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Dalla
venuta a Roma di San Pietro fino ad epoche a noi più
recenti, la città capitolina ha costantemente avuto
il privilegio di ospitare, in tutti i secoli, uomini e
donne che hanno fatto la storia della Cristianità
nel mondo.
Dopo
i travagliati inizi del Cristianesimo e le lunghe stagioni
di persecuzioni, da quelle di Tiberio nel I sec. d.C.
a quella tremenda di Diocleziano alla fine del III sec.
d.C., grazie all'Imperatore Costantino, con l'editto di
Milano del 313 d.C. si sanciva la libertà di culto
religioso all'interno dell'Impero. Quasi un secolo più
tardi, con Onorio, la religione cristiana diventava la
religione ufficiale dell'Impero. E' in questa fase storica
e cronologica che in città vengono realizzate le
prime grandi basiliche, come l'antica San Pietro, Santa
Maria Maggiore e San Giovanni in Laterano, la cattedrale
di Roma, mentre le catacombe, gli antichi cimiteri che
sorgevano al di fuori del perimetro murario della città,
si arricchiranno con nuove strutture cultuali.
Con
la caduta di Roma, le invasioni barbariche e le conseguenti
devastazioni, l'abbandono e la rovina di parte della città,
il potere della Chiesa da spirituale si trasformerà
lentamente in "temporale" a garantire, con la
sua struttura e il suo apparato amministrativo, non solo
la fede cristiana, ma anche il fabbisogno e la sicurezza
della città.
Grazie
alla "donazione" di Carlo Magno a partire dalla
fine dell'VIII sec., si inizierà a formare il "Patrimonio
di San Pietro", il futuro Stato della Chiesa. E'
l'epoca in cui inizieranno i primi pellegrinaggi religiosi
verso l'Urbe, culminati poi, con papa Bonifacio VIII Caetani,
nella promulgazione del primo Giubileo del 1300.
Roma
era ormai diventata il centro del Cristianesimo e il viaggio
verso a Roma costituiva un atto di fede di indiscusso
valore religioso, spirituale e culturale ma che presentava
anche notevoli difficoltà. La visita della città,
delle sue basiliche, delle innumerevoli reliquie, dei
luoghi dell'uccisione dei martiri, era diventata un consuetudine
consolidata in tutta Europa.
Nel
corso di tutto il Medioevo e fino alla fine del Cinquecento,
in numerose occasioni il destino di Roma sarà legato
a quello della Chiesa e dei suoi Pontefici. Eventi importanti,
storici, che hanno effettivamente messo a dura prova la
città e i suoi abitanti: invasioni, processi, trasferimenti.
Nel Trecento, prima e unica volta, la Sede Apostolica
viene spostata, avverrà quella che storicamente
viene definita la cosiddetta "Cattività Avignonese",
ovvero il trasferimento della Sede Apostolica da Roma
ad Avignone, in Provenza, nel Sud della Francia; la venuta
a Roma di Martin Lutero e la conseguente nascita del "Luteranesimo";
il Sacco di Roma del 1527 da parte dei Lanzichenecchi
capeggiati dal barone Zorzo di Frundsberg e calati in
Italia per volere dell'Imperatore Carlo V; lo Scisma Anglicano
con Enrico VIII. E Roma sarà teatro di altre drammatiche
ed importanti vicende, dal processo a Galileo Galilei
a quello inquisitorio contro Giordano Bruno.
le
dimore dei santi
In questo lungo arco temporale prima sinteticamente descritto
- quasi un millennio e che va dal VI al XVI secolo -,
Roma sarà il punto di riferimento, non solo di
pellegrinaggi, ma anche di tutti quegli uomini e donne
che hanno, con la loro fede, dato un contributo essenziale
all'affermazione del Cristianesimo nel mondo e che poi
sono stati canonizzati. Uomini che venivano nell'Urbe
a volte per studiare, altre volte in pellegrinaggio, altre
volte ancora semplicemente per conferire con il Papa.
Qualcuno per veder la propria regola approvata e altri
per fondare nuovi Ordini religiosi. Molto spesso non erano
romani di nascita ma a Roma hanno lungamente risieduto
e, talvolta, fondato conventi o monasteri. Altre volte
invece, attorno o nei pressi dei loro diversi luoghi di
residenza - celle, stanze, alberghi etc. -, sono sorti
nel tempo chiese e monasteri.
Passeggiando
oggi, nel Terzo Millennio, nelle strade di Roma, è
ancora possibile leggere sulle facciate dei palazzi o
delle chiese, targhe commemorative e celebrative dei luoghi
di residenza o, a volte, di semplice soggiorno, dei Santi
che a Roma hanno risieduto. Quasi sempre, nei casi cronologicamente
più datati, dal VI al XIII sec. -, si tratta di
piccoli, spogli ed angusti ambienti. Se invece si tratta
di "residenze" a noi più vicine, dal
Cinquecento in poi, ci troviamo frequentemente davanti
ad autentici gioielli d'arte, riccamente decorati. Entrambi
comunque ricchi di fascino e spiritualità.
Numerosi
sono infatti le documentazioni di ogni tipo sulla venuta
e residenza a Roma dei Santi, fino al punto che è
possibile ricostruire un percorso cronologico sulla vita
di questo o di quel santo a Roma e sui luoghi da lui visitati.
Nelle
righe seguenti, si citeranno, solo a titolo esemplificativo,
quelle residenze che per vari motivi sono le più
documentate e visibili,non tralasciando quelle dove, per
molte ragioni, non si hanno documenti e resti tali idonei
alla ricostruzione del periodo o alla identificazione
fisica delle dimore.
Santa
Cecilia
San Benedetto
San Francesco
Santa Caterina da Siena
Santa Francesca Romana
S. Ignazio di Loyola
San Filippo Neri
San Giuseppe Calasanzio
San Luigi Gonzaga
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Santa
Cecilia
Secondo antiche testimonianze, alcune datate al IV e V
secolo, sembra che la casa di una delle più importanti
e celebrate martiri dei primi secolo del cristianesimo,
Cecilia, si trovasse all'interno del rione Trastevere,
l'antico Transtiberim. Una di queste case sorte nei pressi
del Tevere, in un'area molto popolata e occupata non di
rado da horrea -antichi magazzini
- e insulae - edifici multipiano paragonabili agli attuali
condomini -, fu teatro del drammatico martirio di Santa
Cecilia e dei suoi familiari. La tradizione narra che
il prefetto Almachio avesse deciso di far uccidere la
santa soffocandola all'interno della sua casa, nell'ambiente
del balneum. Ma la leggenda racconta che una provvidenziale
rugiada piovuta dal cielo miracolosamente rinfrescò
l'ambiente consentendo alla donna di sopravvivere. A questo
punto il prefetto, più deciso che mai a perseguire
il fine del martirio, ordinò la decapitazione di
Cecilia e dei suoi cari tutti convertiti al cristianesimo,
il marito Valeriano, il cognato Tiburzio e Massimo, funzionario
che doveva attendere alla loro esecuzione. Dopo il martirio
il corpo della santa fu traslato dai cristiani all'interno
delle Catacombe di San Callisto lungo la via Appia e qui,
secoli dopo, nell'821, papa Pasquale I aveva fatto deporre
il corpo in una cassa in legno di cipresso. La tomba venne
ritrovata il 20 ottobre 1599 e poco dopo traslata nuovamente
all'interno della basilica a lei intitolata, in Trastevere.
