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VERSO LA PROVINCIA CINESE DEL YUNNAN
Frammenti di un viaggio verso il Yunnan che letteralmente significa a sud (nan) delle nuvole (yun) e i 7 Leitmotifs, o temi principali, del viaggio.
Testo di Lina Unali
Professore
ordinario di Letteratura Inglese presso la Facoltà di Lettere dell’Università
di Roma Tor Vergata. È da molti anni allieva di Taiji Quan del Maestro
Li Rong Mei.
Lina Unali is professor of English and American Literature at the II University
of Rome. She has been for many years a Taiji Quan student of Master Li Rong
Mei.
La mente può soffermarsi a indagare su questo radicale yun e sul concetto
di nuvola, come elemento intermediario tra il cielo e la terra. Torna alla
mente un bassorilievo osservato in viaggi precedenti e che rivedremo anche
quest’anno, composto di nuvole di forma mutevole e altre figurazioni,
inserite in un rettangolo marmoreo, adagiato lungo una scalinata della Città
Proibita a Pechino.
Quest’anno
si toccheranno di nuovo le due città più importanti della Cina,
Pechino e Shanghai, ma la direzione ultima del viaggio sarà appunto
il Yunnan, la provincia che confina con il Tibet, con l’India, con il
Vietnam, con il Myanmar (ex Birmania), con il Laos, e naturalmente con altre
regioni della Cina già da noi visitate, come il Sechuan, la regione
degli schifiltosi e graziosamente istrioneschi panda e degli estesi templi
rupestri con alcune delle rappresentazioni artistiche più interessanti
del buddismo in territorio cinese.
Esiste un luogo avvolto nel mistero che si chiama Shangrila. Riproduco la
parte settentrionale della mappa del Yunnan dove si è svolto il nostro
viaggio, partendo da Kunming, a sud est, fino all’attuale città
di Shangrila e fino a Deqin nell’estremo nord. Come si vede Shangrila
si trova alla base della punta nord-orientale della provincia, mentre l’ultimo
luogo da noi visitato nel Yunnan, la città di Deqin, si trova in cima
alla punta nord-occidentale.
Come si è giunti così lontano? Kunming, a circa 2000 metri sul
livello del mare, dove ci siamo portati venendo da Shanghai, è quel
punto che si individua a est, nell’estrema destra della mappa. È
il capoluogo del Yunnan ed è stata capitale imperiale per brevissimo
tempo dal 1647 al 1660, al momento, cioè, del drammatico passaggio
di consegne dalla dinastia Ming alla Dinastia Qing, quando Yongli si proclamò
imperatore dei cosiddetti Ming del Sud. Rifugiatosi in Birmania dopo la sconfitta,
fu richiamato dal suo successore per essere ucciso.
Nella regione percorreremo molta parte di quella vasta area dove nascono i
fiumi più importanti dell’Asia che nella mappa è indicata
come Natural Heritage of the Three River Parallel Flow. Si tratta principalmente
del Yang Tze e del Mekong che assume un nome differente quando scorre in territorio
cinese.
Ma rivediamo alcune fasi dell’arrivo in Cina!
Dopo aver trasvolato il deserto del Gobi, nei cieli vediamo nuvole altissime,
quasi tutte bianche. A Shanghai passeggiamo lungo il Bund, quella via larga
sul fiume dalle maestose strutture architettoniche e cupole costruite dagli
europei, dove un miliardo, si fa per dire, di allegri cinesi, sono intenti
a godere la rinfrescante aria della sera. Alcuni si avvicinano al parapetto
per essere deliziati dal vento proveniente dalle scurissime acque del fiume
Huangpu che scorre attraverso la città e che le dà la fisionomia
che conosciamo. Noi facciamo lo stesso.
La collega Flora che ha trascorso l’infanzia a Shanghai dà inizio
a un racconto che felicemente proseguirà a intervalli durante il nostro
soggiorno in territorio cinese. Mi fermo ad ascoltare. Dice che la vista del
fiume le riporta alla memoria eventi oscuri che caratterizzavano la vita della
città tra gli anni trenta e quaranta, menziona la vista di cadaveri
fluttuanti in quelle acque per gli incidenti connessi con il commercio dell’oppio,
poi aggiunge che c’erano anche morti violente di altra origine, come,
ad esempio, quelle derivate dalle innumerevoli faide connesse con la divisione
giurisdizionale di questa parte della città tra le due nazioni che
la amministravano e se la contendevano: l’Inghilterra e il Portogallo.
