palladio turismo culturale dal 1994

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L'archivio delle mostre d'arte contemporanea organizzate da Palladio

L'Associazione ha organizzato dal 1997 una serie di mosre d'arte contemporanea all'interno dello spazio espositivo della Galleria Palladio, dedicate a pittori, scultori e fotografi.

 

1997 - Giovanni Giaconi
galleria Palladio. Roma

1998 - Valerio Bispuri
galleria Palladio. Roma

 

Valerio Bispuri, romano, in questa città si laurea in Lettere dove ancora vive e lavora. Fotografo per passione, ha iniziato ad esporre le sue fotografie dal 1995. Lavora come giornalista all'Unità, l'Espresso, Diario e Avvenimenti. Valerio Bispuri a Roma. Ha esposto a Roma in alcune gallerie tra cui, nel 1998 alla galleria "Palladio". Sue fotografie sono state pubblicate sull'Espresso, Avvenimenti ed Elliot.

breve nota critica

E' nella sicurezza dei volti, nella fermezza dello sguardo, nell'affascinante entrare ed uscire dalla porta di una realtà lontana, che le fotografie di Valerio Bispuri devono essere lette. Troppo spesso accade, o per volontà dell'autore o per un "nostro" inconsapevole bisogno, che uno scatto ci racconti di una realtà deformata e non corrispondente al vero, facendo azione più sul nostro pensiero che sull'autentico e originale significato. E quella manifestazione esteriore, così tipica dei bambini, spontanea e non sempre facile, viene così equivocata, alienando l'idea come l'emozione. Con tatto e sensibilità, calandosi nei panni di un bambino, tornando bambino ed entrando in quel delicato mondo, Valerio Bispuri riesce a "raccontare non raccontando". Con pulizia ed eleganza lascia che sia il soggetto ad essere, non rubando ma quasi chiedendo, non con l'animo intriso di necessità o richieste ma con una consapevole coscienza di chi sa che è stato bambino. Valerio Bispuri, in questa mostra, riesce a non turbare quel delicato equilibrio fatto di sguardi, volti e situazioni, che sono alla base del suo interessante lavoro.
Giuseppe Ametrano

Esistono vari modi di costruire un racconto. Valerio ha costruito il suo, viaggiando e catturando attimi e realtà diverse, tra loro, nello spazio, lontane. Mosca, Gerusalemme, Tobago, Erice, Santiago rappresentano, per tanti distratti, l'estetico richiamo di un moderno Grand Tour. Valerio ha legato con un sottile ed invisibile filo questi mondi. Con occhio sensibile li ha indagati; con intelligente distrazione li ha fermati; con lucido realismo ha costruito il suo racconto. Le sue fotografie sono le piccole storie di questa narrazione, il cui filo conduttore è l'incontro quasi ineluttabile con lo scorrere del tempo. Il tempo del gioco, il tempo dell'incontro, il tempo della solitudine, il tempo dell'attesa: la mostra percorre gli spazi, li pone in rapporto dialettico, cancella le loro differenze ed annulla le distanze. Con occhio critico, consapevole, mai retorico, Valerio ha appuntato nel suo personalissimo taccuino di viaggio emozioni, episodi, brani di esistenze; ha colto con spirito profondo il "ciclo della vita", dicendo che tale ciclo non ha tempo, non ha spazio. Sia che offra ritratti di ragazzi cilieni, dove la forza espressiva dell'immagine si coniuga felicemente con la sicurezza dell'uso dell'apparecchio fotografico; sia che si soffermi sui volti di stanchi vecchi siciliani; o che si perda tra la folla di una decadente piazza moscovita.
Consuelo Lollobrigida


L'autore scrive .......
Ho sempre pensato che la vera immagine dell'uomo fosse in un volto, in un gesto. Credo che c'è un istante in cui dalle espressioni nascoste si intraveda qualcosa che si avvicina alla verità, forse perché sono gli unici momenti senza tempo.
Mi piace avere la sensazione di catturare il tempo, di fermarlo e chiuderlo in uno spazio, il mio spazio. La fotografia è un entrare ed un uscire dalla realtà. Così, camminando nelle favelas cilene, nei sobborghi di Orano in Algeria, nelle strade di Gerusalemme, lungo il Nilo, nei vicoli di Cuba, nelle piazze di Mosca o nei paesini della Sicilia, ho cercato momenti e situazioni in cui potessi perdermi e osservare. Ho sempre creduto che nella consapevolezza che la vita è un ciclo, stia la vera libertà.


1999 - Mariangela Capuano

galleria Palladio. Roma

con il patrocinio del Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali

Mariangela Capuano - pittrice, scenografa, arredatrice - è nata a Roma. Vive e opera a Roma. Studi: Liceo Artistico, Accademia di Belle Arti, Architettura. Attività: Grafica e Illustrazione per ragazzi in giornali e libri (Corriere dei Piccoli, Vitt, Unità, Paese Sera e per edizioni f.lli Campi, D'Anna, Rizzoli); dal 1970 lavora come scenografa di teatro con Enrico Job, Luca Ronconi (per il quale ha diretto la sezione di scenotecnica del Laboratorio di Prato dal 1974 al 1977 e collaborato con Gae Aulenti a LE BACCANTI, CALDERON, di P.P.Pasolini, LA TORRE di H. von Hofmannsthal), Massimo Luconi, Lisi Natoli,Rosalia Polizzi, Pino Quartullo, Riccardo Reim. Dallo stesso 1970 affianca al teatro il cinema, sia nel circuito di sala che in quello televisivo, con i registi, tra gli altri, Daniele Costantini, Roberto Giannarelli, Livia Gianpalmo, Simona Izzo, Luca Manfredi, Pino Quartullo, Stefano Reali, Giancarlo Scarchilli, Massimo Spano, Ricky Tognazzi. Dal 1994 cura inoltre la Scenografia e l'Immagine di Conventions e Meetings della Industria Farmaceutica Pfizer a Barcellona, Ginevra, Ischia, Los Angeles, Nizza, Roma, Taormina,Vienna.
Mariangela Capuano dipinge fin dall'adolescenza. Suo primo maestro, il pittore fiorentino Sirio Salimbeni la iniziò alla tecnica dell'olio poi, a Roma, è allieva di Mino Maccari e Luigi Montanarini. Partita da esperienze figurative (nature morte, paesaggi e soprattutto ritratti), la Capuano ha attraversato brevemente la stagione Informale, esponendo in mostre collettive, tra cui le Quadriennali romane. E' seguito un periodo dedicato in particolare alla grafica (disegno e incisione). Dalla fine degli anni Ottanta si è nuovamente accostata alla pittura, alternando l'olio ai colori acrilici, usati questi ultimi nelle opere della personale realizzata nel novembre 1999 alla galleria Palladio di Roma.


