In
tempi antichi Ercolano era una piccola città
italica con piano regolatore di tipo ippodameo
(dal nome di Ippòdamo di Mileto,
urbanista greco del VI secolo a.C.), cioè
con strade che si incrociano ad angolo retto,
sul modello forse di quello di Neapolis.
Subì, come Pompei, l'influenza culturale
ellenistica. Situata ai piedi del Vesuvio,
distava appena quattro miglia da Neapolis.
Circa
le sue origini, poco note, Dionigi d'Alicarnasso
la voleva fondata da Eracle e, quindi, al
di là d'ogni implicazione leggendaria,
la riteneva d'origine greca, mentre Strabone
– poco attendibilmente – la
riteneva una città osca in seguito
conquistata dagli Etruschi e dai Pelasgi
e quindi dai Sanniti, prima di diventare
cittadina romana.
La
vita della città continuò
fino alla prima età imperiale senza
avvenimenti di rilievo. Ercolano rimase
un piccolo centro di provincia, favorito
da un clima e da un paesaggio incantevoli.
Fu luogo preferito di romani colti e benestanti
- non tanto in città ma particolarmente
nella suburbana Villa dei papiri - e protetto
da potenti uomini politici vicini alla famiglia
imperiale. Ebbe particolare protezione da
Marco Nonio Balbo, proconsole di Vespasiano
per la provincia romana che comprendeva
Creta e la Cirenaica.
Già
gravemente danneggiata dal terremoto del
62, la città venne poi distrutta
dall'eruzione del Vesuvio (79), che la coprì
con un'ingente massa di fango, cenere ed
altri materiali eruttivi trascinati dall'acqua
piovana che, penetrando in ogni apertura,
si solidificò in uno strato compatto
e duro di 15-20 metri. L'eruzione
del Vesuvio si articolò in due fasi:
la prima fu della durata complessiva di
12 ore, con caduta di pomici bianche e grigie;
la seconda della durata di sette ore costituita
dall'alternarsi di nubi ardenti e di colate
piroclastiche. E fu questa seconda fase
che colpì principalmente Ercolano,
seppellendola sotto una coltre di oltre
20 metri.
A
seguito di analisi termogravimetriche si
è sostenuto che la temperatura fosse
di circa 300-320 °C. Questa temperatura
avrebbe permesso la conservazione dei papiri,
ritrovati nella villa conosciuta come Villa
dei Papiri o dei Pisoni, che si sono conservati
in condizioni più o meno buone a
seguito di un processo di carbonizzazione.
Se ciò fosse vero non si capirebbe
come in alcuni edifici - ad esempio nelle
Terme suburbane - il legno si conserva nel
colore naturale: una porta gira ancora sui
cardini originali. Si può supporre
che un'elevata temperatura abbia coinvolto
solo alcune parti della città. Ercolano,
come città, non scomparì:
anzi fu in seguito costruita una nuova città
sullo stesso sito che ospitava quella antica,
anche se non rivestì più l'importanza
dell'insediamento precedente.
Col
trascorrere del tempo, la memoria dell'esistenza
della città antica si perse, e fu
dimenticata per molti secoli. Finché,
nel XVIII secolo, per puro caso, se ne riscoprì
l'esistenza: durante i lavori per un pozzo,
infatti, vennero alla luce diversi oggetti
d'epoca romana. Iniziarono così i
lavori di scavo, ancora oggi in corso, e
resi difficili dallo sviluppo della cittadina
moderna, sotto cui probabilmente ci sono
ancora importanti reperti. Solo
nella seconda metà degli anni '60,
il nome Resina, dato alla nuova città,
fu sostituito da quello antico, italianizzato,
tornando ad essere chiamata Ercolano. Dal
1997, l'area archeologica di Ercolano fa
parte dei Patrimoni dell'umanità
dell'UNESCO.
Tra
le altre case normalmente chiuse entreremo
nella Casa del Bicentenario.
La casa più grande ed elegante della
zona del Foro era però la Casa del
Bicentenario, portata alla luce nell'ottobre
del 1938, quando ricorreva il secondo centenario
degli scavi di Ercolano. Regolare nell'impianto,
la casa presenta un ampio e solenne atrio
tuscanico con tetto compluviato e pavimento
a mosaico bianco e nero. Le pareti sono
decorate con finte architetture ed animali,
secondo il quarto stile pittorico. Sul fondo
è il tablino, fiancheggiato dalle
due alae, di cui quella a destra risulta
separata dall'atrio mediante un elaborato
cancello ligneo a transenna: forse qui erano
conservati degli oggetti preziosi, oppure
vi s'esponevano le imagines maiorum. Ben
conservato è il tablino, col pavimento
in opus tessellatum bianco listato di nero
includente al centro un quadro rettangolare
in opus sectile contornato da una fascia
a treccia. La decorazione pittorica è
finissima: in basso corre uno zoccolo nero
con elementi vegetali; quindi la parete
risulta divisa da eleganti fasce con tralci,
volute, mascherette e vasi in tre pannelli,
di cui quello centrale ornato da un quadro
figurato, mentre in quelli laterali sono
dei piccoli medaglioni; al di sopra è
una fascia con amorini cacciatori su fondo
nero. Al piano superiore erano dei modesti
alloggi, probabilmente dati in affitto a
qualche famiglia quando la casa perse, almeno
in parte, il suo carattere nobile. Qui,
sulla parete di fondo d'un piccolo ambiente,
si vede un pannello d'intonaco con un grande
segno di croce tracciato in profondità,
nel quale poteva essere incassata una croce
lignea in seguito asportata. Due pannelli
in legno dovevano proteggere da sguardi
indiscreti la croce, al di sotto della quale
era un piccolo armadio ligneo, vicino nella
forma agli altari sui quali venivano innalzati
i larari domestici ad Ercolano e Pompei.