La
visita all'area archeologica sotterranea
Nella
parte più meridionale del rione Trastevere, nei
pressi del porto di Ripa Grande, si trova la basilica
dedicata a Santa Cecilia, costruita sopra una serie di
notevoli testimonianze archeologiche corrispondenti a
diverse fasi edilizie. Una serie di campagne di scavo,
iniziate nel 1600, misero casualmente in luce alcune strutture
credute il balneum, il luogo dove, secondo tradizione,
la martire romana subì il martirio. Altri lavori,
ben più consistenti, furono intrapresi nel 1899
e nel 1901, scavando quasi tutta la superficie posta sotto
le navate della chiesa, ad una profondità di circa
3,50 metri. Grazie a questi lavoro di scavo è oggi
possibile comprendere con esattezza l'esatta destinazione
e datazione di ogni struttura venuta alla luce. Le più
antiche testimonianze rinvenute appartengono ad una domus
databile alla fine del II sec. a.C., dove si conservano
resti di alcune murature perimetrali. La domus fu ristrutturata
probabilmente in età augustea e a tale periodo
si riferisce un ambiente dotato di otto vasche circolari
interrate a quota della pavimentazione, pozzi di conserva
delle derrate alimentari. Agli inizi del II sec. d.C.,
in un momento di grande espansione della zona di Trastevere,
l'area della domus fu occupata da una costruzione di maggiore
ampiezza, un'insula, che fu costruita utilizzando parzialmente
le strutture della domus più antica. Nel secolo
successivo, III sec. d.C., l'insula fu sottoposta ad un
intervento di trasformazione, e a questa fase cronologica
e edilizia si deve situare la costruzione del cosiddetto"
bagno di Santa Cecilia" , luogo dove la Santa subì
il martirio. Nel corso del V sec., entro il 499, la comunità
cristiana locale si impossessò dell'ambiente o
di buona parte dell'intero fabbricato, utilizzando e trasformando
alcuni di questi ambienti per la costruzione del primo
titulus Sanctae Ceciliae con annesso battistero. Di questo
primo luogo cultuale non rimane quasi alcuna traccia a
causa della successiva costruzione della basilica costruita
nel IX sec. da papa Pasquale I. Quando nel 1600 fu rinvenuto
il corpo della Santa, sepolto nelle catacombe di San Callisto,
la salma fu portata nella basilica di Santa Cecilia, luogo
del martirio e qui lo scultore ticinese, Stefano Maderno,
eseguì la celebre statua in marmo del corpo della
Santa, oggi ancora custodito in una nicchia ribassata
ai piedi dell'altare e fiancheggiata da due splendidi
melograni in bronzo dorato, simboli di resurrezione. Altre
testimonianze si possono osservare nella cappella di Santa
Cecilia, nella navata destra della chiesa, decorata con
deliziosi affreschi. La facciata della chiesa medievale
presenta un bellissimo portico su colonne di spoglio,
nel cui fregio vi sono piccoli medaglioni raffiguranti
uno il volto della Santa e l'altre parte dei familiari.
Bellissimo inoltre il monumento sepolcrale del card. Sfrondati,
posto nella parete di destra del portico, che ricorda
il miracoloso ritrovamento del corpo della Santa all'interno
delle catacombe.
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San
Benedetto
La venuta a Roma di San Benedetto
è documentata da numerose testimonianze e soprattutto
da quanto scritto dal suo principale biografo, Gregorio
Magno.
l'area
La presunta casa paterna di San Benedetto si trovava nel
rione di Trastevere, a poche decine di metri dall'Isola
Tiberina. La cosiddetta domus Aniciorum, il palazzo degli
Anici, si doveva trovare, secondo la pia leggenda, nei
pressi dell'attuale piazza in Piscinula. Alcuni ruderi
erano effettivamente visibili nel XVII e XVIII secolo
nei pressi della chiesa di San Benedetto in Piscinula,
ma di tali resti oggi non resta più traccia e qualsiasi
individuazione topografica, e identificazione con il Palazzo
degli Anici, risulta estremamente ipotetica e si deve
solo alla tradizione. Le uniche testimonianze archeologiche
rinvenute nell'area di certa attribuzione si riferiscono
alla presenza di bagni, pubblici, da cui il toponimo "in
Piscinula", menzionato per la prima volta nel XII
secolo.
il
soggiorno romano di san Benedetto
Come già detto, le uniche e più attendibili
notizie riguardo San Benedetto e la sua venuta a Roma
si devono ai Dialoghi di San Gregorio Magno, quasi contemporaneo
del Santo e che quindi poté avere notizie abbastanza
certe e attendibili. Nato a Norcia intorno al 470 da famiglia
agiata, Benedetto giunse a Roma tra il 485 e il 490, accompagnato
dalla nutrice, per proseguire gli studi superiori, ma
subito dopo abbandonò la città per dedicarsi
completamente alla vita monastica. Il luogo esatto della
sua residenza non è noto e ciò che si suppone
essere stata la sua stanza durante il soggiorno romano
- la cella ancora conservata all'interno della chiesa
di San Benedetto in Piscinula -, si deve solo alla leggenda.
Fino al XII secolo non vi è alcuna menzione di
una sua casa paterna a Roma nei pressi della quale il
santo avrebbe soggiornato e dove poi in seguito sarebbe
sorta la chiesa. Forse l'appartenenza di Benedetto alla
famiglia romana degli Anici si deve ad un errore di interpretazione
documentaria. Pietro Diacono, nel XII secolo, nel suo
Liber de Viris illustribus scrive i nomi dei genitori
di Benedetto e quello del Padre, Euproprio, che però,
tale nome, nel Chronicon Sublacense , viene modificato
in Proprio, e dalla successiva probabile identificazione
di Proprio con Anicio Sesto Petronio Probo, si deve la
supposizione dell'appartenenza di Benedetto alla famiglia
dagli Anici. In effetti la presunta appartenenza del santo
a tale famiglia compare nelle fonti storiche solo dal
XV secolo, molti secoli dopo il soggiorno romano del santo.
Tale convinzione fu fortemente sostenuta ai primi del
Seicento dal card. Costantino Caetani al punto di identificare
un angusto ambiente della chiesa di san Benedetto nella
cella abitata dal Santo più di 10 secoli prima.
la
stanza del santo
La cella dove la tradizione vuole Benedetto abbia soggiornato,
si trova nella piccolissima chiesa di san Benedetto in
Piscinula, chiesa che detiene il primato del campanile
più piccolo di Roma. La chiesa, secondo i primi
documenti - il Liber Censuum di Cencio Camerario -, risale
alla fine del XII secolo. L'interno è a tre navate
asimmetriche con arcate su colonne e capitelli di spoglio,
con pareti sghembe e pavimento cosmatesco. Nell'800 la
facciata fu pesantemente rimaneggiata dall'architetto
Pietro Camporese il Giovane, fortunatamente senza modificare
il campanile romanico. La cella del Santo si trova alla
sinistra del portico, con accesso sia dal portico stesso
che da una porta aperta nella navata sinistra della chiesa.
La cella è preceduta dalla Cappella della Vergine,
un ambiente di pianta quadrata, coperta a volta a crociera
su quattro colonne e decorata con un altare che custodisce
un frammento di un affresco con la Madonna e il Bambino
. Su un lato della cappella, si apre una minuscola apertura
che da a sua volta accesso alla cella vera e propria,
un angusto e buio spazio rettangolare lungo pochi metri
e largo poco più di 1 mt ma che originariamente,
secondo le ipotesi, doveva essere di maggiori dimensioni
poi diminuite a causa forse della costruzione di una casa
alla sinistra della chiesa. Questo era il presunto luogo
del soggiorno romano di San Benedetto. Una tra le più
antiche documentazioni iconografiche del Santo, si trovano
in Trastevere, esattamente nei sotterranei della basilica
dedicata a San Crysogono, edificata per la prima volta
nel V sec. e poi successivamente rimaneggiata nel Seicento.
Qui, ad alcuni metri di profondità, su un muro
perimetrale sotterraneo, si trovano eccezionali lacerti
di affreschi, purtroppo oggi molto deteriorati, databili
al IX-X secolo e che decoravano la prima basilica, poi
interrata nel Medioevo, che raccontano con semplice ingenuità
alcune vicende della vita del Santo.
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San
Francesco d'Assisi
San
Francesco d'Assisi e Roma
Le
visite che Francesco d'Assisi fece a Roma ai primi del
Duecento sono numerose e ognuna diversa dall'altra per
scopo e durata del soggiorno. La data del primo soggiorno
romano del Santo d'Assisi dovrebbe essere quella del 1205
quando Francesco giunse a Roma da semplice pellegrino
in visita alla Basilica di San Pietro e in quell'occasione,
le cronache ci raccontano della sua indignazione rivolta
agli altri pellegrini per l'esiguità delle elemosine
che venivano gettate ai piedi della Tomba dell'Apostolo
Pietro. Francesco ritornò successivamente a Roma
ben altre quattro volte. La seconda volta nel 1209, in
compagnia di undici fratelli per ottenere il consenso
per praticare i consigli evangelici; la terza volta nel
1215 per difendere dalle critiche l'ortodossia del nuovo
modello di vita da lui adottato; la quarta volta nel 1220
per chiedere al Papa un cardinale protettore per i suoi
confratelli, figura individuata poi nella persona di Ugolino
dei conti di Segni, futuro papa Gregorio IX; l'ultima
visita forse fu la più importante, ed avvenne nel
1223, quando Francesco tornò a Roma per ottenere
l'approvazione della regola definitiva.
i
soggiorni romani di san Francesco
Come detto, Francesco giunse a Roma 5 volte. In occasione
della prima visita da semplice pellegrino è probabile
che abbia trovato alloggio in qualche locanda o giaciglio
di fortuna. La seconda volta, in veste già più
autorevole ed in compagnia di altri confratelli trovò
probabilmente rifugio in qualche convento o ospizio. Ma
dalla terza visita in poi la figura e l'importanza stessa
che Francesco iniziava a detenere, sicuramente gli consentirono,
a lui e agli altri compagni di viaggio, di trovare ospitalità
in maniera meno provvisoria e fortuita. I numerosi e ripetuti
colloqui avuti con i cardinali Giovanni Colonna, Leone
Brancaleone, Ugolino di Segni, il leggendario incontro
con San Domenico, il pranzo in casa di Matteo Orsini,
l'amicizia con Jacopa dei Settesoli ci portano a credere
che, a partire dal 1215, Francesco avrebbe potuto trovare
più comodamente ospitalità forse presso
una delle dimore di proprietà dei personaggi prima
citati o comunque aiutato da questi a trovare alloggio.
