di Roma; nel 1998 "Immobilità
e silenzio" alla galleria "Palladio"
di Roma. Hanno scritto di lei Giuseppe Turroni,
Luigi paolo Finizio, Gabriella Leto, Udo Steigner,
Renato Casarotto, Vincenzo Fazio.
breve
nota critica
La
fotografia è un attimo rubato al tempo. Fermato
per sempre sulla carta, il tempo, imbrigliato nel
suo scorrere, ci racconta le cose al momento dello
scatto. Quell'attimo, ormai scorso, si è
fermato sulla carta, e ci racconta di un passato,
vicino o remoto, che, ora e domani, torna a scorrere
e passare. Una statua, scultura o monumento, è
un attimo in tre dimensioni, più lo spazio
che la avvolge. E' un qualcosa di assolutamente
immobile e silenzioso.
Eppure, nel suo assoluto, torna ad essere così
presente da far parlare di sè anche lo spazio
che lo circonda. Dinamismo o staticità. Azione
o immobilità. Silenzio o note.
Una statua, ferma sul suo piedistallo, non si muove,
è ferma ed immobile, per sempre.
Può però accadere che, come in questi
giorni accade, il tempo, nel suo scorrere si sia
fermato a dialogare con le statue. Come a teatro,
come in un museo, come in una vetrina. Quell'attimo
per sempre immobile, scrutato ed indagato nella
sua assolutezza, viene delicatamente scosso, come
una clessidra ruotata, lasciandosi penetrare e nuovamente
definire, senza perdere quell'equilibrio assoluto.
Maria Orioli è l'artefice discreta di questo
silenzioso dialogo, di questo elegante bisbiglio
che accarezza le sue fotografie.
Giuseppe Ametrano
... La Orioli in queste imlmagini fatte di musica
ci parla a bassa voce. Ci fa immergere nell'oblio
d'immensi spazi nevosi senza chiassosità
o prepotenti rumori. Grandi fotografi, dagli Alinari
ai Brogi ai fratelli d'Alessandri, si sono cimentati
nell'interpretare, tra documentazione e realizzazione
artistica, la scultura. Maria Orioli coglie e ferma
lo sguardo: le statue riprendono forma nello spazio,
fondendosi e creando immagine nell'immagine. Più
che in costruzioni visive in costruzioni di atmosfere,
Maria afferra nella pietra, addomesticata e divinizzata
dall'uomo, un rapporto tra vita, materia e ambiente.
Quindi una lettura dell'arte non avulsa, ma in diretto
rapporto luogomemoria. Eleganza, forza, limpida
melanconia nello sguardo al difficile soggetto della
staticità, è quello che ci sussurra
Maria Orioli nelle sue fotografie.
con
il patrocinio del Comune di Roma, Assessorato
alle Politiche Culturali
Gastone
Bai è nato e risiede a Sarteano, in provincia
di Siena dove lavora nel suo studio nelle colline
della Val d'Orcia. In un primo tempo si è
dedicato all'insegnamento, quindi, oltre trent'anni
fa è passato a tempo pieno alla realizzazione
di sculture, ceramiche, disegni, oli. Ha creato
opere appositamente studiate per spazi pubblici
ed ha ottenuto ambiti premi e riconoscimenti nel
corso delle numerose esposizioni cui ha partecipato
in Italia e all'estero. I suoi lavori, ormai largamente
noti e apprezzati, si trovano in varie città
europee tra cui Milano, Zurigo, Francoforte, Friburgo,
Amsterdam.
breve
nota critica
Questa
immagine mirabile di Walter Benjiamin contenuta
in uno degli aforismi delle Tesi sulla filosofia
della storia evoca un angelo atterrito, l'angelo
della storia. C'è un quadro di Klee che si
intitola Angelus Novus.
Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi
da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi
spalancati, la bocca aperta, le ali distese.
L'angelo della storia deve avere questo aspetto.
Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una
catena di eventi, egli vede una sola catastrofe,
che accumula senza trague rovine su rovine e le
rovescia ai piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi,
destare i morti e ricomporre l'infranto. Ma una
tempesta spira al paradiso, che si è impigliata
sulle sue ali, ed è così forte che
egli non può più chiuderle. Questa
tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro,
a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine
sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamano
il progresso, è questa tempesta.
Difficile pensare un'immagine più potentemente
capace di demistificare l'idolo tronfio e vano del
progresso coltivato ancora dall'ottuso ottimismo
tecnologico. Quando gliela proposi,, più
di dieci anni fa, in un momento decisivo del suo
itinerario, l'immagine piacque a Gastone che subito
si procurò il disegno di Klee. Ne trasse
una interpretazione un poco diversa da quella benjaminiana.
Intanto il suo angelo vorrebbe andare avanti, fuggire
dall'orrore, ma è la tempesta che ne trattiene
il volo. Poi non ha nulla di meccanico: è
umanizzato, persino bello. Contro il progresso devastante,
Bai involò angeli colorati, sospesi nello
spazio, talvolta non solitari, stizzati in sagome
quasi femminili>. Il tema del progresso come
progressione infernale del potere di distruzione
della civiltà informerà altri soggetti
della sua galleria, dal cipresso, simbolo di un
mondo contadino che va scomparendo ai fossili scheletriti,
dai monoliti a certi paesaggi lunari o con grattacieli
disumanizzati, dai tralicci dell'elettricità
che segnano la fine di un naturale incanto alle
sagome cupe di testimoni attoniti o inconsapevoli
di una catastrofe.
con
il patrocinio del Comune di Roma, Assessorato
alle Politiche Culturali
Elio
Rizzo è nato a Paola (CS) nel 1942.