Il racconto orale spesso fornisce informazioni di carattere storico e sociologico
che sarebbe difficile trovare sui libri. Amo sempre alternare la pratica di
quel che in cinese si chiamerebbe xiede (quel che è scritto, pr. approssimativa
shiete) con shuode (quel che viene detto).
Ma oltre che di morte, la collega presenta Shanghai come città del
piacere: i cinesi amano molto il divertimento, mi spiega, e gli europei lo
amavano ugualmente. A quei tempi i francesi giocavano a majong, gli inglesi
a scacchi. Era una vita di feste e ricevimenti, di incontri eleganti. Suo
padre, nato nel 1901, dirigeva la Dogana di Shanghai per conto di gruppi internazionali.
Quella che frequentavano era una società cosmopolita che includeva
cinesi altolocati e stranieri che si incontravano alla pari, ma intratteneva
anche rapporti definiti “naturali” con la popolazione in genere.
Traggo l’impressione non sgradevole che si trattasse di un luogo di
piaceri, di commerci e di misteri.
Una mia osservazione forse troppo frettolosa è che sembra che ora questa
città dai fantastici grattaceli stia imparando a spegnere le luci per
economizzare. Di notte dalla finestra del venticinquesimo piano dell’albergo
dove la mia stanza è situata, mi sembra di vedere meno illuminazione
che in altre visite precedenti. Ogni anno si assiste naturalmente alla mirabolante
moltiplicazione e varia colorazione dei grattaceli.
Scelgo di ricordare questo viaggio che faccio quasi tutti gli anni in parti
diverse del territorio cinese, con il Maestro Li Rong Mei e con quella che
amo definire la mia squadra di Taiji, come caratterizzato da un certo numero
di idee guida o Leitmotifs che ne coagulano i significati fondamentali e l’importanza
che ha avuto per me.
Li ho così intitolati:
1.
Si va verso monti altissimi di una regione confinante con il Tibet, il Yunnan
settentrionale. Uno dei punti più a Nord sarà la città
di Shangrila, a sei miglia circa dal famoso tempio buddista di Songshan di
cui si parla in Lost Horizon di James Hilton e che non ci sarà consentito
questa volta di visitare, forse a causa di restauri in corso o per altri motivi.
Si dice che vi siano ancora 600 monaci.
2. La collega Flora e gli italiani a Shanghai negli anni trenta-quaranta del
secolo scorso. Sullo sfondo del suo racconto c’è la prima volta
che da bambina ho sentito menzionare la Cina. Si trattava della navigazione
nei suoi mari e di quella fluviale sul Yang Tze su nave ospedale, da parte
di uno zio ufficiale medico di marina. Rimane una foto sbiadita della nave
che qui riproduco.
3. Il volume di James Hilton, Lost Horizon, Orizzonte Perduto, pubblicato negli anni trenta e l’arrivo del protagonista Conway al tempio di Shangrila.
4.
Il British Raj, cioè l’Impero britannico in India come conquistatore
e unificatore di sempre nuovi territori, con una grande parte dell’emisfero
terrestre a completa disposizione; gli sforzi di penetrazione in questa regione
strategicamente importante per la conquista del mondo, stando appollaiati,
se ci si consente l’uso di linguaggio figurato, su una postazione vicina,
quella della Birmania, oggi Myanmar, da poco raggiunta, se non altro diplomaticamente.
Le mappe della terra erano assai diverse da quelle attuali. Negli anni ’70
dell’’800 il Raj era diventato la gemma più fulgente nella
corona della Regina Vittoria e si auspicava che il suo dominio si estendesse
ad altre terre ad esso confinanti.