Breve Nota Critica

Mariangela, perché i pavimenti? E' una abitudine visiva. Comincio a guardare le persone dai piedi, anche se disegno una figura spesso inizio dai piedi. Ma c'è un altro motivo, di occasione. Era il 1993. Incombeva su di noi la minaccia di sfratto. Non è facile uscire dalla casa dove si è nati. Dovevo portarmene via un pezzo che me la ricordasse. Il suolo è la cosa che un bambino ha più vicino, poi questo contatto si allenta. Io volli recuperarlo, dipingendolo. Ho esteso il discorso dalla casa al mio quartiere, l'Esquilino, di cui conosco ogni pietra: il pavimento di Santa Maria Maggiore, dove sentivo la Messa di Natale, i marciapiedi delle strade. Alcuni non ci sono più, quello di via Farini l'hanno levato da poco. I pavimenti portano impressa la mia vita. Nel quadro Colle Oppio: racconto di guerra il soggetto è legato a un episodio di quegli anni, che seppi da mia madre. Insomma il mio tema preferito vale per me come pagine di diario, fotografie di famiglia. Un soggetto molto originale il tuo, che raccoglie la memoria personale e la memoria storica: Mariangela ragazzina e poi adulta nella Roma com'era, la Roma Sparita di fine Millennio. Eppure, il titolo Rapporto 1 a 1 sembra così freddo! I sentimenti non devono essere subito evidenti. Esiste il pudore dei sentimenti e poi intendevo garantire il nesso di fedeltà con il reale. Rapporto 1 a 1 significa che un oggetto è riprodotto grande al vero, una sorta di carta d'identità, con i suoi dati nudi e crudi. Ma dietro i dati c'è un essere umano. I materiali che ritraggo sono poveri: marmette di graniglia, sampietrini, lastre di cemento, ciottoli. E' come se si trasformassero, se si animassero: a dar loro vita sono le tante, le infinite persone che li hanno calpestati, che li hanno levigati con i loro passi, passi di gioia e di pena.
Sei per la microstoria e per il minimalismo? Sì.
Minimalismo, ma credo anche la Pop Art. La Pop Art è stata molto importante per la mia formazione. D'altra parte, il gesto pittorico di prendere un oggetto per solito negletto, riprodurlo e appenderlo a una parete, quindi vederlo con altri occhi e sollecitare o se vuoi costringere il pubblico a riconsiderare quello stesso oggetto, spingendolo a guardarlo anche lui con occhi diversi, non credi sia già Pop Art? Tuttavia, ho pensato per primo a Magritte. Ma un artista ha numerosi amori. Restando ai moderni, ho studiato Cézanne, Manet e Klee molto a lungo.
Entriamo nella composizione e nella tecnica: risalta la grande pulizia formale e grafica. Per cominciare, il tuo lavoro di scenografa ha contato?
A me sembra di no, perlomeno in maniera diretta. Mi chiedevi della composizione. Discorso lungo! Provo a schematizzare. Posso dipingere un pavimento così com'è, senza intervenire, e la composizione in questo caso si identifica, è, il vissuto del pavimento: le sue crepe, il colore che il tempo stempera, il materiale che si disfa. Oppure, mi piace muovere la superficie con oggetti dimenticati o scartati. Inserisco dei fiori, un pallone, una bambola, una catena così come li ricordo: il quadro si avvicina al genere della natura morta.
Una natura morta con variazioni, in sé crepuscolare come Giorgio Morandi?
Forse. Ma voglio spiegare un altro modo di comporre: sollevo una mattonella e scopro cosa c'è sotto. Si corrono rischi. Capita di trovare...coriandoli, mi è successo rimuovendo il pavimento di casa. Ma possibile destare qualcosa che appartiene alle proprie fantasie e ai propri sogni o che dà corpo agli incubi.
Rapporto 1 a 1 è una rivendicazione di realismo. Ma il realismo conduce sempre a una verità altra, a un mondo visitato dal mistero e abitato dai simboli. Sei tu a dirlo.
Paola Frandini


 

1999 - Eva Shunk

 

galleria Palladio. Roma

Eva Shunk nasce in Baviera nel 1950. Fino alla metà degli anni Settanta vive a Monaco, ultimando nella città tedesca i suoi studi nel campo dell'arte e della moda. Nel 1976 si trasferisce a Roma, dove, alcuni anni dopo, inizia la sua esperienza artistica. Nella prima metà degli anni Novanta frequenta l'atelier di pittura del maestro Jagnocco. Dal 1994 ha esposto le sue opere in personali e collettive a Trieste, Cortemaggiore, San Remo, Avellino, Roma, Tarquinia, e in Germania, a Fussen e Gilching.

breve nota critica

Eva Shunk offre in questo suo percorso una chiave per indagare la realtà lucida laica lontana da ogni forma di accademismo o finto intellettualismo. I personaggi-manichini che animano le tele dell'artista raccontano il vario inventario di emozioni e stati d'animo dall'afflato universale, mai particolaristico o parziale. Ogni tela è una storia in sé compiuita, finita; essa ha un inizio, uno sviluppo ed una fine. Eva gioca con i suoi manichini come se fossero degli ingranaggi di un sistema preordinato e predefinito, dove ognuno trova il suo posto non per libera scelta ma per ineluttabile e beffardo gioco del Destino. I suoi anonimi protagonisti, le sue pennallate brevi veloci corpose, i suoi colori inqiueti calibrano pagina dopo pagina un "racconto della vita" il cui delicato equilibrio si definisce in pochi essenziali piani ed in una semplice scelta cromatica di base. Questi gli strumenti usati da Eva per cercare e per individuare la sua personalissima idea di spazio. Uno spazio che esiste all'interno di una dimensione a-temporale dove le immagini-manichini trovano giustificazione "altra" dalla loro esistenza di soggetti strutturanti la composizione. Lo spazio studiato e percepito da Eva è uno spazio che trova il suo codice genetico nelle complesse vicende dell'arte di questo secolo. Questa ultima produzione dell'artista sembra infatti nutrirsi alle fonti delle avanguardie storiche, cui i vaghi accenni al mondo metafisico di de Chirico o alle aggressive tavolozze care agli espressionisti costutiscono il suo primo punto di riferimento. Ma in queste tele entrano in gioco vicende più complicate del mero richiamo all'arte di decenni passati. Entra in gioco la concezione stessa del fare artistico in questo ultimo spiraglio di secolo che si interroga sul ruolo e sulla funzione dell'arte: non più mimesi della realtà, non più surrogato di un'Idea; ma forse sintesi di Realtà e di Idea non subordinata a categorie fisse ed immobili ma fluente ed indagante il complesso ordine di cose che questa fine millennio lascia in eredità. La reiterazione delle immagini/manichini - reiterazione del disegno e del colore - si deve allora leggere come una eco martellante, un voler sottolineare con fermezza l'intensità del messaggio che trova quindi forza ed essenza proprio nella stessa ripetizione del modulo/manichino. Nella nostra realtà di immagini persistenti veloci stereotipate, Eva ha creato un suo mondo di "manichini modulari" con i quali tesse la tela di una realtà emozionale che trova in dipinti come Il Sacrificio o La Solitudine una delle massime e più compiute espressioni del suo fare artistico.
Consuelo Lollobrigida