Ha studiato all'istituto statale d'arte di Roma.
La sua lunga carriera espositiva tra mostre personali
e collettive, inizia nel 1963 alla G.N.A.M. di Roma
e prosegue ininterrottamente per quasi trent'anni
esponendo in Italia a Roma, Trieste, Assisi, Messina,
Foggia, Caltagirone, Torino, Recanati, Perugia,
Pescara, Ancona, Sulmona, e all'estero in Francia,
Arles e in Egitto, Cairo. La sua carriera è
intrisa di premi e riconoscimenti di elevato valore.
Ad una sua mostra, "Arborea", organizzata
a Palermo nel 1996 all'Orto Botanico dell'Università
degli Studi di Palermo nel 1996, è intitolato
un padiglione espositivo dell'Università
siciliana. Elio Rizzo vive e lavora a Roma.
breve
nota critica
Elio
Rizzo è un raffinato cultore della tecnica
della tempera ad uovo su tavola, che vuol dire faticosa
e puntigliosa preparazione ed esecuzione di ogni
singolo pezzo, come un pittore del Quattrocento:
e certo per Rizzo, la meditazione su Piero della
Francesca è stata fondamentale ma egli, ovviamente,
non si è fermato qui. Ha studiato anche de'
Chirico e Boccioni, la pittura metafisica e quella
futurista, per arrivare ad un'arte in cui l'elemento
della luce è l'elemento fondamentale, ed
in cui è alfine ricomparsa, appena percettibile
e come uscita dalle nebbie del mattino, la figura
umana.
La pittura di Rizzo è dunque attualissima,
sia nelle forme e sia nei contenuti, eppure assai
radicata nella tradizione classica. Ha una solarità
mediterranea unita ad una vena di misticismo orientale:
è come una musica per balletto di Prokovieff. Sergio Rossi
Complesso
Monumentale di S. Ivo alla Sapienza. Archivio
di Stato di Roma
con
il patrocinio del Ministero per i Beni e le
Attività Culturali, Comune di Roma, Assessorato
alle Politiche Culturali, Ambasciata di Spagna
in Italia
Angel
Orensanz, spagnolo di nascita ma francese di formazione,
vive e lavora prevalentemente a New York, da dove
elabora e dà vita a progetti artistici che
esporta in diversi Paesi servendosi di forme e materiali
diversi. Educatosi all'Ecole National des Beaux
Arts di Parigi tra il 1964 e il 1968, Orensanz ha
iniziato la sua carriera espositiva alla fine degli
anni '60. Dagli anni '90 la sua produzione e creatività
si sono prevalentemente concentrate e sviluppate
come grido di protesta contro la guerra e come monito
e anelito alla pace. Nel 1999 Orensanz ha elaborato
un progetto, chiamato The Shattered Tent, a lunga
scadenza che lo ha visto impegnato nella realizzazione
di sculture, pitture e performances. Il lavoro,
nato dalla volontà di Orensanz di protestare
contro la dislocazione delle mine e i conseguenti
bombardamenti in Kosovo, ha avuto inizio a Strasburgo,
di fronte al Parlamento Europeo, ed è stato
successivamente portato a Ginevra, Bruxelles e davanti
al quartier generale delle Nazioni Unite a New York.
Nel dicembre dello stesso anno è stato invitato
a partecipare alla Biennale di Arte Contemporanea
di Firenze, dove, oltre ad installazioni in bronzo
nel padiglione principale, ha trasformato un autobus
di linea in una scultura pubblica per protestare
contro l'occupazione di Grozny da parte dell'esercito
russo. A Firenze l'opera di Orensanz è subito
divenuta la protagonista dell'intera manifestazione
e tanto gli altri artisti che i critici ed i giornali
hanno soprannominato la sua installazione Il bus
della pace. Per questo suo contributo artistico
Angel Orensanz è stato insignito dalla città
di Firenze del premio "Lorenzo il Magnifico".
L'artista ha realizzato negli ultimi venti anni
installazioni in scultura nelle più importanti
piazze o parchi del mondo: in Holland Park a Londra;
nel Roppongi Park a Tokyo; nella Piazza Rossa a
Mosca; lungo le sponde del fiume Oder-Nasse in Germania
e nei Pirenei nella Spagna del Nord. Alcune sue
opere sono state esposte al Musèe de Luxemburg
a Parigi; al Hara Museum di Tokyo; all'Alte Museum
di Berlino, e alla sezione cinematografica di Arte
Moderna di New York, e, in occasione della II Settimana
della Cultura promossa dal Ministero per i Beni
e le Attività Culturali, ha esposto contemporaneamente
al complesso monumentale di Sant'Ivo alla Sapienza
in Roma e alla galleria Palladio. Le sue opere hanno
inaugurato la I Rassegna Internazionale d'Arte Contemporanea
al Castello Farnese di Fabrica di Roma (VT).Angel
Orensanz si è fatto promotore della tutela
e conservazione della più vecchia sinagoga
di Manhattan a New York e grazie al suo impegno
ed alla sua tenacia ne ha evitato la demolizione.