5. La nostra guida è un giovane tibetano che è andato in India
a piedi ed è tornato dall’India a piedi, si chiama Tenzin che
non credo sia il suo vero nome, ma penso significhi adepto, iniziato. Tenzin,
viene da me visto come un carrier of religion come (tras)portatore di religione
dal Tibet all’India al Tibet. Ho creato questa definizione sulla base
di quella lotmaniana di carrier of culture.
Rifletto che Tenzin è curiosamente anche il nome del Dalai Lama e che
Tenzing si chiamava lo sherpa tibetano che accompagnò Hillary, il primo
scalatore che arrivò in cima al Everest.
6. La mia visione d’insieme del territorio visitato e il sentimento che può suscitare nel visitatore appassionato di queste terre. La pratica del Taiji in luoghi inusitati, un particolare godimento del territorio.
7. I percorsi della grande marcia di Mao che nel 1934 toccò un numero limitato di luoghi con cui ci siamo familiarizzati già dall’anno passato attraversando la provincia del Sechuan.
Leitmotiv
n. 1. Dopo l’esplorazione di alcune parti della provincia del
Sechuan già fatta in anni passati, questo viaggio segna un ulteriore
avvicinamento al Tibet. Ci muoviamo a una distanza che va da 1800 ai 1200
km da Llasa. Nel Yunnan sono state contate 56 etnie diverse, ma noi, di norma,
tranne che in visite eccezionali, veniamo soprattutto in contatto con un’etnia
di origine tibetana con cui la comunicazione è difficilissima, se non
addirittura impossibile. Lo scambio avviene tra una qualche variante del tibetano
e il cinese di cui loro poco capiscono.
Il territorio si presenta come caratterizzato da altissime montagne, quelle
che vedremo sono sui 7000 metri circa, e da ampie vallate e altopiani che
si innalzano a un’altezza di circa 3000-3500 metri. Questo stare nelle
vallate e guardare le montagne comincia ad alterare il nostro senso di che
cosa sia un monte e di cosa siano le pianure e le colline e per la prima volta
riesco a intuire il significato di una oscura frase letta nel Kim (1901) di
Kipling (1865-1936) secondo cui: “Who goes to the Hills goes to his
mother”, “Chi va alle Colline va da sua madre” (Kim, cap.
13). Non avevo capito il significato della parola Colline dal momento che
nel pellegrinaggio che fa accompagnando il Lama tibetano il bambino Kim si
sta dirigendo verso le montagne himalayane. Ora scopro dunque che possono
essere chiamate Colline le montagne di 3000-3500 metri e i grandi altopiani
che giacciono al di sotto delle sommità e dei picchi montani, da esse
distanti più di 3000 metri di altitudine.
Per chi scrive inoltre l’esperienza che si sta vivendo piacevolmente
evoca precedenti soggiorni in paesi tropicali ed esperienze di rilassanti
emissioni di calore, inaspettate a queste altezze. In altre parole, l’aria
è montagnina, asciutta, sana, ma allo stesso tempo la vegetazione che
ricopre vaste aree è quella tropicale e le brezze che sfiorano il viso
come monsoni leggeri lo sono altrettanto. Ciò è naturale se
si considera la posizione geografica del Yunnan, provincia tagliata dal Tropico
del Cancro.
Leitmotiv
n. 2. Voglio dire di quanto mi sia gradita la presenza nel viaggio
della collega Flora che, come ho già accennato, rievoca un tempo della
sua fanciullezza vissuta a Shanghai. Ho apprezzato la sua memoria ardente
di un’infanzia privilegiata, il racconto del suo piccolo squatting nella
casa paterna, quello stare seduti sulle ginocchia che riesce sempre difficile
agli occidentali che non vi siano abituati, ma a cui la piccola occidentale
e suo fratello erano avvezzi; la presenza della colloquiante amah che rimanda
a un’altra famosa pagina autobiografica di Kipling, quella riguardante
i primissimi anni dell’infanzia dello scrittore a Bombay; il ricordo
di quando Flora e suo fratello si stendevano di pomeriggio sul pavimento per
giocare in tutta libertà e disegnare; le parole cinesi affioranti spontaneamente
dall’inconscio come può affiorare una momentaneamente obliata
lingua materna, quali quelle pronunciate man man zou da me tradotte con cammina
piano piano, oracolarmente sussurrate durante la visita alla Foresta di pietra
vicino a Kunming; il rivisitare mentalmente la scena della mamma che portava
i figliolini al mercato del mandarino cinese dove in quel tripudio di nastri
variopinti compravano sempre di tutto: i bei vasetti di porcellana, le giade,
le madreperle, i ventagli, le scatoline di osso. Adesso lei ne ha comprato
una graziosissima per inserirvi il sigillo su cui è inciso il nome
del padre.