1999 - Angelo Ceci
galleria Palladio. Roma

Angelo Ceci nasce nel 1950 a Zagarolo. Già dall'infanzia inizia a giocare componendo insieme lame, pezzi di legno, utensili e vecchi oggetti. La sua attitudine alla composizione artistica lo porta nel tempo a dedicarsi concretamente all'arte, esponendo le proprie opere a Roma e in Italia

breve nota critica

....... Ho conosciuto Angelo Ceci e ho più volte visitato il suo studio nell'assoluta quiete di Gallicano. La semplicità del suo contesto comunicativo è frutto di un processo "estrospettivo", in cui la figurazione spaziale muove da lunghi momenti di riflessione. L'atto del concepimento, della gestazione e della nascita della opera è per Angelo la rappresentazione di una realtà universale, perché le sue opere testimoniano che è ancora possibile parlare un linguaggio universale. Attraverso un comune senso di dissacrante complicità, di accusa e di sberleffo ci parla anche del nostro tempo, dell'uomo, del consumo, degli angoli dimenticati, della velocità, dello spazio, della pura forma, della tradizione. "La tradizione non è un patrimonio che si può tranquillamente ereditare; chi vuole impossessarsene deve conquistarla con grande fatica". Seguendo il pensiero di Thomas S. Elliot, Angelo Ceci conquista la tradizione e più in generale entra in ogni decennio del XX secolo, producendo elementi antropomorfi dai precisi e sintetici connotati, in cui la forma evade dalla sua rigida identità, aprendola verso l'infinito. Il legno e il ferro quali documenti di liberazione, perché entrambi dalle enormi capacità spaziali, ritrovate da Angelo in armonie formali che parlano lingue del nostro secolo. Quindi disegnare, assemblare, modellare, intagliare, per poi appropriarsi dello spazio in un linguaggio universale, in grado di ricucire lo strappo. Angelo Ceci, il "ricercatore di quiete", ci regala, negli ultimi anni del XX secolo, attimi importanti di riflessione e di ricongiungimento con il nostro tempo.
Giuseppe Ametrano



1999 - Maria Orioli

galleria Palladio. Roma

con il patrocinio del Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali

Maria Orioli nasce a Pola. Dopo aver vissuto a Venezia, si trasferisce da giovane a Roma, dove attualmente vive e lavora. Dopo essersi laureata in lettere e aver dedicato buona parte della sua vita all'insegnamento, ha nel tempo sempre più approfondito la sua vera passione: la fotografia. Nel 1963/64 ha collaborato a "IL MONDO" di Mario Pannunzio. Da quasi 40 anni espone i suoi lavori in tutta Italia., tra cui si segnalano nel 1963 "Periferia Romana" alla Biblioteca Comunale di Milano; nel 1980-85-88 "Paesaggi" al "Fotogramma" di Roma e nel 1991 allo Studio Casile di Milano; nel 1995 "Francia-frammenti visivi" alla galleria "Yanika" di Roma; nel 1998 "Immobilità e silenzio" alla galleria "Palladio" di Roma. Hanno scritto di lei Giuseppe Turroni, Luigi paolo Finizio, Gabriella Leto, Udo Steigner, Renato Casarotto, Vincenzo Fazio.

breve nota critica

La fotografia è un attimo rubato al tempo. Fermato per sempre sulla carta, il tempo, imbrigliato nel suo scorrere, ci racconta le cose al momento dello scatto. Quell'attimo, ormai scorso, si è fermato sulla carta, e ci racconta di un passato, vicino o remoto, che, ora e domani, torna a scorrere e passare. Una statua, scultura o monumento, è un attimo in tre dimensioni, più lo spazio che la avvolge. E' un qualcosa di assolutamente immobile e silenzioso.
Eppure, nel suo assoluto, torna ad essere così presente da far parlare di sè anche lo spazio che lo circonda. Dinamismo o staticità. Azione o immobilità. Silenzio o note.
Una statua, ferma sul suo piedistallo, non si muove, è ferma ed immobile, per sempre.
Può però accadere che, come in questi giorni accade, il tempo, nel suo scorrere si sia fermato a dialogare con le statue. Come a teatro, come in un museo, come in una vetrina. Quell'attimo per sempre immobile, scrutato ed indagato nella sua assolutezza, viene delicatamente scosso, come una clessidra ruotata, lasciandosi penetrare e nuovamente definire, senza perdere quell'equilibrio assoluto. Maria Orioli è l'artefice discreta di questo silenzioso dialogo, di questo elegante bisbiglio che accarezza le sue fotografie.

Giuseppe Ametrano

... La Orioli in queste imlmagini fatte di musica ci parla a bassa voce. Ci fa immergere nell'oblio d'immensi spazi nevosi senza chiassosità o prepotenti rumori. Grandi fotografi, dagli Alinari ai Brogi ai fratelli d'Alessandri, si sono cimentati nell'interpretare, tra documentazione e realizzazione artistica, la scultura. Maria Orioli coglie e ferma lo sguardo: le statue riprendono forma nello spazio, fondendosi e creando immagine nell'immagine. Più che in costruzioni visive in costruzioni di atmosfere, Maria afferra nella pietra, addomesticata e divinizzata dall'uomo, un rapporto tra vita, materia e ambiente. Quindi una lettura dell'arte non avulsa, ma in diretto rapporto luogomemoria. Eleganza, forza, limpida melanconia nello sguardo al difficile soggetto della staticità, è quello che ci sussurra Maria Orioli nelle sue fotografie.

Vincenzo Fazio


2000 - Gastone Bai

galleria Palladio. Roma

con il patrocinio del Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali

Gastone Bai è nato e risiede a Sarteano, in provincia di Siena dove lavora nel suo studio nelle colline della Val d'Orcia. In un primo tempo si è dedicato all'insegnamento, quindi, oltre trent'anni fa è passato a tempo pieno alla realizzazione di sculture, ceramiche, disegni, oli. Ha creato opere appositamente studiate per spazi pubblici ed ha ottenuto ambiti premi e riconoscimenti nel corso delle numerose esposizioni cui ha partecipato in Italia e all'estero. I suoi lavori, ormai largamente noti e apprezzati, si trovano in varie città europee tra cui Milano, Zurigo, Francoforte, Friburgo, Amsterdam.

breve nota critica

Questa immagine mirabile di Walter Benjiamin contenuta in uno degli aforismi delle Tesi sulla filosofia della storia evoca un angelo atterrito, l'angelo della storia. C'è un quadro di Klee che si intitola Angelus Novus.
Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese.
L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza trague rovine su rovine e le rovescia ai piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l'infranto. Ma una tempesta spira al paradiso, che si è impigliata sulle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamano il progresso, è questa tempesta.
Difficile pensare un'immagine più potentemente capace di demistificare l'idolo tronfio e vano del progresso coltivato ancora dall'ottuso ottimismo tecnologico. Quando gliela proposi,, più di dieci anni fa, in un momento decisivo del suo itinerario, l'immagine piacque a Gastone che subito si procurò il disegno di Klee. Ne trasse una interpretazione un poco diversa da quella benjaminiana. Intanto il suo angelo vorrebbe andare avanti, fuggire dall'orrore, ma è la tempesta che ne trattiene il volo. Poi non ha nulla di meccanico: è umanizzato, persino bello. Contro il progresso devastante, Bai involò angeli colorati, sospesi nello spazio, talvolta non solitari, stizzati in sagome quasi femminili>. Il tema del progresso come progressione infernale del potere di distruzione della civiltà informerà altri soggetti della sua galleria, dal cipresso, simbolo di un mondo contadino che va scomparendo ai fossili scheletriti, dai monoliti a certi paesaggi lunari o con grattacieli disumanizzati, dai tralicci dell'elettricità che segnano la fine di un naturale incanto alle sagome cupe di testimoni attoniti o inconsapevoli di una catastrofe.