L'opera di recupero del vecchio edificio è
stata accompagnata dalla trasformazione del luogo
di culto in uno dei centri artistici più
stimolanti e creativi degli Stati Uniti. Mostre,
concerti, convegni, dibattiti, festival di danza
sono regolarmente ospitati nella Angel Orensanz
Foundation che annovera tra i suoi interlocutori
personaggi della cultura e dell’arte di prestigio
e di calibro internazionale. Una delle ultime manifestazioni
culturali organizzate dalla Fondazione ha visto
la presenza dei concertisti Salomone Rossi, Biagio
Marini e Giovanni Battista Buonamente e l'allestimento
di una mostra dedicata a giovani fotografi italiani.
breve
nota critica
......
Tale è il caso di Angel Orensanz, aragonese
di nascita ma cosmopolita di formazione, che ha
saputo, ascoltando la sua sensibilità, rielaborare
e dare forma alle tante realtà che quotidianamente
il suo nevrotico e affannato peregrinare per il
mondo gli suggerisce. Enorme è la produzione
dell'artista nei suoi trenta anni di attività;
vario il repertorio di immagini, temi e soggetti
che affrontano il conflittuale eterno rapporto tra
l'Essere e l'Esistere. Poter quindi confrontare
per la prima volta l'opera di Orensanz nel suo complesso
iter creativo, grazie a strumenti e mezzi atti a
comprenderne il percorso ideativo, che si rivela
mai estemporaneo e fugace, è anche scopo
di questa mostra. I disegni, gli schizzi e le gouaches
dimostrano infatti come le sue creazioni in bronzo
rappresentano il risultato finale di una lunga ed
intensa ricerca, che attraverso una profonda analisi
e reilaborazione personale affronta ed approfondisce
delicati equilibri, rapporti e valori del mondo
attuale. La capacità di Orensanz di esplicitare
in sottili filiformi sculture le forti emozioni
che toccano la sua corda creativa, lo ha condotto
alla elaborazione di una "foresta" bronzea
che, per permetterne una doverosa leggibilità,
è stata divisa tra il complesso borrominiano
di Sant'Ivo alla Sapienza e la galleria Palladio,
dove è stato esposto il suo cospicuo corpus
grafico. Più di quattrocentomila perone hanno
visitato il centro nei circa dieci anni di attività.
con
il patrocinio del Comune di Roma, Assessorato
alle Politiche Culturali
Laura
Carmina Bardanzellu, nata a Roma dove tuttora vive
e lavora, inizia la sua attività artistica
in maniera istintiva; successivamente frequenta
i corsi di Disegno e Pittura all’Accademia
d’Arte di Firenze anche se sarà sempre
l’istinto a portarla a dipingere l’intangibile
che c’è in ogni immagine che l’affascina,
sia un volto che un paesaggio… in una sintesi
che diviene idea, emotiva interpretazione del reale.
I colori, molto diluiti, scorrono leggeri sulle
sue tele e creano immagini evanescenti, libere dagli
intellettualistici schemi del disegno; e, nel veloce
rincorrersi sulla accurata preparazione, immediatamente
si interrompono per far traspirare il bianco che
dona luce e profondità all’intera composizione.
Pur nell’essenzialità della linea –
che va facendosi sempre più astratta e concettuale
– la pittura di Laura è una pittura
visionaria fatta di ricordi dove il dinamico movimento
del pennello veloce segna il profilo di un antico
obelisco, e il mistero è avvolto nel vento
che piega gli alberi della Gallura e gonfia le vele
in partenza per un lungo viaggio…
Complesso
Monumentale della Chiesa di Santa Rita in
Roma
con
il patrocinio del Comune di Roma, Assessorato
alle Politiche Culturali
Carlo
Venafra è nato ad Alessandria d'Egitto nel
1937. Ha modo di conoscere il prof. Salvatore Vendittelli
nel 1963 che lo indirizza verso una profonda maturazione
artistica. Recensito da critici e giornalisti di
chiara fama, ha allestito dal 1965 fino al 1998,
anno della sue prematura scomparsa, mostre ed esposizioni
personali in gallerie e spazi espositivi a Roma,
Porto Recanati, Milano, ma anche in prestigiosi
palazzi storici istituzionali in Italia quali il
Palazzo Borghese, il Palazzo Nari e l'Accademia
di Spagna a Roma, al festival dei Due Mondi di Spoleto,
al Castello dei Templari di Pavia; all'estero, ha
esposto a Londra, a Bombay, a Johannesburg, a Mogadiscio,
a Cipro, a Baghdad. Presente nei più importanti
cataloghi d'arte, al suo lavoro è stato dedicato
spazio su TV, quotidiani e riviste specializzate.
Suoi dipinti figurano in collezioni pubbliche e
private di tutto il mondo. Nel corso della sua lunga
carriera notevoli sono stati i riconoscimenti e
i premi assegnatoli.
Hanno scritto di lui: Michele Simonetti, Nissim
Ezechiel, Patrizia Rosato, Salvatore Vendittelli,
Mario De Candia, Stefano Sambiase, Alberto Falco,
Mirella Violi, Leonardo Zonno, Nicolina Bianchi,
Santino Spartà, Duccio Travaglia.
breve
nota critica
I
tagli diagonali che invitano l'occhio ad entrare
in profondità il dinamismo gestuale e l'azione
violenta, distruttrice, della grassa pennellata
del Venafra, sono referenti temporali che si pietrificano
sulla superficie. L'autore nega, con pennellate
incrociate o con velature che smorzano e spengono
l'ardore irruento del colore, ogni illusione spaziale.