Questa compagna di viaggio racconta la bella storia dell’alto albero
vicino alla loro casa su cui si posavano stormi di corvi gracchianti che quando
tacevano a sera essendosi ben accomodati, segnavano l’ora.
Quando la città era bagnata dalle grandi piogge e si dovevano attraversare
le lanes, le stradine private tra le ville, inondate di acqua, Flora e il
fratello avanzavano nelle fiumane inventivamente trasportando mattoni con
cui costruivano temporanei ponti che spostavano nell’avanzare. Negli
stessi stretti passaggi, aggiunge, i servitori delle ville circostanti accendevano
ogni notte nell’oscurità intorno agli alberi i bastoni votivi
chiamati cincingios, e spesso i pipistrelli scendevano spaventosamente in
picchiata.
Fratello e sorella amavano custodire nella soffitta i bozzoli dei bachi da
seta dentro grandi scatole per osservarne le metamorfosi. Qualche volta, accedendo
al locale si sentiva odore di putrefazione. I processi di mutamento si erano
interrotti. La madre si accorgeva subito che si era contravvenuto alla proibizione
di simile allevamento. I bambini erano affascinati dal fatto che dentro i
minuscoli corpi fossero avvolte matassine di seta di circa otto metri. Un’infanzia
mitica in un luogo ancora prediletto!
La zia Lina, questo è il nome della sorella della madre, con cui Flora
da adulta è tornata in visita a Shanghai, le aveva mostrato il luogo
dove i rampolli di questa elegante comunità internazionale montavano
a cavallo; dove c’era il college francese intitolato a Sainte Jeanne
d’Arc presso il quale il fratello era stato istruito, l’università
denominata Aurora frequentata dalla stessa zia; i luoghi in cui si ergeva
quel che restava dei vari centri di una vita coloniale ricca di agi e mollezze,
su uno sfondo di gravi pericoli e di violenza. I ragazzi della generazione
della zia facevano grandi gite sui laghi ghiacciati, attraversavano la Cina
con facilità, si divertivano con ogni sorta di scherzi, andando persino
a fare i piagnoni nei funerali dei grandi mandarini.
Le signore indossavano abiti di bellissima seta tessuta a mano, che si riconosceva
per la sua pesantezza e meravigliosa leggerezza ad un tempo e con questa abbigliandosi,
andavano a far visita alle amiche e presenziavano ai parties, frequentavano
i Clubs. Flora mi mostra qualche esemplare di questa costosa seta in un negozio
che visitiamo. L’uso dell’abito occidentale si alternava a quello
orientale.
Quel che Flora dice evoca nella mia mente, oltre a miei modi prediletti di
vivere il cosiddetto Oriente assaporandone l’animazione e il calore,
ammirando gli estesi rami e le larghissime foglie degli alberi, godendo di
odori come quello dei vari tipi di legno bruciato, degli incensi variopinti,
la storia della travagliata penetrazione europea in Cina dai tempi di Giorgio
III d’Inghilterra, alla fine del ’700, le Guerre dell’Oppio,
la Taiping Revolt del 1875, la Boxer Revolt del 1905, al tempo dei cosiddetti
territori affittati, di cui Shanghai era uno dei più importanti. Per
me il comunismo cinese è sostanzialmente anti-imperialismo.
Leitmotiv
n. 3. Avevo ordinato il libro di James Hilton1 qualche mese prima
di partire e dedicato alla lettura di esso tre o quattro giorni in esclusione
di ogni altra attività. L’avevo trovato un testo mozzafiato che
pur non contenendo grandi approfondimenti di carattere psicologico cui ci
ha abituato il romanzo europeo dell’’800, presenta a ogni passo
quella rottura dell’aspettativa che nella critica letteraria, mi riferisco
ancora a Y.M. Lotman, è stata considerata tipica del procedere artistico.