Franco Fei


 

2000 - Elio Rizzo

galleria Palladio. Roma

con il patrocinio del Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali

Elio Rizzo è nato a Paola (CS) nel 1942.
Ha studiato all'istituto statale d'arte di Roma. La sua lunga carriera espositiva tra mostre personali e collettive, inizia nel 1963 alla G.N.A.M. di Roma e prosegue ininterrottamente per quasi trent'anni esponendo in Italia a Roma, Trieste, Assisi, Messina, Foggia, Caltagirone, Torino, Recanati, Perugia, Pescara, Ancona, Sulmona, e all'estero in Francia, Arles e in Egitto, Cairo. La sua carriera è intrisa di premi e riconoscimenti di elevato valore. Ad una sua mostra, "Arborea", organizzata a Palermo nel 1996 all'Orto Botanico dell'Università degli Studi di Palermo nel 1996, è intitolato un padiglione espositivo dell'Università siciliana. Elio Rizzo vive e lavora a Roma.

breve nota critica

Elio Rizzo è un raffinato cultore della tecnica della tempera ad uovo su tavola, che vuol dire faticosa e puntigliosa preparazione ed esecuzione di ogni singolo pezzo, come un pittore del Quattrocento: e certo per Rizzo, la meditazione su Piero della Francesca è stata fondamentale ma egli, ovviamente, non si è fermato qui. Ha studiato anche de' Chirico e Boccioni, la pittura metafisica e quella futurista, per arrivare ad un'arte in cui l'elemento della luce è l'elemento fondamentale, ed in cui è alfine ricomparsa, appena percettibile e come uscita dalle nebbie del mattino, la figura umana.
La pittura di Rizzo è dunque attualissima, sia nelle forme e sia nei contenuti, eppure assai radicata nella tradizione classica. Ha una solarità mediterranea unita ad una vena di misticismo orientale: è come una musica per balletto di Prokovieff.
Sergio Rossi


2000 - Angel Orensanz

Complesso Monumentale di S. Ivo alla Sapienza. Archivio di Stato di Roma

con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali, Ambasciata di Spagna in Italia

Angel Orensanz, spagnolo di nascita ma francese di formazione, vive e lavora prevalentemente a New York, da dove elabora e dà vita a progetti artistici che esporta in diversi Paesi servendosi di forme e materiali diversi. Educatosi all'Ecole National des Beaux Arts di Parigi tra il 1964 e il 1968, Orensanz ha iniziato la sua carriera espositiva alla fine degli anni '60. Dagli anni '90 la sua produzione e creatività si sono prevalentemente concentrate e sviluppate come grido di protesta contro la guerra e come monito e anelito alla pace. Nel 1999 Orensanz ha elaborato un progetto, chiamato The Shattered Tent, a lunga scadenza che lo ha visto impegnato nella realizzazione di sculture, pitture e performances. Il lavoro, nato dalla volontà di Orensanz di protestare contro la dislocazione delle mine e i conseguenti bombardamenti in Kosovo, ha avuto inizio a Strasburgo, di fronte al Parlamento Europeo, ed è stato successivamente portato a Ginevra, Bruxelles e davanti al quartier generale delle Nazioni Unite a New York. Nel dicembre dello stesso anno è stato invitato a partecipare alla Biennale di Arte Contemporanea di Firenze, dove, oltre ad installazioni in bronzo nel padiglione principale, ha trasformato un autobus di linea in una scultura pubblica per protestare contro l'occupazione di Grozny da parte dell'esercito russo. A Firenze l'opera di Orensanz è subito divenuta la protagonista dell'intera manifestazione e tanto gli altri artisti che i critici ed i giornali hanno soprannominato la sua installazione Il bus della pace. Per questo suo contributo artistico Angel Orensanz è stato insignito dalla città di Firenze del premio "Lorenzo il Magnifico". L'artista ha realizzato negli ultimi venti anni installazioni in scultura nelle più importanti piazze o parchi del mondo: in Holland Park a Londra; nel Roppongi Park a Tokyo; nella Piazza Rossa a Mosca; lungo le sponde del fiume Oder-Nasse in Germania e nei Pirenei nella Spagna del Nord. Alcune sue opere sono state esposte al Musèe de Luxemburg a Parigi; al Hara Museum di Tokyo; all'Alte Museum di Berlino, e alla sezione cinematografica di Arte Moderna di New York, e, in occasione della II Settimana della Cultura promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ha esposto contemporaneamente al complesso monumentale di Sant'Ivo alla Sapienza in Roma e alla galleria Palladio. Le sue opere hanno inaugurato la I Rassegna Internazionale d'Arte Contemporanea al Castello Farnese di Fabrica di Roma (VT).Angel Orensanz si è fatto promotore della tutela e conservazione della più vecchia sinagoga di Manhattan a New York e grazie al suo impegno ed alla sua tenacia ne ha evitato la demolizione. L'opera di recupero del vecchio edificio è stata accompagnata dalla trasformazione del luogo di culto in uno dei centri artistici più stimolanti e creativi degli Stati Uniti. Mostre, concerti, convegni, dibattiti, festival di danza sono regolarmente ospitati nella Angel Orensanz Foundation che annovera tra i suoi interlocutori personaggi della cultura e dell’arte di prestigio e di calibro internazionale. Una delle ultime manifestazioni culturali organizzate dalla Fondazione ha visto la presenza dei concertisti Salomone Rossi, Biagio Marini e Giovanni Battista Buonamente e l'allestimento di una mostra dedicata a giovani fotografi italiani.

breve nota critica

...... Tale è il caso di Angel Orensanz, aragonese di nascita ma cosmopolita di formazione, che ha saputo, ascoltando la sua sensibilità, rielaborare e dare forma alle tante realtà che quotidianamente il suo nevrotico e affannato peregrinare per il mondo gli suggerisce. Enorme è la produzione dell'artista nei suoi trenta anni di attività; vario il repertorio di immagini, temi e soggetti che affrontano il conflittuale eterno rapporto tra l'Essere e l'Esistere. Poter quindi confrontare per la prima volta l'opera di Orensanz nel suo complesso iter creativo, grazie a strumenti e mezzi atti a comprenderne il percorso ideativo, che si rivela mai estemporaneo e fugace, è anche scopo di questa mostra. I disegni, gli schizzi e le gouaches dimostrano infatti come le sue creazioni in bronzo rappresentano il risultato finale di una lunga ed intensa ricerca, che attraverso una profonda analisi e reilaborazione personale affronta ed approfondisce delicati equilibri, rapporti e valori del mondo attuale. La capacità di Orensanz di esplicitare in sottili filiformi sculture le forti emozioni che toccano la sua corda creativa, lo ha condotto alla elaborazione di una "foresta" bronzea che, per permetterne una doverosa leggibilità, è stata divisa tra il complesso borrominiano di Sant'Ivo alla Sapienza e la galleria Palladio, dove è stato esposto il suo cospicuo corpus grafico. Più di quattrocentomila perone hanno visitato il centro nei circa dieci anni di attività.

Consuelo Lollobrigida


 

2000 - Nora Orioli

galleria Palladio. Roma

con il patrocinio del Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali

2000 - Mario Lattes

galleria Palladio. Roma

con il patrocinio del Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali

2001 - Angel Orensanz

Rocca Farnese di Fabrica di Roma

 
con il patrocinio della Provincia di Viterbo, dell'Ambasciata di Spagna presso la S.S.

