E’ possibile rinvenire in pieno
centro di Roma un tesoro d’arte
ignorato? Se parlassimo di un reperto
archeologico la sorpresa sarebbe relativa.
Roma è talmente piena di antichità
che basta scavare solo un po’ sotto
la sua superficie per fare nuove emozionati
scoperte… . Il nostro però
è un caso completamente diverso;
non siamo infatti di fronte ad un manufatto
archeologico, bensì ad un edificio
costruito negli anni venti del Novecento
(nella centralissima piazza del Parlamento),
davanti al quale scorre ogni giorno indifferente
il caotico traffico dell’Urbe.
“Il Palazzo Nuovo della Banca d’Italia”
si potrebbe presentare così. Nato
dalla paziente ed ostinata ricerca di
due dipendenti dell’Istituto (dr.
M. Berri ed arch. M. Pagliara), che hanno
trasmesso il loro contagioso entusiasmo
ad una qualificata studiosa d’Arte
del Novecento romano(prof. Anna Maria
Damigella), il libro narra di un “Palazzo”
portato a compimento, subito dopo la prima
guerra mondiale, dall’architetto
Marcello Piacentini, su precisa volontà
del primo Governatore della Banca d’Italia,
Bonaldo Stringher.
Questi
aveva individuato la necessità
strategica per l’Istituto –
all’epoca non ancora istituzione
pubblica, ma semplice banca commerciale
– di aprire la propria sede operativa
lungo l’asse di via del Corso (allora
Corso Umberto I° ), dove erano già
insediate tutte le altre banche del Regno.
Ma se Bonaldo Stringher è il paladino
e l’artefice della costruzione del
nuovo “Palazzo”, alle sue
spalle troviamo sempre la figura di Marcello
Piacentini nelle vesti, oltre che di costruttore,
anche di suggeritore per l’abbellimento
dell’edificio. Il nostro architetto,
che aveva acquisito nella seconda decade
del Novecento una profonda e capillare
conoscenza dell’ambiente artistico
romano (aveva tra l’altro curato
gli allestimenti delle Secessioni romane
del 1914 e 1915), consiglia a Stringher
di ornare gli ambienti di rappresentanza
del “Palazzo” con due significative
opere d’Arte: una scultorea ed una
pittorica, volte ad esaltare l’importanza
della funzione bancaria nel giovane stato
unitario.
All’uopo
fornisce anche una rosa di nominativi
dei migliori artisti italiani in grado
di portare a compimento l’impresa.
Stringher sceglierà così
Arturo Dazzi per l’opera scultorea,
destinata ad abbellire il Salone del Pubblico
e Giulio Bargellini per gli affreschi
che dovranno impreziosire la Sala del
Consiglio. A completare l’ornamento
di quest’ultima provvederà
poi il giovane scultore Antonio Maraini,
amico intimo del Bargellini, con un bel
rilievo in stucco.
Tutte queste opere, considerate allora
tra i capolavori dei tre artisti, non
erano più visibili da tempo immemorabile
al pubblico ed alla critica. Anzi la gigantesca
lunetta marmorea (lunga più di
dodici metri) di Arturo Dazzi si era addirittura
volatilizzata dal “Palazzo”
senza lasciare traccia, dopo i lavori
di ristrutturazione del Salone del pubblico,
avvenuti ad opera del Banco di Santo Spirito,
subentrato nella proprietà dello
stabile, alla fine degli anni sessanta
del Novecento.
Tra i meriti degli autori del libro, oltre
gli approfondimenti monografici di questi
quattro illustri artisti - inspiegabilmente
trascurati dalla critica contemporanea
- va anche, grazie al paziente lavoro
di archivio, il fortunato ritrovamento
del bassorilievo di Arturo Dazzi, scomparso
da più di quaranta anni.
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