La bidimensionalità, qualità primaria
della sua pittura, si fa fascino ambiguo. La contraddizione
apparente che Venafra sintetizza nei due modi del
suo fare pittorico "statico-dinamico"
è la stessa ambiguità fondamentale
della "coerenza moderna". Salvatore Vendittelli
La creatività originale e fantastica di Carlo
Venafra si esprime attraverso un cromatismo caldo
e palpitante di forte personalità estetica.
I suoi colori hanno la dolce voce della poesia.
Cantano nel silenzio degli occhi, sempre aperti
sulla maestosità del Creato un deserto incantato,
nell'immenso dell'immensità. Mara Ferloni
Decisamente la pittura di Carlo Venafra è
di immediata fruizione e di facile lettura. Il suo
è un linguaggio piano e squisitamente equilibrato
che non ha bisogno di decodificazioni, né
di mediazioni critiche. Le sue pennellate decise
ed agili, la sua tavolozza densa e pastosa, trasmettono
alla tela un senso di dinamicità e allo stesso
tempo, di immobilità contemplativa, che proietta
la composizione in un clima di instabile appagamento,
ma ancor più di attesa. Sembra che Venafra
fermi l'immagine in un attimo prima che esploda.
I suoi paesaggi, pieni di luce solare, orientale,
carichi di mistero, vivono sempre come una serena
calma interiore. Giuseppe Giannantonio
con
il patrocinio dell'Ambasciata di Finlandia presso
la S.S., Comune di Roma, Assessorato alle Politiche
Culturali
Lauri
Laine è nato a Helsinki nel 1946. Dopo aver
studiato qualche anno architettura si è diplomato
all'Accademia di Belle Arti di Helsinki nel 1979.
La sua prima esposizione personale si tiene a Helsinki
nel 1981.
Oggi vive a Helsinki ma dagli ottanta in poi soggiorna
e lavora spesso a Roma.
Breve
Nota Critica
Lauri Laine è una rara avis tra i pittori
finlandesi di oggi. Le sue opere sono il risultato
di una lunga e profonda ricerca della pittura italiana.
La sua pittura è un'analisi architettonica
e pittorica di un lungo "viaggio in Italia"
iniziato negli anni ´70 quando - come studente
di architettura e poi come giovane pittore - venne
per la prima volta in Italia.
Le opere in questa esposizione romana mostrano una
ricerca sulla pittura del Quattrocento con una particolare
- e per Laine nuova - attenzione alle forme architettoniche
delle basiliche romane. L'arte di Laine - piena
di riferimenti e dettagli storici - non è
facile da percepire ma la ricchezza del suo linguaggio
pittorico premia alla fine uno spettatore attento. Simo Örmä
Questa
seconda personale dell'artista toscano nella galleria
Palladio di Roma intende esporre al pubblico la
recente produzione artistica del Maestro. Dallo
studio di Castiglioncello sul Trinoro in Val d'Orcia
sono usciti olii, guaches e disegni, improntati
su una ricerca a cavallo tra figurativismo e astrazione,
tra segno e colore, frutto degli ultimi periodi
di meditazione e concentrazione che hanno cambiato,
in un appassionato processo evolutivo, il linguaggio
artistico di Gastone Bai, artista famoso in Europa,
tra i più importanti ceramisti italiani.
Angiola (Giola) Gandini si presenta per la prima
volta al giudizio della critica e del pubblico nel
1929, esibendo alla 20° Collettiva della fondazione
Bevilacqua La Masa presso il Palazzo delle Esposizioni
al Lido di Venezia, dal 10 luglio al 15 settembre,
un Bozzetto e una Natura morta: aveva appena compiuto
i ventitre anni e solo altri dodici gliene resteranno
da vivere. Non li dissiperà se, congedandosi
dal mondo, lascerà un patrimonio pittorico
(giunto in gran parte a noi grazie alla cura dei
Famigliari; pochissime le cose conservate da istituzioni
museali o da private raccolte) che, oggi, dalla
prospettiva imparziale e irreprensibile offerta
dalla distanza temporale, possiamo riconoscere come
una delle testimonianze più originali e singolari
della cultura figurativa al femminile della prima
metà dello scorso secolo.