2001 - Laura Carmina Bardanzellu

galleria Palladio. Roma

con il patrocinio del Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali

Laura Carmina Bardanzellu, nata a Roma dove tuttora vive e lavora, inizia la sua attività artistica in maniera istintiva; successivamente frequenta i corsi di Disegno e Pittura all’Accademia d’Arte di Firenze anche se sarà sempre l’istinto a portarla a dipingere l’intangibile che c’è in ogni immagine che l’affascina, sia un volto che un paesaggio… in una sintesi che diviene idea, emotiva interpretazione del reale. I colori, molto diluiti, scorrono leggeri sulle sue tele e creano immagini evanescenti, libere dagli intellettualistici schemi del disegno; e, nel veloce rincorrersi sulla accurata preparazione, immediatamente si interrompono per far traspirare il bianco che dona luce e profondità all’intera composizione. Pur nell’essenzialità della linea – che va facendosi sempre più astratta e concettuale – la pittura di Laura è una pittura visionaria fatta di ricordi dove il dinamico movimento del pennello veloce segna il profilo di un antico obelisco, e il mistero è avvolto nel vento che piega gli alberi della Gallura e gonfia le vele in partenza per un lungo viaggio…


2001 - Carlo Venafra

Complesso Monumentale della Chiesa di Santa Rita in Roma

con il patrocinio del Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali

Carlo Venafra è nato ad Alessandria d'Egitto nel 1937. Ha modo di conoscere il prof. Salvatore Vendittelli nel 1963 che lo indirizza verso una profonda maturazione artistica. Recensito da critici e giornalisti di chiara fama, ha allestito dal 1965 fino al 1998, anno della sue prematura scomparsa, mostre ed esposizioni personali in gallerie e spazi espositivi a Roma, Porto Recanati, Milano, ma anche in prestigiosi palazzi storici istituzionali in Italia quali il Palazzo Borghese, il Palazzo Nari e l'Accademia di Spagna a Roma, al festival dei Due Mondi di Spoleto, al Castello dei Templari di Pavia; all'estero, ha esposto a Londra, a Bombay, a Johannesburg, a Mogadiscio, a Cipro, a Baghdad. Presente nei più importanti cataloghi d'arte, al suo lavoro è stato dedicato spazio su TV, quotidiani e riviste specializzate. Suoi dipinti figurano in collezioni pubbliche e private di tutto il mondo. Nel corso della sua lunga carriera notevoli sono stati i riconoscimenti e i premi assegnatoli.
Hanno scritto di lui: Michele Simonetti, Nissim Ezechiel, Patrizia Rosato, Salvatore Vendittelli, Mario De Candia, Stefano Sambiase, Alberto Falco, Mirella Violi, Leonardo Zonno, Nicolina Bianchi, Santino Spartà, Duccio Travaglia.

breve nota critica

I tagli diagonali che invitano l'occhio ad entrare in profondità il dinamismo gestuale e l'azione violenta, distruttrice, della grassa pennellata del Venafra, sono referenti temporali che si pietrificano sulla superficie. L'autore nega, con pennellate incrociate o con velature che smorzano e spengono l'ardore irruento del colore, ogni illusione spaziale.
La bidimensionalità, qualità primaria della sua pittura, si fa fascino ambiguo. La contraddizione apparente che Venafra sintetizza nei due modi del suo fare pittorico "statico-dinamico" è la stessa ambiguità fondamentale della "coerenza moderna".
Salvatore Vendittelli


La creatività originale e fantastica di Carlo Venafra si esprime attraverso un cromatismo caldo e palpitante di forte personalità estetica. I suoi colori hanno la dolce voce della poesia. Cantano nel silenzio degli occhi, sempre aperti sulla maestosità del Creato un deserto incantato, nell'immenso dell'immensità.
Mara Ferloni


Decisamente la pittura di Carlo Venafra è di immediata fruizione e di facile lettura. Il suo è un linguaggio piano e squisitamente equilibrato che non ha bisogno di decodificazioni, né di mediazioni critiche. Le sue pennellate decise ed agili, la sua tavolozza densa e pastosa, trasmettono alla tela un senso di dinamicità e allo stesso tempo, di immobilità contemplativa, che proietta la composizione in un clima di instabile appagamento, ma ancor più di attesa. Sembra che Venafra fermi l'immagine in un attimo prima che esploda. I suoi paesaggi, pieni di luce solare, orientale, carichi di mistero, vivono sempre come una serena calma interiore.
Giuseppe Giannantonio


2002 - Lauri Laine

galleria Palladio. Roma

con il patrocinio dell'Ambasciata di Finlandia presso la S.S., Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali

Lauri Laine è nato a Helsinki nel 1946. Dopo aver studiato qualche anno architettura si è diplomato all'Accademia di Belle Arti di Helsinki nel 1979. La sua prima esposizione personale si tiene a Helsinki nel 1981.
Oggi vive a Helsinki ma dagli ottanta in poi soggiorna e lavora spesso a Roma.

Breve Nota Critica
Lauri Laine è una rara avis tra i pittori finlandesi di oggi. Le sue opere sono il risultato di una lunga e profonda ricerca della pittura italiana.
La sua pittura è un'analisi architettonica e pittorica di un lungo "viaggio in Italia" iniziato negli anni ´70 quando - come studente di architettura e poi come giovane pittore - venne per la prima volta in Italia.
Le opere in questa esposizione romana mostrano una ricerca sulla pittura del Quattrocento con una particolare - e per Laine nuova - attenzione alle forme architettoniche delle basiliche romane. L'arte di Laine - piena di riferimenti e dettagli storici - non è facile da percepire ma la ricchezza del suo linguaggio pittorico premia alla fine uno spettatore attento.
Simo Örmä


2002 - Maria Orioli  
galleria Palladio. Roma

2002 - Gastone Bai
galleria Palladio. Roma

Questa seconda personale dell'artista toscano nella galleria Palladio di Roma intende esporre al pubblico la recente produzione artistica del Maestro. Dallo studio di Castiglioncello sul Trinoro in Val d'Orcia sono usciti olii, guaches e disegni, improntati su una ricerca a cavallo tra figurativismo e astrazione, tra segno e colore, frutto degli ultimi periodi di meditazione e concentrazione che hanno cambiato, in un appassionato processo evolutivo, il linguaggio artistico di Gastone Bai, artista famoso in Europa, tra i più importanti ceramisti italiani.


2002 - Giola Gandini

Forte Sangallo di Nettuno (RM)

con il patrocinio della Provincia di Roma

I Contesti di Giola

Angiola (Giola) Gandini si presenta per la prima volta al giudizio della critica e del pubblico nel 1929, esibendo alla 20° Collettiva della fondazione Bevilacqua La Masa presso il Palazzo delle Esposizioni al Lido di Venezia, dal 10 luglio al 15 settembre, un Bozzetto e una Natura morta: aveva appena compiuto i ventitre anni e solo altri dodici gliene resteranno da vivere. Non li dissiperà se, congedandosi dal mondo, lascerà un patrimonio pittorico (giunto in gran parte a noi grazie alla cura dei Famigliari; pochissime le cose conservate da istituzioni museali o da private raccolte) che, oggi, dalla prospettiva imparziale e irreprensibile offerta dalla distanza temporale, possiamo riconoscere come una delle testimonianze più originali e singolari della cultura figurativa al femminile della prima metà dello scorso secolo.