Senza certezza si possono però avanzare alcune
ipotesi di individuazione di alcuni di questi luoghi,
cercando quindi di ricostruire, almeno parzialmente, alcuni
di quei momenti. Ad esempio si può supporre che
Francesco, nella terza visita a Roma nel 1215, venne ospitato
dal card. Brancaleone in una torre delle mura aureliane
di sua proprietà e posta nei pressi della basilica
di Santa Croce in Gerusalemme, non distante dalla zona
del Laterano che a quel tempo, prima della cattività
avignonese, ospitava ancora, nei suoi immensi palazzi,
i cosiddetto Patriarchio, il papa e la Corte Pontificia.
Un'altra supposizione potrebbe rintracciare nella cosiddetta
Torre della Moletta - una torre medievale attualmente
interrata nel vasto spazio del Circo Massimo, unico resto
superstite del palazzo dei Frangipane -, uno dei luoghi
di residenza romani di Francesco che la pia vedova di
Graziano Frangipane mise a disposizione del Santo umbro.
Una traccia invece più attendibile è quella
fornita da San Bonaventura che nella Legenda Maior scrive
che uomini mandati da papa Innocenzo III trovarono Francesco
nell'Ospedale di Sant'Antonio Abate, nei pressi della
chiesa di Ss. Pietro e Marcellino, situata all'incrocio
tra via Merulana e via Labicana, sempre a poche centinaia
di metri dai palazzi lateranensi.
la
stanza del santo
Anche se controversa, l'identificazione di un ambiente
posto nella chiesa di San Francesco a Ripa in Trastevere,
appare la più fondata e probabile. Nel 1229 i Frati
Minori si insediarono all'interno della chiesa di San
Biagio (oggi dedicata a San Francesco a Ripa), posta a
poca distanza dal Tevere e dal suo porto, luogo quindi
di arrivo di mercanti e marinai bisognosi di cure. In
un ospizio posto a ridosso della primitiva chiesa, Francesco
dovette soggiornare a lungo, pagandosi l'alloggio offrendo
in cambio umili servigi ia malati. La vicenda è
raccontata per la prima volta nell'Itinerarium urbis Romae
di fra Mariano da Firenze, composto agli inizi del XVI
sec. Si accede alla cella dal fondo della chiesa. Dalla
sagrestia, salendo due rampe di scale, si arriva alla
cella di San Francesco. Il piccolo vano è decorato
da un piccolo altare ligneo addossato ad un enorme reliquario
seicentesco dal complesso meccanismo automatico. Al centro
si nota il ritratto del santo attribuito, senza fondamento,
a Margaritone d'Arezzo e commissionato da Jacopa de' Settesoli,
una amica e seguace romana del Santo. Sulla destra, custodito
e protetto dietro un'inferriata, si conserva il cuscino
di pietra usato da San Francesco per posare il capo durante
il sonno. dell'antico ospizio o ospedale, poi trasformato
in convento resta ben poco visto che fu requisito nell'800
dai bersaglieri di Lamarmora e profondamente modificato.
Leggende
e curiosità
Una leggenda del XVIII secolo narra che nel Seicento,
accanto la stanza di Francesco ve ne fosse un'altra che,
a causa dei lavori di ampliamento del coro diretti dall'architetto
Onorio Longhi, entrambi gli ambienti dovevano essere abbattuti
. A scongiurare il pericolo sembra che Francesco, la notte
precedente all'inizio dei lavori, apparve in sogno al
card. protettore dell'Ordine, Alessandro Peretti, nipote
di papa Sisto V, pregandolo di risparmiare i due ambienti.
E così fu. Un'altra tradizione, questa volta forse
più attendibile, vuole che Francesco di sua propria
mano, piantò una palma, che come ci dice il Gregorovius
nel suo Romische Tagebucher, più di sei secoli
dopo, nel 1865, fu trasferita con solennità sul
Pincio.
La
chiesa
La chiesa conserva straordinarie testimonianze artistiche.
Di origine molto antica, fu ricostruita nelle attuali
forme tardo barocche da Mattia de' Rossi nel 1689, a tre
navate. Due veri capolavori d'arte si celano all'interno,
alla fine delle navate laterali, una di fronte all'altra.
In fondo alla navata laterale destra si apre la sontuosa
cappella Pallavicini-Rospigliosi, dalle elaborate linee
barocche e decorata da magnifici marmi. Opposta, nel transetto
sinistro, si trova una delle ultime opere realizzate da
Gian Lorenzo Bernini, la famosa statua della Beata Ludovica
Albertoni, scolpita quando il Maestro aveva 77 anni.
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Santa
Francesca Romana
Una delle figure religiose certamente più legate
a Roma e si suoi luoghi è Santa Francesca Romana.
La Santa nacque e visse tutta la sua vita a Roma, dal
1384 al 1440, in un periodo storico che vedeva la città
profondamente turbata da lotte fratricide tra le famiglie
Orsini e Colonna, epidemie, gravi carestie e dal grande
Scisma d'Occidente (1378-1449). Fu canonizzata da papa
paolo V Borghese nel 1608.
la
santa e Roma
Secondo la tradizione la Santa nacque il 21 settembre
1384 da Paolo Bussa de Leoni e Iacobella Roffredeschi.
La casa paterna, di cui non conosciamo l'esatta ubicazione,
si trovava nel rione Parione, nei pressi del Circo Agonale,
attuale piazza Navona. Poche sono le notizie pervenute
dell'infanzia di Francesca ma, in alcuni documenti redatti
poco dopo la sua morte, sappiamo che nel 1395, ad appena
11 anni, aveva esternato al confessore della chiesa di
Santa Maria Nova al Foro Romano, l'intento di volersi
in futuro ritirare in un monastero. L'anno dopo, per volere
del padre ed in base ad accordi tra le due famiglie, Francesca
cominciò a frequentare la casa della nobile famiglia
romana dei Ponziani, in Trastevere. Qui conobbe il futuro
marito, Lorenzo de Ponziani, che sposò poco dopo,
dodicenne, e da cui ebbe tre figli, Battista, Evangelista
ed Agnese, gli ultimi due morti in tenera età.
Nuove tragedie dovevano mettere a dura prova la fede di
Francesca, la quale dovrà vedere il marito Lorenzo,
caporione di Trastevere, immobilizzato a letto a causa
di numerose pugnalate ricevute nel 1412 dai nemici di
papa Gregorio XII e, l'anno successivo il luogotenente
di Ladislao di Napoli, il Conte Peretto de Andreis, le
prese in ostaggio il figlio rimastole, Battista, confinandole
nelle prigioni. L'amata suocera Vannozza era morta e il
suocero Paluzzo era stato esiliato e la sua casa era stata
saccheggiata. La donna si trovava sola nel grande palazzo
de Ponziani in Trastevere a dover fronteggiare una serie
di difficili situazioni. In questi momenti di grande scoramento
Francesca troverà la forza di continuare la propria
vita dedicandosi interamente al prossimo. Saranno questi
gli anni in cui il grande palazzo trasteverino verrà
trasformato in una sorta di lazzaretto o ospizio, dove
i bisognosi trovavano sicuro riparo ed aiuto. Tutti i
beni furono messi a disposizione dei poveri e famosa fu
la grande distribuzione di enormi quantità di grano
conservate nei sotterranei del palazzo, provocando le
ire dei familiari. Numerosi altri furono i casi d'aiuto,
talvolta anche miracolosi, effettuati non solo nel palazzo
ma in tutta la città. Il 15 agosto del 1425 Francesca,
in compagnia di altre 13 amiche si recò alla chiesa
di Santa Maria Nova ed alla presenza dei monaci e del
priore, Ippolito Nucci. Era il primo passo verso la futura
fondazione. Fu individuata una grande casa nei pressi
del teatro Marcello e della Rupe Tarpea, di proprietà
di Giacomo Clarelli e il 25 marzo 1433 la nuova casa fu
inaugurata. La santa fece per tre anni la spola tra la
nuova casa e il capezzale del marito in Trastevere, morto
nel 1436. La nuova casa nel frattempo si ingrandiva grazie
a lasciti, donazioni e nuove acquisizioni, diventano ormai
un vero monastero. Quattro anni dopo, il 9 marzo del 1440
la donne si spense nella sua casa trasteverina, circondata
dal figlio Battista, dai nipotini e dalle monache accorse
al suo capezzale dal monastero e fu umilmente sepolta
accanto l'altar maggiore della chiesa di Santa Maria Nova
al Foro Romano.