Non
aveva, Giola, dietro le spalle al suo debutto, un
curriculum di studi accademici: giunta per tempo
a Venezia dalla natía Parma, si era insediata
in una bella casa presso San Geremia, e alla pittura
s era applicata rispondendo all urgere di un intima
e profonda vocazione elettiva; Bruno Saetti ne aveva
riconosciuto il naturale talento e l aveva esortata
ad insistere, impartendole qualche lezione e suggerendole
di frequentare la Scuola libera del nudo. La poliomielite,
che l aveva ghermita bambina, ne condizionava pesantemente,
limitandola, la mobilità, e Giola trascorreva
le giornate davanti al cavalletto, instancabile
(se ne staccava per rilassarsi al pianoforte, che
suonava benissimo), nel suo studio ricorda Rodolfo
Pallucchini in commosse e penetranti pagine dedicate
alla pittrice all indomani della sua scomparsa illuminato
da quella luce calda riverberata dal Canal Grande,
[ &] chiarore del cielo persistente dietro a
rettangoli neri di finestroni alti immensi , e che
è, proprio e solo, delle radiose giornate
di Venezia che, precisamente nell estate in cui
la Gandini esordiva al Palazzo delle Esposizioni
del Lido, Filippo de Pisis, sceso giù dalle
lagune da Cavalese dopo i funerali della madre,
descriveva rapito all amico Giovanni Comisso. Alloggiava,
il Maestro già autorevole ed ammirato per
la sua confidenza con l universo artistico parigino
che la XVI Biennale, l anno prima, aveva consacrato
ammettendo una sua Natura morta marina nella sala
riservata all École de Paris, accanto ad
opere di un Chagall e di un Ernst -, nell atelier,
in Palazzo Carminati, quasi di fronte, al di là
del Canal Grande, all abitazione di Giola, di Juti
Ravenna: il quale, e vedi il caso, s era visto selezionar
ben sei opere per la stessa 20° Collettiva della
Bevilaqua La Masa che anche alla nostra pittrice
aveva aperto le porte. Altri artisti perlopiù
emergenti s intende v eran presenti, individuati
da una Giuria, tra i cui membri incontriamo Pio
Semeghini, garantita da un Consiglio di vigilanza
che annoverava Cesare Laurenti e Giuseppe Fiocco:
Novati, Seibizzi, Cobianco, Neno Mori, Varagnolo,
Bergamini, Santomaso, vale a dire tutti, o quasi
tutti, gli esponenti del neoimpressionismo lagunare
che, forgiato dalle scelte estetiche espresse dalle
Biennali dell epoca siccome sottolinea giustamente
Toni Toniato dominerà la scena locale in
tutto il periodo che va dal 30 al 40 , soppiantando
protagonisti ed eredi d altre stagioni , derive
della Secessione, presagi di Novecento , fedeltà
ostinate alla Scuola di Burano . In effetti, ben
pochi tra loro mancheranno l appuntamento alle Collettive
della Bevilacqua La Masa dipanate, anno per anno,
sino alla sospensione del 1941, e che pur vedranno
la presenza costante di Giola: a prova di un consenso
ininterrotto di stima che toccherà i momenti
più alti ed appaganti con gli inviti alla
II (1935) e alla IV (1939) Quadriennale romana,
inframmezzati da quello col quadro La bambina Clara
Zanon al Padiglione delle arti decorative Venezia
della memorabile XXI Biennale (1938) la quale, non
solo dava spazio, per non dir d altri, al mentore
Saetti (undici opere), a Casorati (quindici opere),
a Rosai (dodici opere), ma ospitava un antologia
irripetibile della pittura di paesaggio europea
dell Ottocento (non vi mancavano, accanto ai maggiori
nostrani da Segantini a Fattori, da Lega a Fontanesi,
da De Nittis a Luigi Nono, da Favretto a Guglielmo
Ciardi -, i Maestri dell Impressionismo francese,
né Gauguin e Van Gogh con tre opere, o Constable
e Turner rappresentato addirittura con sei tele)
e una notabile retrospettiva di Renoir.
Val la pena - stimo -, è anzi corretto e
doveroso, riesumar simili dati, in quanto ci consentono
di disegnare, i contesti all interno dei quali e
in rapporto ai quali Giola Gandini si trovò
a svolgere e a consumare la sua breve ma intensa
avventura di artista: condannata dal male che l
aveva ferita e che ne minava la salute, se non all
immobilità, certo a misurar con necessaria,
durissima parsimonia i suoi spostamenti (non si
allontanò mai, sembra, da Venezia), la chance
non le fu tuttavia negata, dunque, d aver sottocchio,
per dir così, ogni possibile occasione di
aggiornamento intorno alla vicenda e agli accadimenti
della cultura figurativa italiana ed europea. Ebbe
l agio di costruirsi, in tal guisa, con piena ed
ampia libertà di scelta, il linguaggio il
vocabolario, la sintassi più consono ad impalcare
in forma propria e irripetibile, al tempo stesso
originale ed attuale, i fantasmi di un interiorità
incline alla tenerezza e alla malinconia: quel suo
tono spirituale per esprimerci con Pallucchini mosso
(anzi, commosso) da un emozione inquieta [ &]
stupita e dolorosa . Ove, infatti, si volesse tentar
di capire e spiegare la tecnica magica , che invera
la poetica di Giola, come l esito di un rovello
attorno a pochi, scarni e causali dati d informazione,
speso nelle privazioni e nelle penitenze di una
prigionia obbligata e obbligatoria peggio: come
il risultato di una naïveté altrettanto
prodigiosa che improbabile si finirebbe per disconoscerne
l' autentica, elevatissima temperatura stilistica,
che maggiormente spicca e assume autorità
perché scaturisce da un laboratorio complesso
di vagli, di opzioni, di azzardi, di sfide. Non
solo la grazia, la gentilezza, l' indubitabile bellezza,
nell'ora quasi del crepuscolo, delle luci sulle
singole case o, al mezzodì, la grande luce
panica che unifica e distingue e permette all unità
di trasferirsi dall alto della sensibilità
della ragione e dell anima , che prendevano e incantavano
Guidi e Semeghini, potevano stimolare e appagare
la pittrice, la quale ne imbeveva il colore e la
forma delle sue nature morte, delle sue vedute,
dei suoi ritratti e autoritratti, delle sue ignude.