Non aveva, Giola, dietro le spalle al suo debutto, un curriculum di studi accademici: giunta per tempo a Venezia dalla natía Parma, si era insediata in una bella casa presso San Geremia, e alla pittura s era applicata rispondendo all urgere di un intima e profonda vocazione elettiva; Bruno Saetti ne aveva riconosciuto il naturale talento e l aveva esortata ad insistere, impartendole qualche lezione e suggerendole di frequentare la Scuola libera del nudo. La poliomielite, che l aveva ghermita bambina, ne condizionava pesantemente, limitandola, la mobilità, e Giola trascorreva le giornate davanti al cavalletto, instancabile (se ne staccava per rilassarsi al pianoforte, che suonava benissimo), nel suo studio ricorda Rodolfo Pallucchini in commosse e penetranti pagine dedicate alla pittrice all indomani della sua scomparsa illuminato da quella luce calda riverberata dal Canal Grande, [ &] chiarore del cielo persistente dietro a rettangoli neri di finestroni alti immensi , e che è, proprio e solo, delle radiose giornate di Venezia che, precisamente nell estate in cui la Gandini esordiva al Palazzo delle Esposizioni del Lido, Filippo de Pisis, sceso giù dalle lagune da Cavalese dopo i funerali della madre, descriveva rapito all amico Giovanni Comisso. Alloggiava, il Maestro già autorevole ed ammirato per la sua confidenza con l universo artistico parigino che la XVI Biennale, l anno prima, aveva consacrato ammettendo una sua Natura morta marina nella sala riservata all École de Paris, accanto ad opere di un Chagall e di un Ernst -, nell atelier, in Palazzo Carminati, quasi di fronte, al di là del Canal Grande, all abitazione di Giola, di Juti Ravenna: il quale, e vedi il caso, s era visto selezionar ben sei opere per la stessa 20° Collettiva della Bevilaqua La Masa che anche alla nostra pittrice aveva aperto le porte. Altri artisti perlopiù emergenti s intende v eran presenti, individuati da una Giuria, tra i cui membri incontriamo Pio Semeghini, garantita da un Consiglio di vigilanza che annoverava Cesare Laurenti e Giuseppe Fiocco: Novati, Seibizzi, Cobianco, Neno Mori, Varagnolo, Bergamini, Santomaso, vale a dire tutti, o quasi tutti, gli esponenti del neoimpressionismo lagunare che, forgiato dalle scelte estetiche espresse dalle Biennali dell epoca siccome sottolinea giustamente Toni Toniato dominerà la scena locale in tutto il periodo che va dal 30 al 40 , soppiantando protagonisti ed eredi d altre stagioni , derive della Secessione, presagi di Novecento , fedeltà ostinate alla Scuola di Burano . In effetti, ben pochi tra loro mancheranno l appuntamento alle Collettive della Bevilacqua La Masa dipanate, anno per anno, sino alla sospensione del 1941, e che pur vedranno la presenza costante di Giola: a prova di un consenso ininterrotto di stima che toccherà i momenti più alti ed appaganti con gli inviti alla II (1935) e alla IV (1939) Quadriennale romana, inframmezzati da quello col quadro La bambina Clara Zanon al Padiglione delle arti decorative Venezia della memorabile XXI Biennale (1938) la quale, non solo dava spazio, per non dir d altri, al mentore Saetti (undici opere), a Casorati (quindici opere), a Rosai (dodici opere), ma ospitava un antologia irripetibile della pittura di paesaggio europea dell Ottocento (non vi mancavano, accanto ai maggiori nostrani da Segantini a Fattori, da Lega a Fontanesi, da De Nittis a Luigi Nono, da Favretto a Guglielmo Ciardi -, i Maestri dell Impressionismo francese, né Gauguin e Van Gogh con tre opere, o Constable e Turner rappresentato addirittura con sei tele) e una notabile retrospettiva di Renoir.

Val la pena - stimo -, è anzi corretto e doveroso, riesumar simili dati, in quanto ci consentono di disegnare, i contesti all interno dei quali e in rapporto ai quali Giola Gandini si trovò a svolgere e a consumare la sua breve ma intensa avventura di artista: condannata dal male che l aveva ferita e che ne minava la salute, se non all immobilità, certo a misurar con necessaria, durissima parsimonia i suoi spostamenti (non si allontanò mai, sembra, da Venezia), la chance non le fu tuttavia negata, dunque, d aver sottocchio, per dir così, ogni possibile occasione di aggiornamento intorno alla vicenda e agli accadimenti della cultura figurativa italiana ed europea. Ebbe l agio di costruirsi, in tal guisa, con piena ed ampia libertà di scelta, il linguaggio il vocabolario, la sintassi più consono ad impalcare in forma propria e irripetibile, al tempo stesso originale ed attuale, i fantasmi di un interiorità incline alla tenerezza e alla malinconia: quel suo tono spirituale per esprimerci con Pallucchini mosso (anzi, commosso) da un emozione inquieta [ &] stupita e dolorosa . Ove, infatti, si volesse tentar di capire e spiegare la tecnica magica , che invera la poetica di Giola, come l esito di un rovello attorno a pochi, scarni e causali dati d informazione, speso nelle privazioni e nelle penitenze di una prigionia obbligata e obbligatoria peggio: come il risultato di una naïveté altrettanto prodigiosa che improbabile si finirebbe per disconoscerne l' autentica, elevatissima temperatura stilistica, che maggiormente spicca e assume autorità perché scaturisce da un laboratorio complesso di vagli, di opzioni, di azzardi, di sfide. Non solo la grazia, la gentilezza, l' indubitabile bellezza, nell'ora quasi del crepuscolo, delle luci sulle singole case o, al mezzodì, la grande luce panica che unifica e distingue e permette all unità di trasferirsi dall alto della sensibilità della ragione e dell anima , che prendevano e incantavano Guidi e Semeghini, potevano stimolare e appagare la pittrice, la quale ne imbeveva il colore e la forma delle sue nature morte, delle sue vedute, dei suoi ritratti e autoritratti, delle sue ignude. Orizzonti di esperienze linguistiche e stilistiche si dipanavano e si succedevano poco lungi dallo studio di San Geremia: poteva attingerli, penetrarli, muovercisi dentro. Come gli altri giovani artisti che, accanto a lei, esponevano alle Collettive della Bevilacqua La Masa, era in grado di introdursi nell' Europa percorrendo l abbiam già annotato le edizioni della Biennale degli Anni Trenta, per lasciarsi andare ai dubbi e alle conquiste dell' autentica arte moderna scrive Franco Miracco -, indagando su Cèzanne, Renoir, Modigliani [la memorabile personale curata da Lionello Ventura per l edizione del 1930], non esclusi i padri fondatori del vero realismo e del vero romanticismo, Courbet e Delacroix . Ma non solo, direi. Che e cosa affacciavano in quegli anni a Venezia, le attivissime gallerie d arte: Arcobaleno , ad esempio? Esponeva, per fare un nome avanti tutti, quel Kokoscka che, sin dagli anni Venti, si muove per Venezia e dei cui modi Giola si rivela consapevole e risentita? Non mi risulta, in effetti, che sia stato presente alle Biennali del decennio fatidico. E Marquet e Dufy, che son a Venezia, rispettivamente, nel 1936 e nel 1938? E poteva allora comprendere, Giola, e farne tesoro, come e perché de Pisis ancora, e Guidi e altri, tanta lezione avessero assunto a fondamento del rinnovamento, appunto moderno, di quella altissima e abbagliante tradizione veneta, che non poteva non illuminarla allorché riusciva a spostarsi per chiese, e Scuole grandi e per le sale dell Accademia e del Correr. Sulla figura e sull opera di Angiola Gandini, dopo l'esposizione commemorativa di una trentina di sue pitture voluta da Martinazzoli, Pallucchini, Saetti e tenuta tra 20 dicembre 1941 e 20 gennaio 1942 in Palazzo Reale, nell ambito della 32° Collettiva della Bevilacqua La Masa, cala improvvisamente il silenzio, quasi che il suo nome, giusta il rassegnato epitaffio di Keats, fosse stato scritto nell acqua da un destino beffardo che avrebbe troncato, prima che potessero compiersene le promesse, una vicenda che poteva essere fulgida e sarebbe rimasta, viceversa, sospesa e inutile come un bocciolo appassito prima di fiorire. In realtà l avventura artistica di Giola si compie e suggella nella breve stagione ch ebbe in sorte, e certo magari oscuramente ella ne era consapevole quel tanto che bastava per impegnarvi ed esaurirvi tutto il fervore della sua creatività, asservendola alla disciplina di un rigore inflessibile. L'esposizione, altamente benemerita, che ora, a sessant anni dal provvisorio congedo in Palazzo Reale a Venezia, emenda una lacuna insopportabile, non potrà che preludere a una catalogazione sistematica dell opera e ad una meticolosa ricostruzione dell attività di Giola nei suoi complessi contesti, affinché, una volta per tutte, il suo nome sia consegnato, e nella posizione che merita, alla storia della pittura italiana del Novecento.