Il
palazzo dei Ponziani a Ponterotto in Trastevere
La prima residenza romana di Francesca a noi nota è
il grande palazzo del marito, Lorenzo de Ponziani, posto
nel rione di Trastevere, ed esattamente in via dei Vascellari.
Il palazzo risulta oggi notevolmente trasformato a causa
di ripetuti interventi e ben poco resta della originale
struttura medievale. Un affresco raffigurante un miracolo
di santa Francesca romana e conservato nel Monastero di
Tor de Specchi ci rende solo una vaga idea, peraltro poco
attendibile, dell'aspetto dell'edificio ai primi del Quattrocento
(vedi foto). L'attuale facciata su via dei Vascellari
presenta solo pochi elementi originali quali le finestre
del piano nobile, risalenti alla metà del XV secolo.
L'interno è composto da un cortile porticato molto
rimaneggiato, da cui si ha accesso ai sotterranei con
resti di una rampa per la discesa nelle cantine delle
derrate alimentari, una sala con travature originali e
resti di affreschi e la scala che conduce al piano nobile.
Tutte le sale di questo piano sono state pesantemente
trasformate anche se si conserva, nella sala delle Adunanze,
un soffitto a travatura lignea dalle mensole con l'arme
Forteguerri simile a quella in marmo su uno spigolo esterno
del palazzo. L'arma Forteguerri è ripetuta più
volte perché la nipote Vannozza, figlia del figlio
Battista, sposò il nobile cavaliere Giovanni Forteguerri.
Nei pressi della cappella si trova l'ambiente dove la
santa si spense nel marzo 1440, costituito da una grande
e spoglia sala.
La
camera della santa nel Monastero di Tor de Specchi
Il grande complesso del Monastero di Tor de Specchi costituisce
una delle più importanti testimonianze storiche,
artistiche ed architettoniche di Roma ed è celebre
anche per il ciclo di affreschi realizzati da Antoniazzo
Romano, massimo esponente della pittura di Scuola Romana
del Quattrocento. La fondazione del monastero risale al
1433 quando sappiamo che una grande casa viene presa in
affitto dal nobile Giacomo Clarelli, composta da una grande
sala e numerose stanze. Nel 1443 fu acquistata la cosiddetta
Torre degli Specchi, così chiamata forse a causa
dei vetri concavi e rotondi che, riflettendo la luce solare,
emanavano raggi luminosi. Il monastero continuò
nel tempo ad ingrandirsi con l'acquisto di numerose altre
proprietà, fino ad assumere la forma attuale molto
estesa all'interno del rione Campitelli e composta dal
nucleo originario posto verso il Tevere e, verso il Foro,
dal chiostro e dalla chiesa. Il complesso è aperto
al pubblico solo il giorno del 9 marzo, ricorrenza della
morte della Santa. Si accede all'interno da un portale
sormontato da un affresco, oltre il quale si apre un piccolo
atrio d'accesso; da qui sulla sinistra una stretta scala
conduce ai piani superiori. A metà rampa, sulla
sinistra si apre la superba cappella che venne decorata
interamente ad affresco da Antoniazzo Romano, chiamato
dalle Oblate del Monastero ad illustrare con affreschi,
alcune scene, le più significative, della vita
della santa. Gli affreschi, realizzati tra il 1463 e il
1468 dall'artista, riempiono tutto lo spazio della piccola
cappella. Proseguendo lungo la scala si giunge al grande
refettorio, danneggiato nell'800 per l'esplosione della
polveriera di Monteverde e dove si vede, sulla sinistra,
un notevolissimo ciclo di affreschi di autore ignoto databili
al 1485. Queste scene, realizzate a monocromo verde, raffigurano
le tentazioni che il demonio fece a Francesca e sono raccontate
con vivo realismo. Sempre nella sala del refettorio si
trova la grande cassa sepolcrale che contenne il corpo
della santa. Da una piccola porta posta all'angolo della
sala, scendendo alcuni gradini, si entra nella cella della
santa vera e propria, dove sono conservati alcuni oggetti
personali.
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Santa
Caterina da Siena
Una
delle donne più importanti di tutto il medioevo,
tra le sante più amate e patrona di Roma d'Italia,
Santa Caterina da Siena ebbe durante la sua vita un rapporto
privilegiato con Roma, rimanendovi per due anni, fino
al 1380, anno della sua morte. Nata a Siena il 25 Marzo
1347 in una delle contrade più solitarie, dominata
dalla mole della chiesa di San Domenico, la Santa rimase
nella sua città natìa fino al 1378 quando
si trasferì a Roma. Molti conoscono la famosa Casa
Natale della Santa che però, a causa di notevoli
trasformazioni atte ad abbellirla, risulta profondamente
diversa dalla struttura originale. Trasformazioni del
1464 e continuati fino al 1896 ci hanno privato dell'autenticità
del luogo, donandoci invece, al posto della umile casa
natale, un sontuoso palazzo più adatto ad un ricco
mercante del Rinascimento che alla umile e modesta casa
del tintore.
la
Santa e Roma
La data del primo arrivo a Roma della santa è quella
del 28 novembre 1378. Dal rapporto epistolare tra la Santa
e i discepoli si evince che la prima casa romana, probabilmente
presa in affitto, si trovava all'interno del Rione Colonna.
Secondo alcune ipotesi formulate da studiosi, la casa
si doveva trovare in una strada situata nei pressi della
vecchia chiesa di Santa Maria in via Lata, - posta su
via del Corso e con attuale facciata rifatta nel Seicento
da Pietro da Cortona -, e che fu abbattuta nel 1887 per
la costruzione di una nuova ala del grande palazzo Odescalchi.
Un vecchio disegno datato 1835, quindi prima della sua
demolizione, ci mostra il prospetto di una casa, con un
portone sopra il quale, in una nicchia, era custodita
la statua della santa reggente il giglio e il libro.
le
stanze della Santa
Sappiamo che, poco dopo, la Caterina cambiò casa,
prendendo dimora in una casa che sorgeva nella vecchia
Via del Papa - oggi via di Santa Chiara -, prendendola
in affitto da Paola del Ferro, moglie del nobile romano
Ludovico Papazzurri. Dopo la morte della Santa negli ambienti
precedentemente abitati da questa, vi si insediarono le
monache del primo Collegio Romano delle Monache Terziarie
Domenicane e, dopo di queste, nel 1637 la Confraternita
della Ss. Annunziata e, fino al 1937, la Congregazione
di Carità. Gli ambienti furono completamente trasformati
nei secoli, con abbellimenti o demolizioni, che ne hanno
reso di difficile lettura la forma e la struttura originale.
Si accede da piazza di santa Chiara in un vestibolo affrescato,
forse l'oratorio della Confraternita, e da questo si passa
nella stanza che fu trasformata in Cappella, e decorata
con 3 altari, quello centrale dedicato alla santa titolare.
Una serie di dipinti ricordano le vicende principali della
vita della santa mentre le travature del soffitto sono
forse le uniche strutture originali. In questi ambienti,
ma ben più modesti, la santa spirò dopo
otto settimane di agonia, come racconta Barduccio Canigiani,
suo ultimo segretario, al punto da renderla quasi uno
scheletro. Il 1° Maggio 1380, due giorni dopo la morte,
il corpo fu portato in una cassa di legno di cedro, all'interno
della vicina chiesa domenicana di Santa Maria sopra Minerva
e poco dopo sepolto nel cimitero della comunità.
Nel 1385 il corpo della santa fu donato ai Senesi, un
piede venne inviato a Venezia, mentre la mano sinistra
fu donata alle monache domenicane di Ss. Domenico e Sisto
a Magnanapoli e una scapola alle monache di Santa Caterina
a Magnanapoli. Nel 1430 il priore Antonino Pierozzi fece
traslare la salma deponendola in un antico sarcofago chiudendolo
con la statua giacente realizzata da Isaia da Pisa, ponendo
il corpo nella prima cappella della navata destra, a fianco
dell'abside, della chiesa della Minerva, generando una
feroce disputa tra la potente Confraternita dei Senesi
residenti a Roma, i marchesi Capranica e i sodali della
Confraternita del Rosario. Infine, nel 1855, il corpo
fu nuovamente spostato, deponendolo, dopo solenne cerimonia,
ai piedi dell'altar maggiore della chiesa domenicana.