Orizzonti di esperienze linguistiche e stilistiche
si dipanavano e si succedevano poco lungi dallo
studio di San Geremia: poteva attingerli, penetrarli,
muovercisi dentro. Come gli altri giovani artisti
che, accanto a lei, esponevano alle Collettive della
Bevilacqua La Masa, era in grado di introdursi nell'
Europa percorrendo l abbiam già annotato
le edizioni della Biennale degli Anni Trenta, per
lasciarsi andare ai dubbi e alle conquiste dell'
autentica arte moderna scrive Franco Miracco -,
indagando su Cèzanne, Renoir, Modigliani
[la memorabile personale curata da Lionello Ventura
per l edizione del 1930], non esclusi i padri fondatori
del vero realismo e del vero romanticismo, Courbet
e Delacroix . Ma non solo, direi. Che e cosa affacciavano
in quegli anni a Venezia, le attivissime gallerie
d arte: Arcobaleno , ad esempio? Esponeva, per fare
un nome avanti tutti, quel Kokoscka che, sin dagli
anni Venti, si muove per Venezia e dei cui modi
Giola si rivela consapevole e risentita? Non mi
risulta, in effetti, che sia stato presente alle
Biennali del decennio fatidico. E Marquet e Dufy,
che son a Venezia, rispettivamente, nel 1936 e nel
1938? E poteva allora comprendere, Giola, e farne
tesoro, come e perché de Pisis ancora, e
Guidi e altri, tanta lezione avessero assunto a
fondamento del rinnovamento, appunto moderno, di
quella altissima e abbagliante tradizione veneta,
che non poteva non illuminarla allorché riusciva
a spostarsi per chiese, e Scuole grandi e per le
sale dell Accademia e del Correr. Sulla
figura e sull opera di Angiola Gandini, dopo l'esposizione
commemorativa di una trentina di sue pitture voluta
da Martinazzoli, Pallucchini, Saetti e tenuta tra
20 dicembre 1941 e 20 gennaio 1942 in Palazzo Reale,
nell ambito della 32° Collettiva della Bevilacqua
La Masa, cala improvvisamente il silenzio, quasi
che il suo nome, giusta il rassegnato epitaffio
di Keats, fosse stato scritto nell acqua da un destino
beffardo che avrebbe troncato, prima che potessero
compiersene le promesse, una vicenda che poteva
essere fulgida e sarebbe rimasta, viceversa, sospesa
e inutile come un bocciolo appassito prima di fiorire.
In realtà l avventura artistica di Giola
si compie e suggella nella breve stagione ch ebbe
in sorte, e certo magari oscuramente ella ne era
consapevole quel tanto che bastava per impegnarvi
ed esaurirvi tutto il fervore della sua creatività,
asservendola alla disciplina di un rigore inflessibile.
L'esposizione,
altamente benemerita, che ora, a sessant anni dal
provvisorio congedo in Palazzo Reale a Venezia,
emenda una lacuna insopportabile, non potrà
che preludere a una catalogazione sistematica dell
opera e ad una meticolosa ricostruzione dell attività
di Giola nei suoi complessi contesti, affinché,
una volta per tutte, il suo nome sia consegnato,
e nella posizione che merita, alla storia della
pittura italiana del Novecento.
Lionello
Puppi
Le
ragioni di una mostra
Nell agosto del 1948 il critico del "Gazzettino
sera" di Venezia, Guido Perocco, nel recensire
la II mostra dell'Opera Bevilacqua La Masa, ricordava,
a sette anni dalla morte, la pittrice Giola Gandini,
di cui auspicava in breve una retrospettiva alla
Biennale. Da quell'agosto su Giola è sceso
il silenzio che solo oggi dopo oltre mezzo secolo
dalla sua precoce scomparsa viene rotto. Il
lavoro dell'amico Sergio Rossi e di Consuelo Lollobrigida,
nonché l'affetto e la dedizione con cui gli
eredi hanno conservato in tutti questi anni le oltre
duecento opere che l'artista ci ha lasciato, hanno
permesso di riscoprire l'opera della Gandini e di
organizzarne la prima mostra dopo cinquantaquattro
anni da quell'agosto.Il
suo percorso artistico si è consumato velocemente.
In poco più di un decennio Giola ha partecipato
con successo a quasi tutte le maggiori esposizioni
del tempo: dalla Quadriennale di Roma alla Biennale
di Venezia, dalla Bevilacqua La Masa alla Mostra
Intersindacale di Napoli. I
suoi ritratti così lirici, le sue suggestioni
paesaggistiche, la sua profonda ricerca del sé
si incardinano nella contemporanea pittura d'avanguardia
europea: Kokoschka e Picasso pre-cubista; Bonnard
e Derain. Ma anche degli italiani Casorati o il
primo Mafai. Rimane
aperta la fondamentale questione di datazione della
gran parte delle sue opere, che solo studi successivi
potranno ricostruire, contribuendo a riconsegnare
il profilo artistico di una pittrice che entra di
buon diritto nella storia dell'arte italiana della
prima metà del Novecento.
Claudio
Strinati
Soprintendente per il Polo Museale di Roma e del
Lazio
Nata a Maria Zell in Austria, Eveline Melcher Austria,
trascorre la sua infanzia a Vienna, in Olanda, in
Francia, in Italia e in Danimarca. Lavora
come decoratrice da "Bonnard" in Lausanne,
Svizzera. 1964-1968 Su offerta della "Marzotto"
si trasferisce a Roma per occuparsi della decorazione
e dell'allestimento delle vetrine dei grandi magazzini
"Fuso d'oro" in Italia. 1968 Lavora freelands
per varie ditte - (Luisa Spagnoli, Roland's - Arte
Vetrina - I Pooh) in Italia e in Francia, dove allestisce
gli stand per il "PrËt a porter"
a Parigi e si occupa della coreografia dei defilÈ.
1872-1976 Incomincia la sua collaborazione nel cinema
e nella televisione come costumista e scenografa.