Lionello Puppi

 

Le ragioni di una mostra


Nell agosto del 1948 il critico del "Gazzettino sera" di Venezia, Guido Perocco, nel recensire la II mostra dell'Opera Bevilacqua La Masa, ricordava, a sette anni dalla morte, la pittrice Giola Gandini, di cui auspicava in breve una retrospettiva alla Biennale. Da quell'agosto su Giola è sceso il silenzio che solo oggi dopo oltre mezzo secolo dalla sua precoce scomparsa viene rotto.
Il lavoro dell'amico Sergio Rossi e di Consuelo Lollobrigida, nonché l'affetto e la dedizione con cui gli eredi hanno conservato in tutti questi anni le oltre duecento opere che l'artista ci ha lasciato, hanno permesso di riscoprire l'opera della Gandini e di organizzarne la prima mostra dopo cinquantaquattro anni da quell'agosto.Il suo percorso artistico si è consumato velocemente. In poco più di un decennio Giola ha partecipato con successo a quasi tutte le maggiori esposizioni del tempo: dalla Quadriennale di Roma alla Biennale di Venezia, dalla Bevilacqua La Masa alla Mostra Intersindacale di Napoli. I suoi ritratti così lirici, le sue suggestioni paesaggistiche, la sua profonda ricerca del sé si incardinano nella contemporanea pittura d'avanguardia europea: Kokoschka e Picasso pre-cubista; Bonnard e Derain. Ma anche degli italiani Casorati o il primo Mafai. Rimane aperta la fondamentale questione di datazione della gran parte delle sue opere, che solo studi successivi potranno ricostruire, contribuendo a riconsegnare il profilo artistico di una pittrice che entra di buon diritto nella storia dell'arte italiana della prima metà del Novecento.

Claudio Strinati
Soprintendente per il Polo Museale di Roma e del Lazio



2003 - Eveline Melcher

galleria Palladio. Roma

con il patrocinio del Comune di Roma


Nata a Maria Zell in Austria, Eveline Melcher Austria, trascorre la sua infanzia a Vienna, in Olanda, in Francia, in Italia e in Danimarca.
Lavora come decoratrice da "Bonnard" in Lausanne, Svizzera. 1964-1968 Su offerta della "Marzotto" si trasferisce a Roma per occuparsi della decorazione e dell'allestimento delle vetrine dei grandi magazzini "Fuso d'oro" in Italia. 1968 Lavora freelands per varie ditte - (Luisa Spagnoli, Roland's - Arte Vetrina - I Pooh) in Italia e in Francia, dove allestisce gli stand per il "PrËt a porter" a Parigi e si occupa della coreografia dei defilÈ. 1872-1976 Incomincia la sua collaborazione nel cinema e nella televisione come costumista e scenografa. Crea il trucco espressionista nel film d'arte su Oskar Kokoschka "M–rder Hoffnung der Frauen" ispirandosi alle stesse opere del maestro. 1976-1982 Approda alla fotografia attraverso il cinema - lavora sempre nel ramo della decorazione e segue le sue ricerche sulla "pittura e scultura fotografica". 1982-2001 Studia decorazione e scenografia al "Anva" di Kopenhagen. 1959-1963.

 

Breve Nota Critica

Le opere di Eveline Melcher, esposte in questa occasione, provocano una serie di riflessioni e aprono spazi per alcune considerazioni in grado di abbracciare più campi del fare artistico. La fotografia, quale strumento di comunicazione, è una scrittura di significati provvista di un proprio sistema di codici, di un linguaggio artistico dotato di una propria autonomia e di un illimitato ambito di ricerca. La feconda sperimentazione condotta da ormai quasi un secolo ha portato a esiti straordinari ed infiniti, in grado di produrre realtà che solo la fotografia può indagare. Sistemi di ricerca e lavoro ormai acquisiti da tempo e che fanno parte della storia e della ricerca dell'espressione artistica fotografica. Una visione alternativa del mondo fenomenico, come quella proposta da Eveline Melcher nasce, prima in fase sperimentale, poi come sistema di lavoro acquisito, già a partire dagli anni Quaranta da maestri quali Harry Callahan, Ernst Haas, Eliot Porter o Ansel Adams, che fanno, chi dall'astrazione dal reale, chi dalla ricerca cromatica e soprattutto di un senso di spirituale apportato alla fotografia - novità per quel tempo -, la loro identità ed espressione fotografica. Nelle opere di Eveline Melcher, ogni oggetto-soggetto può diventare un "essere" elevato al rango di espressione artistica vitale, attraverso una mimesi attenta, capace di scendere di scala e carpire l'essenza di una situazione per ricrearne poi una nuova. Attraverso l'astrazione e la decontestualizzazione del soggetto dal suo intorno quotidiano è possibile immaginare, e quindi creare, un'altra realtà e un'altra dimensione, proiettata in un diverso scenario che solo un occhio attento e una mente fantastica può ricercare e generare. In tale mondo e in tale ottica, la metamorfosi del brutto che Eveline propone, si dispone su uno di questi scenari quotidiani, dove si muovono infinite soluzioni, qui rese possibili grazie alla sensibilità dell'artista e alla sua straordinaria forza ricercatrice. Un movimento continuo di analisi e studio della natura delle cose permea ed incide le atmosfere create in queste sue opere, dove la fotografia è il mezzo di creazione, e dove la natura, grazie ai suoi stessi strumenti, ad esempio la luce del sole, provvede alla riproduzione automatica di sé stessa. Queste visioni incantate riconducono sempre ai microcosmi quotidiani. Luoghi popolati da esseri reali ed essenze spirituali, fatti di geometrie, forme, luci, ombre e soprattutto colori. Luoghi popolati da esseri infinitamente piccoli se ricondotti alle loro realtà, se inseriti nel loro mondo e rapportati alla propria scala di valori. Esseri nuovi, ricreati e rigenerati se esplosi e proiettati in altre dimensioni e scenari, se velati da un'aura di onirica e visionaria luce. Un'ispirazione costante nel tempo quella di Eveline, sempre riconducibile alla vita quotidiana, alla diversa natura delle cose e all'immensità dell'infinito. Per poter varcare la soglia della realtà tangibile e materiale ed entrare così negli scenari, nelle visioni e nelle dimensioni create dall'artista, è necessaria cautela, partecipazione ed uno spirito puro per lasciarsi poi completamente avvolgere dalle atmosfere proposte fino a esserne parte di esse. I "colori quotidiani" di Eveline Melcher sono capaci di regalarci momenti di poetica riflessione sulle valore artistico dello spazio quotidiano e delle varie e distanti componenti che lo popolano. Questa è l'infinita possibilità della fotografia e dei suoi interpreti.