Nel 1630, in seguito ad un'altra disputa circa il possesso
degli oggetti della santa sorta tra i domenicani a Roma
(i monaci della Minerva, le monache dei due complessi
di Ss. Sito e Domenico e S. Caterina a Magnanapoli), salomonicamente,
il cardinale Antonio Barberini, fratello del papa Urbano
VIII, decise di dividere equamente tali beni mobili, disponendo
che 5 affreschi e il pavimento della stanza andassero
alle monache mentre altri 7 affreschi insieme alle mura
perimetrali pervenissero invece ai monaci della Minerva.
Gli affreschi portati alla Minerva e che dovevano originariamente
decorare la stanza della casa di Santa Caterina in via
del Papa-via di Santa Chiara, sono attribuiti ad Antoniazzo
Romano e a suoi allievi. Alcuni di questi affreschi sono
visibili nella stanza che impropriamente viene chiamata
"della Santa", quali una splendida Crocifissione
e un'Annunciazione, mentre altri decorano le pareti della
Cappella dell'Annunciazione, posta a metà della
navata destra della chiesa.
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Sant'
Ignazio da Loyola
Sant'Ignazio
e Roma
Sant'Ignazio giunse a Roma per la prima volta nella primavera
del 1523, in veste di pellegrino e diretto in Terrasanta.
Sappiamo dalle cronache che il Santo prese provvisoria
dimora presso la chiesa nazionale degli Spagnoli a Roma,
S. Giacomo, posta in piazza Navona. Vi ritornò,
lasciando definitivamente la sua terra d'origine, la Spagna,
nel 1537 per rimanervi stabilmente. Accompagnato da altri
due amici, Giacomo Laìnez e Pietro Fabro, quasi
alle porte di Roma, all'interno di una piccola chiesa
posta lungo la via Cassia nell'attuale località
chiamata La Storta, ebbe una visione profetica: il Santo
Padre che mettendolo alla sequela di Cristo gli diceva
Ego Vobis Romae propitius ero, io vi sarò propizio
a Roma. Poco dopo il Santo entrò con gli altri
compagni di viaggio in Roma da Porta del Popolo, da dove
non si spostò più.
Le
prime dimore romane
La prima dimora stabile fu nei pressi del Pincio, in Trinità
dei Monti, dove trovò casa insieme ai due inseparabili
compagni in una vigna posta lungo la salita di via di
San Sebastianello, messagli a disposizione da Quirino
Garzani. Nel 1538 giunsero a Roma altri compagni desiderosi
di condividere con Ignazio il nuovo cammino religioso,
anch'essi ospitati nella casa di San Sebastianello. Lo
spazio era però troppo esiguo e troppo distante
dalle chiese dove Ignazio e i compagni, dopo l'approvazione
del card. Carafa, svolgevano le prediche. Nell'aprile
del 1538 si trasferirono tutti in una casa vicino Ponte
Sisto concessagli da Pietro Cortis, agente di Carlo V
a Roma. Pochi mesi dopo ci fu un nuovo trasloco, presso
una casa di Antonio Frangipani nei pressi della Torre
del Melangolo, oggi in via dei Delfini. Il 18 Agosto del
1540 fu una data importante per la futura Compagnia di
Gesù: padre Pietro Codacio, Maestro di Camera di
papa Paolo III e unico italiano ad entrare nella Compagnia
di S. Ignazio, fu nominato con Bolla Pontificia Parroco
della piccola chiesa di Santa Maria della Strada, posta
nel rione Pigna, nei pressi dell'attuale palazzo Altieri.
Il 27 settembre 1540 arrivò la Bolla di approvazione
della Compagnia di Gesù emanata da papa Paolo III
Farnese dai suoi appartamenti di palazzo Venezia che iniziava
con le parole Regimini Militantis Ecclesiae. L'anno dopo,
nel 1541, Sant'Ignazio decise di trasferirsi nei pressi
della chiesa di Santa Maria della Strada, in una casa
che Camillo Astalli gli mise a disposizione. Alcuni mesi
dopo, il 24 giugno 1541, la Bolla Pontificia Sacrosanctae
Romanae Ecclesia, papa Paolo III concedeva in perpetuo
alla Compagnia di Gesù la chiesa di Santa Maria
della Strada. In questi stessi momenti, Ignazio, convinto
delle proprie azioni e forzato dall'esigenza di aumentare
lo spazio a disposizione dei Compagni, decise di far costruire
una casa più grande e confortevole. Lo spazio scelto,
sempre nel rione Pigna, era stato dato in enfiteusi dalla
famiglia Caffarelli e si trovava nell'attuale piazza del
Gesù. Era l'inizio della Chiesa del Gesù,
della Casa Professa e delle Camere storiche di Sant'Ignazio.
Le
Camere storiche di Sant'Ignazio
Il primo progetto di costruzione del complesso della Chiesa
del Gesù venne affidato da Ignazio a Michelangelo
nel 1554. I proventi per finanziare i nuovi lavori raccolti
fino al 1550 vennero amministrati da Diego Hurtado de
Mendoza che, con Ignazio, aveva inoltrato la richiesta
del permesso di costruire, la Licenza del Filo, ai Magistrati
di Strada. Il permesso venne ottenuto nel 1554 e il 6
ottobre venne fatta la cerimonia della posa della prima
pietra. Ma nemmeno un mese dopo, nel novembre dello stesso
anno, per motivi di interesse e confini, la licenza fu
revocata a favore di Girolamo Altieri che nell'area del
nuovo cantiere aveva proprietà. Si dovrà
attendere il 12 giugno 1568 per vedere la situazione sbloccata
a favore della Compagnia grazie soprattutto all'intervento
di Alessandro Farnese e i lavori vennero per la costruzione
della nuova chiesa furono avviati dall'architetto Jacopo
Barozzi, noto come il Vignola. Nel 1599 Girolamo Rinaldi
fu incaricato di costruire un nuovo palazzo per la Compagnia,
da porsi accanto alla chiesa e sul posto del vecchio edificio
occupato dai Gesuiti, dove si trovavano le camere dei
padri fondatori. La nuova fabbrica fu avviata non senza
polemiche sulle spese da sostenere per i nuovi lavori
e sul lasciare o no integre le vecchie stanze dei padri
fondatori. Il nuovo palazzo fu ultimato nel 1605 ed inglobò
le vecchie strutture che ospitaro o Ignazio e gli altri
fondatori. Nella seconda metà del Seicento, il
nuovo generale dell'Ordine, padre Gian Paolo Oliva, decise
di far decorare le stanze originariamente abitate da Sant'Ignazio.
Per l'opera fu scelto padre Andrea Pozzo, un giovane religioso
proveniente dalla provincia Lombarda ma originario di
Trento e che già aveva avuto modo di eseguire nel
1679 a Mondovì una notevole opera. L'artista riusci
a creare una delle più ardite e perfette illusioni
pittoriche di illusionismo spaziale realizzate fino a
quel momento, dipingendo finte prospettive, spiragli di
cielo e personaggi a grandezza reale. Il lungo vestibolo
che conduce nelle stanze di Sant'Ignazio sembra così
ancora più grande e lungo grazie proprio agli affreschi
del Pozzo che, appropriandosi dello spoglio spazio delle
pareti, lo trasforma sapientemente in una fuga prospettica
di rara bellezza. Oltre il vestibolo si aprono le camere
vere e proprie, con l'ingresso, la camera da letto, una
stanza più grande e destinata a cappella detta
della Madonna e una più piccola destinata all'attendente,
dove talvolta Ignazio trattava gli affari della Compagnia.
Qui si ammirano alcuni oggetti ed arredi originali e opere
artistiche tra le quali una tavoletta raffigurante una
Crocifissione e una tela con una Sacra Famiglia. Gli ambienti
conservano inoltre gli armadi, le reliquie, alcuni dipinti
e alcune memorie quali, ad esempio, le assi del letto
di San Francesco Borgia.