Crea il trucco espressionista nel film d'arte su
Oskar Kokoschka "M–rder Hoffnung der
Frauen" ispirandosi alle stesse opere del maestro.
1976-1982 Approda alla fotografia attraverso il
cinema - lavora sempre nel ramo della decorazione
e segue le sue ricerche sulla "pittura e scultura
fotografica". 1982-2001 Studia decorazione
e scenografia al "Anva" di Kopenhagen.
1959-1963.
Breve
Nota Critica
Le opere di Eveline Melcher, esposte in questa occasione,
provocano una serie di riflessioni e aprono spazi
per alcune considerazioni in grado di abbracciare
più campi del fare artistico. La fotografia,
quale strumento di comunicazione, è una scrittura
di significati provvista di un proprio sistema di
codici, di un linguaggio artistico dotato di una
propria autonomia e di un illimitato ambito di ricerca.
La feconda sperimentazione condotta da ormai quasi
un secolo ha portato a esiti straordinari ed infiniti,
in grado di produrre realtà che solo la fotografia
può indagare. Sistemi di ricerca e lavoro
ormai acquisiti da tempo e che fanno parte della
storia e della ricerca dell'espressione artistica
fotografica. Una visione alternativa del mondo fenomenico,
come quella proposta da Eveline Melcher nasce, prima
in fase sperimentale, poi come sistema di lavoro
acquisito, già a partire dagli anni Quaranta
da maestri quali Harry Callahan, Ernst Haas, Eliot
Porter o Ansel Adams, che fanno, chi dall'astrazione
dal reale, chi dalla ricerca cromatica e soprattutto
di un senso di spirituale apportato alla fotografia
- novità per quel tempo -, la loro identità
ed espressione fotografica. Nelle opere di Eveline
Melcher, ogni oggetto-soggetto può diventare
un "essere" elevato al rango di espressione
artistica vitale, attraverso una mimesi attenta,
capace di scendere di scala e carpire l'essenza
di una situazione per ricrearne poi una nuova. Attraverso
l'astrazione e la decontestualizzazione del soggetto
dal suo intorno quotidiano è possibile immaginare,
e quindi creare, un'altra realtà e un'altra
dimensione, proiettata in un diverso scenario che
solo un occhio attento e una mente fantastica può
ricercare e generare. In tale mondo e in tale ottica,
la metamorfosi del brutto che Eveline propone, si
dispone su uno di questi scenari quotidiani, dove
si muovono infinite soluzioni, qui rese possibili
grazie alla sensibilità dell'artista e alla
sua straordinaria forza ricercatrice. Un movimento
continuo di analisi e studio della natura delle
cose permea ed incide le atmosfere create in queste
sue opere, dove la fotografia è il mezzo
di creazione, e dove la natura, grazie ai suoi stessi
strumenti, ad esempio la luce del sole, provvede
alla riproduzione automatica di sé stessa.
Queste visioni incantate riconducono sempre ai microcosmi
quotidiani. Luoghi popolati da esseri reali ed essenze
spirituali, fatti di geometrie, forme, luci, ombre
e soprattutto colori. Luoghi popolati da esseri
infinitamente piccoli se ricondotti alle loro realtà,
se inseriti nel loro mondo e rapportati alla propria
scala di valori. Esseri nuovi, ricreati e rigenerati
se esplosi e proiettati in altre dimensioni e scenari,
se velati da un'aura di onirica e visionaria luce.
Un'ispirazione costante nel tempo quella di Eveline,
sempre riconducibile alla vita quotidiana, alla
diversa natura delle cose e all'immensità
dell'infinito. Per poter varcare la soglia della
realtà tangibile e materiale ed entrare così
negli scenari, nelle visioni e nelle dimensioni
create dall'artista, è necessaria cautela,
partecipazione ed uno spirito puro per lasciarsi
poi completamente avvolgere dalle atmosfere proposte
fino a esserne parte di esse. I "colori quotidiani"
di Eveline Melcher sono capaci di regalarci momenti
di poetica riflessione sulle valore artistico dello
spazio quotidiano e delle varie e distanti componenti
che lo popolano. Questa è l'infinita possibilità
della fotografia e dei suoi interpreti.
Paco
del Pino è nato nel 1950 a Torrenuova (Granada)
dove ha studiato arte, si è dedicato alla
pittura e ha frequentato l'atelier di incisione
della fondazione Rodriguez Acosta. Pittore, fotografo
e cantautore da alcuni decenni vive e lavora a Roma.
Ha esposto in Italia alla Yanika, e all'Associazione
Artistica L.I.A di Roma, all'Accademia d'Europa,
al III Premio Massenzio Arte di Roma, al centro
L. Di Sarro e all'Ente Provinciale per il Turismo
di Roma.
breve
nota critica
Qui
siamo oltre la pura - e non diciamo certo semplice
- propensione dell'artista all'incessante scoperta
di tutto ciò che può dare un'emozione,
riproducibile in un segno di comunicazione. Nella
ricerca di Paco del Pino c'é il desiderio
di ritrovare la traccia primordiale, il graffito
della sensualità. L'autore immagina che questo
graffito sia connaturato alla storia dell'uomo,
al suo destino culturale, e perciò fatalmente
presente in ogni tempo successivo alla creazione,
nelle impronte casuali molto più che in quelle
costruite con intenzione. Una fede alchemica, la
sua, che pretende, e ottiene dalla realtà
degradata una splendida quintessenza.