Tutti questi elementi sembrerebbero provare
che ci troviamo di fronte alla più
antica testimonianza del culto della Croce
e quindi un elemento importantissimo per
la storia della religione cristiana, che
sappiamo diffusa in Campania da San Paolo,
sbarcato a Pozzuoli nel 61 d.C.
Proseguiremo
le nostre visite con la visita alla Villa
dei Papiri, una villa di epoca
romana rinvenuta in epoca borbonica ad Ercolano.
La
sontuosa villa fu inizialmente esplorata
dal 1750 al 1765 attraverso una rete di
cunicoli che vennero scavati nel duro banco
di roccia vulcanica sotto la direzione dell'ingegnere
svizzero Karl Jakob Weber il quale realizzò
una accuratissima mappa della villa, che
tutt'oggi resta per gran parte sepolta.
I primi scavi permisero l'accesso ad una
ricca biblioteca nella quale furono rinvenuti
1826 rotoli di papiro, che diedero il nome
alla villa, contenenti soprattutto testi
greci.
La
villa doveva appartenere ad un nobile romano
facoltoso e colto, forse identificabile
in Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, suocero
di Giulio Cesare e console nel 58 a.C. oppure,
stando ad alcuni recenti studi epigrafici,
in Appio Claudio Pulcro, cognato di Lucullo
e console nel 38 a.C..
Il
complesso di statue rinvenute nella villa
si trova al primo piano del museo archeologico
di Napoli, nell'ala occidentale, sale CXIV-CXVII.
L'allestimento espositivo fu curato nel
1973 da Alfonso de Franciscis e da Enrica
Pozzi. La
villa aveva un grande peristilio con viridarium
(giardino) e natatio (piscina), dove erano
sistemate delle erme-ritratto sia di condottieri
e sovrani che di filosofi e letterati greci.
A queste si affiancavano statue di ispirazione
ellenica. Tra queste un satiro ebbro. Tra
le statue più importanti vi sono
un Hermes in riposo ed una testa raffigurante
probabilmente Seneca. Gli
scavi della villa sono tutt'ora in corso,
e proseguono lentamente sia a causa delle
oggettive difficoltà negli scavi
che per la cronica mancanza di fondi. Recente
è il ritrovamento di un prezioso
trono in legno ed avorio.
Nel pomeriggio ci sposteremo per la visita
della Villa Regina a Boscoreale,
l’unica villa rustica interamente
scavata e recentemente restaurata.
Villa
Regina è l’unica villa rustica
interamente scavata delle numerose dimore
specializzate nella produzione agricola
presenti sul territorio pompeiano. E’
composta da vari ambienti disposti sui tre
lati di un cortile scoperto che ospita la
cella vinaria con diciotto dolia (orci per
la conservazione del vino). L’attività
principale era infatti la produzione del
vino.
Nella villa si conservano alcuni calchi
degli infissi in legno di porte e finestre.
La visita permette l’accesso all’ampio
porticato, al torcularium con i resti del
torchio ligneo ed i fori e pozzetti per
il suo ancoraggio al suolo, la vasca di
premitura ed il contenitore per la raccolta
del mosto; si potrà visitare il triclinio,
dalle pareti decorate da pitture attribuite
alla fase di transizione tra il III e il
IV stile; la cucina, in disuso al momento
dell’eruzione, con forno in muratura
e focolare al centro della stanza, un vano
di servizio con la cisterna per l’acqua,
sormontata da un vaso di argilla ; il granaio
per la conservazione di fieno, cereali e
legumi, adiacente all’aia scoperta.
La villa, che presentava anche un piano
superiore, è databile nel suo impianto
originario al I sec. a.C. e fu ampliata
in almeno due fasi successive in età
augustea e giulio-claudia. Nel portico venne
ritrovato durante lo scavo un carro da trasporto
(plaustrum), di cui restano evidenti, in
una stradina adiacente alla villa, i solchi
lasciati dalle ruote nel terreno. Il piano
di calpestio dell’area circostante
la villa è costituito dal terreno
agricolo del 79 d.C., che conserva le tracce
delle antiche coltivazioni e di cui sono
stati eseguiti i calchi delle radici di
vite. Accanto ad esse sono state ripiantate
le viti per la ricostruzione dimostrativa
dell’impianto del vigneto. Lungo le
pareti dello scavo la stratigrafia del terreno
mostra chiaramente la successione dei depositi
di materiale piroclastico determinati dall’eruzione
del 79 d.C. che causò la distruzione
della piccola fattoria.