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San
Filippo Neri
San
Filippo e Roma
San Filippo Neri nacque a Firenze il 21 luglio 1515 da
Francesco Neri, notaio, e Lucrezia da Mosciano, figlia
di un umile falegname. A 18 anni, spinto dal padre, lascia
Firenze per recarsi a San Germano, presso Montecassino,
ospite dello zio Romolo, agiato mercante rinunciando a
una prospettiva di ricchezza e benessere che la famiglia
poteva garantirgli. Nel 1534, a 19 anni, lascia lo zio
Romolo e parte in pellegrinaggio per Roma. Giunto in città
viene ospitato da un suo conterraneo, Galeotto Caccia,
direttore delle Dogane Pontificie, che lo accoglie nella
sua casa del rione Sant'Eustachio in cambio dell'educazione
da impartire ai suoi due figli. Questi primi anni romani
saranno particolarmente importanti per il fiorentino che
completa la formazione spirituale alla Sapienza, dedicandosi
sempre maggiormente alla preghiera, alla carità,
alla penitenza, alle cure degli ammalati più gravi
e ai pellegrinaggi romani delle Sette Chiese. Una vita
intrisa di fede e carità cristiana che gli valse,
sin dai primi anni a Roma l'appellativo di Apostolo di
Roma. Nella notte della vigilia di pentecoste del 1544,
nelle catacombe di San Sebastiano lungo la via Appia che
Filippo amava particolarmente, mentre prega, Filippo ha
una visione
illuminante: il Signore gli si manifesta sotto forma di
globo di fuoco ardente che gli penetra nel petto spezzandogli
due costole. Trascorsero sette anni dall'evento rivelatore,
continuando a servire il Signore da Laico, aiutando i
bisognosi con opere di volontariato che lo portano negli
angoli più depressi della città, fino a
quando fonda, con altri compagni, la Confraternita della
Santissima Trinità dei Pellegrini e Convalescenti,
una sorta di scuola di volontariato. E' il 23 maggio 1551
quando, consigliato dall'amico e confessore Persiano Rosa
e spinto dalla passione, all'età di 36 anni decide
di diventare prete, in una suggestiva cerimonia celebrata
all'interno della piccola chiesa di San Tommaso in Parione.
In questi anni lascia la vecchia stanza d'affitto per
recarsi nel caseggiato attiguo alla chiesetta di San Girolamo
della Carità, nel rione Regola. Subito dopo iniziano
i lavori per ammodernare e rendere adattare i locali della
nuova casa, dove rimase per 32 anni, fino al 22 novembre
1583.
la
prima dimora romana di San Filippo
Il caseggiato di San Girolamo della Carità si apre,
oggi come allora, nella piccola ma graziosa piazza ei
Santa Caterina della Rota, a poche decine di metri da
piazza Farnese. E' un piccolo, modesto ma sereno ambiente
che il santo fiorentino inizia a ristrutturare. Poco a
poco, trasforma una stretta e angusta cella, poi rimaneggia
una vecchia stalla adattandola a cappella. In questi ambienti
Filippo riceve e riunisce per le funzioni formative nobili,
popolani, artisti, cortigiani, preti, accogliendoli fino
alle sue camere, venendo a creare un vero e proprio "cenacolo
delle anime", che in poco tempo vedrà il nascere
dell'Oratorio, la sua opera più importante e geniale.
Visto l'aumento dei partecipanti agli incontri Filippo
decide di trasferire la sede delle riunioni in una sala
più grande messagli a disposizione dal clero della
chiesa di Sant'Orsola accanto a san Giovanni dei Fiorentini
dove rimasero dal 1564 al 1577 e, successivamente, in
una casa attigua alla chiesa di Santa Maria in Vallicella,
nel rione Ponte. Durante tutti questi anni Filippo affezionatosi
alle vecchie stanze, decise ostinatamente di rimanere
a san Girolamo, difendendo caparbiamente questa sua decisione
dalle crescenti pressioni del papa che spingeva invece
in un trasferimento in ambienti più consoni al
prestigio e all'importanza che Filippo e i suoi Oratoriani,
nel tempo, avevano assunto. Nel 1563 Filippo fu colpito
da una brutta malattia che lo costrinse a letto per molto
tempo. Nonostante le insistenze dei suoi compagni Filippo
continuò a rimanere nel rione Regola. Le stanze
storiche dove Filippo visse per quasi trenta anni, sono
poste al primo piano del caseggiato limitrofo alla chiesa
di San Girolamo. Oggi, a seguito della costruzione seicentesca
della nuova chiesa di San Girolamo, vi si accede per mezzo
di una scala che si imposta alle spalle dell'abside della
chiesa. Gli ambienti risultano effettivamente ristretti.
Si ha accesso da un piccolo ingresso che conduce in un
ambiente sovrastato da un soppalco ligneo dove era la
camera del Santo.
Le
stanze di san Filippo alla Vallicella e l'Oratorio dei
Filippini Il 15 luglio 1575 per volontà di papa
Gregorio XIII Boncompagni il piccolo gruppo di laici e
religiosi cresciuto all'ombra della chiesa di San Girolamo
fu trasformato in Congregazione, a cui seguì nel
1583 il primo progetto della Costituzione, codificata
e approvata solo nel 1612 da papa Paolo V Borghese. Intanto
Clemente VIII Aldobrandini, compresa l'importanza del
compito sociale e religioso che l'Oratorio svolgeva decise
di far trasferire gli Oratoriani dalle vecchie stanze
ormai insufficienti ad una chiesa posta in una zona più
centrale e strategica, la chiesa di Santa Cecilia detta
"de Turre Campi" a Monte Giordano, a ridosso
dei rioni Ponte e Parione e nei pressi del grande palazzo
degli Orsini. Questa piccola chiesa era però del
tutto inadatta allo scopo, sia per la ristrettezza degli
spazi a disposizione sia per lo stato precario e fatiscente
in cui versava. Grazie alle oblazioni del papa, di Carlo
Borromeo, del cardinal protettore Pier Donato Cesi e del
fratello Angelo, vescovo di Todi, il 17 settembre 1775,
l'architetto prediletto da Filippo, Matteo da Città
di Castello, pose la prima pietra della nuova chiesa di
Santa Maria in Vallicella. Due anni dopo, il 3 febbraio
1577, i Filippini l'apriranno al culto con una messa solenne
celebrata dal cardinal Alessandro de Medici. Filippo,
nonostante la nuova costruzione della chiesa fosse ormai
finita, continuava a rimanere nelle vecchie care stanze.
Per convincerli a trasferirsi, i suoi compagni decisero
di indire le riunioni dell'Oratorio nel locale più
ampio delle varie abitazioni che andavano acquistando
per ingrandire la casa di Monte Giordano, ovvero in casa
Moranti (dove oggi c'é l'attuale sacrestia della
chiesa della Vallicella). Finalmente Filippo nel 1583
si convinse a trasferirsi nei nuovi ambienti costituiti
da tre piccole camerette con un piccolo terrazzino, oggi
situate nell'area del complesso dei Filippini. Nel 1592
le riunioni degli Oratoriani si svolsero nel monastero
di Santa Elisabetta, nei pressi del vicolo del Governo
Vecchio e infine nel 1593 nella casa Gamorrino all'angolo
con la via del Corallo. Erano questi gli anni della vecchiaia
di Filippo che, nonostante la grave malattia, continuava
nel possibile la sua missione apostolica. Alla fine del
Maggio del 1595 il Santo, assistito dai suoi amati compagni,
tra cui Cesare Baronio che gli portò il viatico,
spirò nel suo letto. Dell'originaria camera del
Santo alla Vallicella ben poco rimane. Poco fu quanto
scampò all'incendio del maggio 1620 quando i petardi
lanciati da Castel Sant'Angelo per festeggiare l'anniversario
dell'elezione di papa Paolo V Borghese colpirono la casa.
Poi, nel 1635, a seguito del progetto di costruzione del
nuovo Oratorio per opera dell'architetto Francesco Borromini,
la casa venne abbattuta quasi per intero, risparmiando
poco più di un muro. Si accede alle camere del
Santo alla Vallicella dal grande corridoio del nuovo Oratorio.
Salita una rampa di scale a chiocciola si giunge ad un
vestibolo che introduce alla prima camera, detta "rossa",
dal parato che riveste le mura. Qui si trovano alcune
reliquie, un busto-reliquario, alcuni cimeli, il seggiolone
lasciato in eredità ai Filippini dal portoghese
Achille Estaço, un dipinto di Cesare Baronio opera
di Francesco Vanni e, alle pareti, alcune scene della
vita di Filippo dipinte da Nicolò Tornioli. Sempre
qui sono conservate due casse di legno. La prima in legno
di cipresso accolse le spoglie di Filippo nel 1599; la
seconda in noce e rivestita di broccato è del 1602.
Dalla sala rossa si passa alla cappella dove, dietro un
tendaggio, è venerato il tratto superstite delle
murature originarie delle vecchie stanze di Filippo. Sopra
l'altare è conservato il celebre dipinto eseguito
da Guido Reni, dipinto nel 1615 per la cappella della
chiesa, mentre un altro dipinto rappresentante il Presepio
è attribuito al Bassano. Sono inoltre esposti quattro
armadi all'interno dei quali vi sono il confessionale
e il letto del santo. Al piano superiore si perviene infine
ad un'altra piccola cappellina, quella cosiddetta "privata"
di Filippo e ad un'altra sala usata come Oratorio. Tutto
fu demolito per la costruzione del nuovo grande e moderno
complesso voluto dagli Oratoriani e affidato da padre
Virgilio Spada alla sapiente mano di Borromini che realizza
uno dei suoi più celebrati capolavori.