Ecco dunque spiegato il suo girovagare, come un
archeologo di sentimenti, o meglio come un mago,
fra muri cadenti e scorci di natura simulatamente
abbandonata: in questi scenari di iniziatica solitudine
si nasconde pudicamente la fortuna, il tesoro,,
l'affascinante origine dell'arcano messaggio. Questo
richiamo profondo, che scaturisce dalla fonte primordiale
del nostro desiderio, si imprime nel magico segnale
visivo presente in ogni opera di Paco del Pino.
Da quel segnale noi possiamo partire per quello
che da sempre è il più seducente dei
viaggi: nella fantasia, nel sogno. Ovvero, nella
sublime concretezza spirituale della forma. Giacomo Carioti
....... Paco del Pino qui opera una sovrapposizione
di tecniche in uno sperimentalismo di metamorfosi
materiche per un'espressione artistica, metapittorica
e metafotografica in funzione di autentico work
in progress. Claudio Rendina
fotografo
artistico le cui opere si sono potute ammirare all’ultima
Quadriennale, propone le sue fotografie dirompenti
per perfezione tecnica, mai digitalizzata, e poesia
visiva pura. Il soggetto e’ il fiore visto
dai mille occhi e dalle mille inquadrature di uno
sguardo che riesce ad andare oltre il già
fatto e il già visto.
E'
il 1962 quando Carlo Venafra, a Londra per un corso
di specializzazione commerciale, inizia la sua attività
espositiva. In questa prima personale espone, tra
le altre, St. Paul Cathedral, La guardia della regina
in parata e La nostra casa a Regent Street, opere
che in nuce contengono tutti gli elementi formali
caratteristici della successiva produzione artistica:
attenzione al dato reale reso in maniera antinaturalistica,
vigorosa forza espressiva del colore, ambientazione
spesso onirica o fantastica.
Sono questi gli anni che vedono indiscussi protagonisti
del mondo dell'arte uomini come Warhol o Rotella;
sono gli anni della Pop Art, delle Neoavanguardie,
dell'arte che consumisticamente si crea e si distrugge.
Carlo Venafra non si lascia sedurre dalla moda e
dalle lusinghe del successo. Prosegue il cammino
esattamente da dove era iniziato e, forte degli
apprezzamenti che il suo amico fraterno, critico
d'arte e professore d'Accademia, Salvatore Vendittelli,
gli dispensa, dipinge ed espone in giro per il mondo:
India, Africa, Medio Oriente non sono solo mete
di soggiorni che l'azienda per la quale lavora gli
propone, ma anche luoghi, spazi ed emozioni che
ha la possibilità di esprimere attraverso
opere, in cui il colore diventa definitivamente
il mezzo eloquente a lui più idoneo. Nel
1968, infatti, al Museo Nazionale Somalo Garesa
di Mogadiscio, riaperto tre anni prima proprio grazie
all'intraprendenza di Venafra, espone, tra gli altri,
Il Mullah e il suo Darwish che si può considerare
il primo significativo punto di arrivo della sua
ricerca. Gli elementi formali trovano in quest'opera
una compiuta applicazione e il dipinto nella sua
interezza si presenta come una sintesi di esperienze
che traggono, appunto, dalla «coordinazione
dei colori», come dirà lui stesso molto
più tardi, massima completezza e personale
interpretazione del dato reale. In quest'opera protagonista,
oltre al colore, è l'Oriente inteso come
consapevole metafora spirituale, quell'Oriente che
susciterà in Venafra, italiano nato e cresciuto
in Egitto, terra dei grandi opposti e delle forti
contraddizioni, le emozioni più contrastanti
testimoniate dalla sua produzione successiva. Nasceranno
con questo spirito 11 Beduino (1987), Caccia al
Branco (1990), dipinti in cui «le sue impressioni
e sensazioni» diventano estetica, consapevole
ragione d'essere, un freudiano riversarsi e riconoscersi.
I colori continuano ad accompagnare le sue opere:
terre intense come in Prova di coraggio (1987),
in Tempo di bere (1993) o in Agitazione nel branco
(1993); blu, più freddi, dove però
le accorte lumeggiature bianche conferiscono un'aura
di struggente poesia come nella bellissima Risveglio
dei pupazzi (1995). Quest'ultimo in particolare
si avvicina all'interessante serie degli Esoterici
che l'artista dipinge tra il 1982 e il 1996 e dove
la sua cifra stilistica si accompagna ad un insieme,
a volte immaginario, di temi che richiamano la cultura
ebraico-cabalistico o mitologico¬paganeggiante.
Nelle ultime opere il segno si fa più deciso,
più duro ed evidenzia un sensibile processo
di astrazione dell'immagine che assurge così
al ruolo di icona, come nel commovente Fra sogno
e realtà (1992) che si può senz'altro
considerare un capolavoro assoluto di tutta la produzione
del maestro. Questa retrospettiva vuole rendere
omaggio ad un artista, prematuramente scomparso,
che non ha seguito, per scelta e convinzione, le
tendenze del momento. I circa quarant'anni di attività
artistica di Carlo Venafra possono essere stimati
un coerente percorso alla ricerca del mezzo più
adatto alla concretizzazione «del piacere,
dell'emozione, dello stile».
Un mondo, il suo, ora fantastico e visionario, ora
evocativo e mediatico, fatto di paesaggi e di animali,
di donne e di uomini, di realtà e di sogni
che, unito alla forza della sua espressione formale,
ha saputo regalarci a volte con cruda violenza,
altre volte ricorrendo alla più raffinata
metrica poetica. Consuelo
Lollobrigida
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