Consuelo Lollobrigida


 

2003 - Paco del Pino
galleria Palladio. Roma

 

Paco del Pino è nato nel 1950 a Torrenuova (Granada) dove ha studiato arte, si è dedicato alla pittura e ha frequentato l'atelier di incisione della fondazione Rodriguez Acosta. Pittore, fotografo e cantautore da alcuni decenni vive e lavora a Roma.
Ha esposto in Italia alla Yanika, e all'Associazione Artistica L.I.A di Roma, all'Accademia d'Europa, al III Premio Massenzio Arte di Roma, al centro L. Di Sarro e all'Ente Provinciale per il Turismo di Roma.

breve nota critica

Qui siamo oltre la pura - e non diciamo certo semplice - propensione dell'artista all'incessante scoperta di tutto ciò che può dare un'emozione, riproducibile in un segno di comunicazione. Nella ricerca di Paco del Pino c'é il desiderio di ritrovare la traccia primordiale, il graffito della sensualità. L'autore immagina che questo graffito sia connaturato alla storia dell'uomo, al suo destino culturale, e perciò fatalmente presente in ogni tempo successivo alla creazione, nelle impronte casuali molto più che in quelle costruite con intenzione. Una fede alchemica, la sua, che pretende, e ottiene dalla realtà degradata una splendida quintessenza.
Ecco dunque spiegato il suo girovagare, come un archeologo di sentimenti, o meglio come un mago, fra muri cadenti e scorci di natura simulatamente abbandonata: in questi scenari di iniziatica solitudine si nasconde pudicamente la fortuna, il tesoro,, l'affascinante origine dell'arcano messaggio. Questo richiamo profondo, che scaturisce dalla fonte primordiale del nostro desiderio, si imprime nel magico segnale visivo presente in ogni opera di Paco del Pino. Da quel segnale noi possiamo partire per quello che da sempre è il più seducente dei viaggi: nella fantasia, nel sogno. Ovvero, nella sublime concretezza spirituale della forma.
Giacomo Carioti


....... Paco del Pino qui opera una sovrapposizione di tecniche in uno sperimentalismo di metamorfosi materiche per un'espressione artistica, metapittorica e metafotografica in funzione di autentico work in progress.
Claudio Rendina


 

2003 - Rino Regoli
galleria Palladio. Roma

fotografo artistico le cui opere si sono potute ammirare all’ultima Quadriennale, propone le sue fotografie dirompenti per perfezione tecnica, mai digitalizzata, e poesia visiva pura. Il soggetto e’ il fiore visto dai mille occhi e dalle mille inquadrature di uno sguardo che riesce ad andare oltre il già fatto e il già visto.


2007 - Carlo Venafra
Torretta Valadier, Roma

E' il 1962 quando Carlo Venafra, a Londra per un corso di specializzazione commerciale, inizia la sua attività espositiva. In questa prima personale espone, tra le altre, St. Paul Cathedral, La guardia della regina in parata e La nostra casa a Regent Street, opere che in nuce contengono tutti gli elementi formali caratteristici della successiva produzione artistica: attenzione al dato reale reso in maniera antinaturalistica, vigorosa forza espressiva del colore, ambientazione spesso onirica o fantastica.
Sono questi gli anni che vedono indiscussi protagonisti del mondo dell'arte uomini come Warhol o Rotella; sono gli anni della Pop Art, delle Neoavanguardie, dell'arte che consumisticamente si crea e si distrugge.
Carlo Venafra non si lascia sedurre dalla moda e dalle lusinghe del successo. Prosegue il cammino esattamente da dove era iniziato e, forte degli apprezzamenti che il suo amico fraterno, critico d'arte e professore d'Accademia, Salvatore Vendittelli, gli dispensa, dipinge ed espone in giro per il mondo: India, Africa, Medio Oriente non sono solo mete di soggiorni che l'azienda per la quale lavora gli propone, ma anche luoghi, spazi ed emozioni che ha la possibilità di esprimere attraverso opere, in cui il colore diventa definitivamente il mezzo eloquente a lui più idoneo. Nel 1968, infatti, al Museo Nazionale Somalo Garesa di Mogadiscio, riaperto tre anni prima proprio grazie all'intraprendenza di Venafra, espone, tra gli altri, Il Mullah e il suo Darwish che si può considerare il primo significativo punto di arrivo della sua ricerca. Gli elementi formali trovano in quest'opera una compiuta applicazione e il dipinto nella sua interezza si presenta come una sintesi di esperienze che traggono, appunto, dalla «coordinazione dei colori», come dirà lui stesso molto più tardi, massima completezza e personale interpretazione del dato reale. In quest'opera protagonista, oltre al colore, è l'Oriente inteso come consapevole metafora spirituale, quell'Oriente che susciterà in Venafra, italiano nato e cresciuto in Egitto, terra dei grandi opposti e delle forti contraddizioni, le emozioni più contrastanti testimoniate dalla sua produzione successiva. Nasceranno con questo spirito 11 Beduino (1987), Caccia al Branco (1990), dipinti in cui «le sue impressioni e sensazioni» diventano estetica, consapevole ragione d'essere, un freudiano riversarsi e riconoscersi. I colori continuano ad accompagnare le sue opere: terre intense come in Prova di coraggio (1987), in Tempo di bere (1993) o in Agitazione nel branco (1993); blu, più freddi, dove però le accorte lumeggiature bianche conferiscono un'aura di struggente poesia come nella bellissima Risveglio dei pupazzi (1995). Quest'ultimo in particolare si avvicina all'interessante serie degli Esoterici che l'artista dipinge tra il 1982 e il 1996 e dove la sua cifra stilistica si accompagna ad un insieme, a volte immaginario, di temi che richiamano la cultura ebraico-cabalistico o mitologico¬paganeggiante.
Nelle ultime opere il segno si fa più deciso, più duro ed evidenzia un sensibile processo di astrazione dell'immagine che assurge così al ruolo di icona, come nel commovente Fra sogno e realtà (1992) che si può senz'altro considerare un capolavoro assoluto di tutta la produzione del maestro. Questa retrospettiva vuole rendere omaggio ad un artista, prematuramente scomparso, che non ha seguito, per scelta e convinzione, le tendenze del momento. I circa quarant'anni di attività artistica di Carlo Venafra possono essere stimati un coerente percorso alla ricerca del mezzo più adatto alla concretizzazione «del piacere, dell'emozione, dello stile».
Un mondo, il suo, ora fantastico e visionario, ora evocativo e mediatico, fatto di paesaggi e di animali, di donne e di uomini, di realtà e di sogni che, unito alla forza della sua espressione formale, ha saputo regalarci a volte con cruda violenza, altre volte ricorrendo alla più raffinata metrica poetica. Consuelo Lollobrigida

 

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