L'Oratorio
dei Filippini
Il grande palazzo, oggi sede di prestigiose istituzioni
culturali romane, quali la Biblioteca Vallicelliana l'Archivio
Capitolino, l'Emeroteca Romana e la Casa delle Letterature,
occupa il lato ovest della chiesa della Vallicella a cui
si addossa, estendendosi fino alla piazza dell'Orologio
e alla via del Governo Vecchio. La facciata dell'Oratorio
è in mattoni, materiale"povero" certamente
apprezzato dal Neri. E' articolata su cinque interassi
concavi e culminanti in un timpano curvilineo e mistilineo.
L'interno si compone al piano terreno della nuova grande
sala dell'Oratorio, a doppia altezza con affaccio interno
dalle sale cardinalizie, dal primo cortile su arcate e
dal secondo cortile cosiddetto degli Aranci per queste
alberature ancora adesso ivi conservate, dal Refettorio
dalla bella pianta ovale e dalla Sagrestia. Al piano superiore
si imposta invece l'appartamento della foresteria cardinalizia
e numerosi altri ambienti di rappresentanza e di servizio,
tra cui la celebre sala ovale. L'ultimo piano ospita invece
la bellissima Biblioteca Vallicelliana. La testata del
complesso dell'Oratorio dei Filippini su piazza dell'Orologio
si compone della stupefacente Torre dell'Orologio, decorato
da un bel fastigio aereo in ferro battuto con tre campane
e dal quadrante a mosaico del Cortona.
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San
Giuseppe Calasanzio
San
Giuseppe Calasanzio
San Giuseppe Calasanzio nacque nel settembre 1557 a Peralta,
in Spagna, nella regione dell'Aragona, da Pedro Calasanz,
"Bayle de la Villa" di Peralta, e da Maria Gastòn,
nobile infanzones d'Aragona. Ultimo di otto fratelli a
Peralta frequentò la scuola primaria e ricevette
un'educazione cristiana molto profonda. A 10 anni lascia
il suo paese per recarsi a Estadilla per studiare latino
e grammatica e, successivamente finiti gli studi, ritorna
nei pressi del suo paese natìo per accudire il
padre morente. Già molto giovane è al centro
di due fatti prodigiosi, quali una sfida al demonio coltello
alla mano avvenuta in un oliveto di Peralta e una profezia
su alcuni muli carichi di provviste. Nel 1583 terminati
gli studi presso le università di Lérida,
Valenza e Huesca, viene ordinato sacerdote dal vescovo
di Urgel, mons. Moncada. Nel 1591 consegue la laurea in
Teologia probabilmente presso l'Università di Barcellona.
Nel 1587 viene nominato Segretario del Capitolo e Maestro
delle Cerimonie a Urgel, nel 1589 è domestico del
Vescovo Capilla e dal giugno dello stesso anno lascia
Urgel per Tremp, a causa del nuovo incarico di Officiale
Ecclesiastico e vi Visitatore della locale Arcipretura.
L'anno successivo si imbarca dal porto di Barcellona per
Roma dove giunse nel marzo del 1592, col proposito di
ottenere un canonicato nella diocesi di Urgel o di Barbarastro.
Fallito il tentativo di avanzare di grado, invece di tornare
in Spagna rimane in Italia, viaggiando da pellegrino e
visitando importanti città e santuari d'Italia.
Dal marzo 1592 alla sua morte nel 1648, il Calasanzio
risiederà stabilmente a Roma.
San
Giuseppe Calasanzio e Roma
San Giuseppe Calasanzio giunge a Roma via mare dalla Spagna
nel 1592. Dal marzo 1592 alla primavera dell'anno successivo
non abbiamo documenti in grado di risalire alla prima
dimora, benché provvisoria visti i frequenti spostamenti
in tutta l'Italia. Il 1593 segna l'anno dell'amicizia
con il cardinal Marcantonio Colonna che lo assume come
teologo di famiglia e precettore del principe Filippo
Colonna. Presso il palazzo Colonna rimase fino al 1602,
abitando in due stanze dalle quali, attraverso due gelosie,
poteva affacciarsi nella cappella del Sacramento della
basilica dei Ss. Apostoli. In questi anni il Calasanzio
è molto attivo a Roma, divenendo membro di diverse
Confraternite. Nel 1594 conosce presso la Confraternita
delle Stimmate di San Francesco un gentiluomo di Spello,
Marco Antonio Arcangeli che lo presenta a don Antonio
Brendani, parroco della chiesa di Santa Dorotea che in
una stanza attigua alla chiesa, nei vicoli malfamati di
Trastevere, aveva aperto una piccola scuola per l'insegnamento.
Alla morte del Brendani, nel 1600, decise di occuparsi
egli stesso della piccola scuola di Trastevere, decidendo
di impartire gratuitamente le lezioni ai bambini poveri.
Poco dopo, a causa della richiesta di pigione degli spazi
adibiti a scuola da parte del nuovo parroco di Santa Dorotea,
è costretto a trasferire, seguito da un solo compagno,
la chiesa in una casa affittatagli da mons. Alessandro
Serena, posta nei pressi della chiesa di Sant'Andrea della
Valle in piazza del Paradiso. Nel 1602 è in grado
di ingrandire la scuola, trasferendo le aule in un palazzo
di proprietà di Mons. Vestri, Segretario dei Brevi
Apostolici, destinando quella vecchia a dimora dei maestri,
arrivati ad un numero di oltre venti. Vista l'aumentata
presenza di scolari il Calasanzio deve nuovamente trasferire
la scuola, e nel 1605 prende in affitto un palazzo più
ampio e confortevole posto nei pressi di San Pantaleo
e di proprietà di Ottavio Mannini dove gli alunni
rimasero per sette anni, fino al 1612.
Il
palazzo delle Scuole Pie a S. Pantaleo e le stanze di
San Giuseppe Calasanzio Nel 1612, grazie all'aiuto finanziario
offerto dal giovane ma ricchissimo chierico Glicerio Landriani
e del cardinal Benedetto Giustiniani, San Giuseppe acquistò
dalla nobile famiglia Torres a prezzo di favore - forse
a causa dell'amicizia che lo legava al cardinal Ludovico
Torres, primo cardinal Protettore dell'Ordine -, un palazzo
a due piani posto nell'attuale piazza dei Massimi, tra
la chiesa di San Pantaleo e piazza Navona. Nel 1614 le
Scuole Pie del Calasanzio si uniscono alla Congregazione
Lucchese , diventando d'ora in poi Congregazione della
Madre di Dio, mantenendo egli stesso il titolo e l'ufficio
di prefetto delle Scuole. Il 1616 è l'anno dell'istituzione
della prima Scuola fuori Roma, a Frascati. Nel 1617 viene
sciolta la precedente unione e papa Paolo V Borghese approva
la Congregazione Paolina dei Poveri della Madre di Dio
delle Scuole Pie e nello stesso anno, il Calasanzio e
i suoi primi 14 scolopi vestono l'abito. Nel 1619, trasferitosi
temporaneamente a Narni, redasse le Costituzioni dell'Ordine
che verranno approvate due anni dopo, nel 1621, con l'elevazione
ad Ordine da parte di Papa Gregorio XV. Grande è
il successo delle Scuole Pie che, nel 1627, risultano
aperte in Italia oltre 11 Scuole, arrivate nel 1646 a
37 Case in Italia e in Europa con un numero di religiosi
che superava le 500 unità. Questi anni scorrono
serenamente, con un aumento costante degli scolari che
giungeranno per studiare nel nuovo grande palazzo non
solo dal rione Parione, ma da tutta la città. Nel
1641, a causa degli spazi ormai diventati insufficienti,
il palazzo viene sopraelevato di un piano. Il 16 marzo
del 1646, papa Innocenzo X Pamphilj riduce l'Ordine Scolopico
a semplice Congregazione senza voti, provocando in San
Giuseppe un forte senso di delusione che, nonostante tutto,
non lo fermerà minimamente dal continuare la sua
pia opera di carità e educazione. Il 25 agosto
del 1648 San Giuseppe Calasanzio muore nelle sue stanze
ancora oggi conservate nel palazzo della Casa Madre degli
Scolopi. Il 27 agosto il corpo del santo viene sepolto
in una duplice cassa di metallo e di legno donata dalla
duchessa Farnese, all'interno sotto la mensa dell'altar
maggiore della chiesa di San Pantaleo. Le stanze del Santo
sono situate al primo piano del palazzo in piazza dei
Massimi. Entrati da un bel portale si accede all'interno
di un cortile ad arcate, dove su un lato si apre la scala
che conduce al primo piano. Qui si accede all'interno
di una grande sala, l'Oratorio della Comunità chiamato
dell'Apparizione, con altare decorato da una tela di autore
ignoto del XVII secolo , soffitto decorato a cassettoni
e sui lati tre grandi dipinti raffiguranti il Santo e
Benedetto XV, opere del pittore Antonino Calcagnodoro
che le esegue nel 1925. Ai lati dell'Oratorio si aprono
due piccole stanze. In quella di destra, la Cappella delle
Reliquie, sono custoditi due enormi reliquari. Uno settecentesco,
realizzato in argento dorato e sbalzato, custodisce la
scatola cranica e i precordi del Santo; l'altro contiene
alcune reliquie dello scolopio Pompilio Maria Pirrotti.
Oltre ad un genuflessorio offerto da papa Pio IX, si conservano
in una vetrina le chiavi della scuola di Urgel, aghi,
spilli, una penna d'oca, il manipolo, l'acquasantiera,
il berretto e la maschera mortuaria del santo. Sul lato
destro della grande cappella si apre invece la piccola
e umile camera del santo, arredata con tutti gli oggetti
e gli arredi originali appartenuti al santo. Qui si vedono,
protetti da una teca in cristallo, il tavolo con la lucerna
ad olio, la penna d'aquila infilata nel calamaio in ottone,
il polverino, il fermacarte, gli occhiali usati in vecchiaia.
Davanti al tavolo una poltrona con appoggiata la sua stampella
e poco dietro il letto dove il santo si spense. Gli affreschi
nel fregio della parete che si notano in lato sono del
XVI secolo e sono precedenti alla venuta degli Scolopi
nel palazzo.
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San
Luigi Gonzaga
San
Luigi Gonzaga e Roma
San Luigi Gonzaga nasce a Mantova da Ferrante Gonzaga,
principe dell'Impero e marchese di Castiglione e da Virginia
de Leyva, dama di corte della regina Isabella di Spagna.
I primi anni della vita di Luigi trascorrono tesi all'educazione
cortigiana che l'ambiente familiare, vista la nobiltà
del casato, gli imponevano. Nel 1577 il padre affida Luigi
e il fratello, Ridolfo, all'educazione del precettore
Pier Francesco Del Turco, portandoli a Firenze. Nella
città toscana con il fratello attese diligentemente
agli studi non disdegnando comunque attività ludiche
comuni al rango familiare di provenienza, quali, ad esempio,
la caccia. Sempre a Firenze nella chiesa dell'Annunziata
emise il voto di perpetua verginità. Il 22 luglio
1580 nella chiesetta dei Ss. Nazario e Celso prende la
Prima Comunione direttamente dalle mani di san Carlo Borromeo,
al tempo visitatore apostolico della diocesi di Brescia.
Tre anni dopo, esattamente il 15 agosto del 1583, mentre
stava pregando nella cappella del collegio imperiale di
Madrid alla corte di Filippo II, dove si era recato con
la famiglia, si sentì professare la regola: fu
questo l'inizio della nuova vita religiosa del giovane
Luigi Gonzaga. Nel 1585, vinte le perplessità del
padre Ferrante ed ottenuta dall'Imperatore la dispensa
ai diritti di successione al marchesato paterno, accompagnato
dal precettore Del Turco e dal sacerdote Luigi Cattaneo,
con alcuni servitori partì da Mantova alla volta
di Roma, con un traino da dieci cavalli messi a disposizione
dal padre. Il giorno 25 novembre 1585 segnò l'inizio
dell'entrata nella Compagnia di Gesù e del suo
soggiorno romano.
I
primi anni romani di San Luigi Gonzaga
Giunto a Roma Luigi si stabilisce alla casa professa dei
Gesuiti e, dopo aver visitato le più importanti
basiliche e santuari della città, viene accompagnato
alla chiesa di S. Andrea, dove trascorse, con problemi
di salute, circa tre mesi. Successivamente, insieme ad
altri due compagni, fu inviato alla chiesa del Gesù
per servire messa. Il 27 ottobre 1586 ricevette l'ordine
di partire da Roma alla volta di Napoli dove i padri speravano
che l'aria salubre della città partenopea potesse
recargli qualche giovamento alla salute gravemente compromessa.
Dopo sei mesi tornò invece a Roma e, l'8 maggio
1587, dopo aver terminato gli studi in filosofia si iscrisse
ad un corso di teologia. Da questo momento il giovane
Luigi iniziò a risiedere stabilmente nel grande
complesso del Collegio Romano, a ridosso della grande
e maestosa chiesa di Sant'Ignazio. Il 25 novembre 1587
emise i voti nella cappella domestica dell'ultimo piano
del collegio. Nel settembre 1589 lascia nuovamente Roma
alla volta della città natale, Mantova, dove sbrigò
con capacita alcune importanti controversie familiari.
Alla fine del novembre dello stesso anno si reca a Milano
dove compì il terzo anno di teologia. Lo stato
di salute alquanto cagionevole gli impedì, assolta
la missione diplomatica, di ripartire subito per Roma
in una stagione fredda e pericolosa. Dovette quindi aspettare
la primavera del 1590 per far ritorno nella città
capitolina. Il viaggio di ritorno fu lungo e non privo
di insidie e, giunto a Roma, fu obbligato a risiedere
stabilmente nelle vecchie stanze del sottotetto dl Collegio
Romano. In quegli anni il giovane Luigi si curò
particolarmente degli ammalati e degli appestati, prestando
servizio prima in un piccolo ospedale di fortuna improvvisato
nel palazzo del conte Petroni, proprio di fronte alla
Casa Professa del Gesù e successivamente nel meglio
organizzato Ospedale di Santa Maria della Consolazione,
ai piedi del colle del Campidoglio. Il 3 marzo del 1591,
per aiutare un appestato, contrasse la terribile malattia
che in breve tempo lo condusse alla morte che giunse nell'infermeria
del Collegio Romano il 21 giugno 1591.
Le
stanze di San Luigi Gonzaga al Collegio Romano
San Luigi Gonzaga iniziò a risiedere nelle stanze
del Collegio Romano a partire dal 1587. Le stanze sono
poste al secondo piano del palazzo del Collegio e sono
ricavate dal sottotetto del palazzo. Al tempo di Luigi
queste stanze facevano parte del grande appartamento della
foresteria degli studenti, composte da nove camere e da
una cappella, servite da un corridoio. Nel 1626, a quasi
trent'anni di distanza dalla morte del Santo, il Collegio
Romano, costruito dal grande architetto Bartolomeo Ammannati,
fu modificato per la realizzazione della grande chiesa
dedicata al fondatore dell'Ordine, Sant'Ignazio, progettata
dal padre gesuita Orazio Grassi. Per tale motivo fu demolita
l'infermeria dove Luigi morì. Si accede alle stanze
del santo dagli ambienti limitrofi la sagrestia della
chiesa di Sant'Ignazio, dove una scala a chiocciola conduce,
attraverso affascinanti passaggi tra cupole e tetti, alla
porta d'accesso all'appartamento del "ritiramento"
degli studenti. Una porta da accesso ad un lungo corridoio
con le pareti ricche di dipinti e che custodisce tre armadi
contenenti documenti e registri sugli studenti del collegio.
Il corridoio è fiancheggiato dalle stanze superstiti
degli altri studenti. Oltre il corridoio ci si immette
nella grande sala centrale decorata con affreschi alle
pareti e sulla volta, originariamente adibita a salone
di ricreazione, anch'essa completamente decorata da pitture
alle pareti e dalla statua di San Luigi alla base della
quale si bruciavano i cosiddetti memoriali.. La camera
del santo venne trasformata nel 1790 come recita una lapida
posta sulla porta d'ingresso e dell'antica ed originaria
atmosfera di semplicità, nulla sopravvisse ai rifacimenti
barocchi e rococò. La stanza infatti fu trasformata
in oratorio e, per quest'uso, fu realizzato un bell'altare
in legno e stucco dorato. Alle pareti si trovano quattro
dipinti donati dal card. Bellarmino e che raffigurano
alcuni episodi della vita del santo. Notevoli anche i
due dipinti che si conservano nella camera attigua, sempre
rappresentanti episodi delle vite di San Luigi. Sempre
in quest'ambiente si conservano due vetrine ricche di
reliquie ed oggetti, tra cui il crocefisso che San Luigi
portò nel viaggio da Castiglione a Roma, quattro
lettere autografe ed altri libri. In un ambiente vicino
si apre la bella cappella dove gli scolari della Compagnia
del Gesù emettevano i voti, ricca di reliquiari
e pitture parietali. Nelle altre stanze dell'appartamento
del cosiddetto ritiramento, oltre al Gonzaga, abitarono
tra il 1617 e il 1618 San Giovanni Berchemans e in un'altra,
tra il 1693 e il 1697 il beato Antonio Baldinucci.
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