Il libro inizia in un territorio dell’Impero britannico che al tempo
in cui il romanzo è stato scritto stava attraversando un momento di
massima crisi, quella che avrebbe infine portato alla sua decadenza. Elenco
gli eventi più salienti in esso contenuti.
Quattro personaggi partono dal consolato inglese in Afghanistan diretti a
Peshawar, in Pakistan, su un piccolo aereo e soltanto a un certo punto del
pericoloso volo uno di loro si accorge che il pilota non è europeo,
ma è bensì un asiatico camuffato da ufficiale dell’aviazione
inglese, e il loro è uno strano indesiderabile viaggio nel nulla. La
compagnia è composta da 3 uomini, tra cui il protagonista Conway, due
britannici e un americano, oltre a una missionaria. Conway parla il cinese
e capisce alcune lingue tribali della Cina.
Dopo un’attraversata pericolosa tra le cime di monti altissimi, il pilota
riesce ad atterrare su una radura, ma immediatamente dopo l’atterraggio
muore. Vale la pena forse di citare il resoconto che Conway riesce a ottenere
dall’asiatico morente:
Conway allora si volse ai suoi compagni: “Mi dispiace dire che mi ha
detto poco, molto poco, poco intendo paragonato con ciò che dovremmo
sapere, soltanto che siamo in Tibet, cosa ovvia. Egli non mi ha fatto nessun
racconto coerente del perché ci avesse condotto qui, ma sembrava conoscere
la località. Parlava un tipo di cinese che non capisco molto bene,
ma penso che abbia detto qualcosa circa un monastero qui vicino, lungo la
valle, dove potremmo, penso, avere cibo e riparo. L’ha chiamato Shangri-la.
La è la parola tibetana per passo di monte. Insisteva che dovessimo
andare là”. (p. 63)
Quasi subito i viaggiatori euroamericani vengono raggiunti dagli abitanti
della valle e condotti a un monastero che verrà in seguito identificato
come quello di Songshan a 5-6 miglia dall’attuale città chiamata
Shangrila, in cui sono introdotti a esperienze fisiche, visive, psichiche
e intellettuali del tutto inattese. Nelle grandi stanze ci sono preziosi libri
e incunaboli europei, tutta la sapienza europea e asiatica vi è ugualmente
rappresentata e gelosamente custodita. Gli estranei viaggiatori si accorgono
che i residenti, monaci e no che siano, provenienti da varie parti del mondo,
praticano innanzi tutto qualcosa che viene chiamata moderazione, spiegata
come moderazione in ogni cosa, persino nella virtù; praticano la longevità,
cioè l’arte taoista di mantenersi in vita aspirando all’immortalità.
Ma l’immortalità non è quella dell’anima, bensì
del corpo, o meglio quella di corpo e anima insieme. L’età dei
monaci indica che alcuni di essi appartengono addirittura a generazioni precedenti
che non sono mai decedute.
Un critico, sia detto incidentalmente, ha insinuato che colui che presiede
la lamasery non era forse, nell’immaginazione dello scrittore, alcun
altro se non il dotto prete Ippolito Desideri, di cui una volta ho letto in
biblioteca una magistrale relazione sul Tibet e sulla sua gerarchia ecclesiastica
presentata al Vaticano nei primi decenni del ’7002. Da quel tempo remoto
sarebbe vissuto dunque fino al ’900!
Il romanzo si conclude col passaggio delle consegne da parte del Grande Lama
a Conway. Traduciamo le sue parole dalla parte finale del romanzo di Hilton:
“Ti ho aspettato, figlio mio, per parecchio tempo. Sono stato seduto
in questa stanza e ho visto i visi dei nuovi arrivati, ho guardato nei loro
occhi e sentito le loro voci e sempre nella speranza che qualche giorno ti
avrei trovato. I miei colleghi sono diventati vecchi e saggi, ma tu sei ancora
giovane d’anni e sei già saggio. Amico mio, non è un compito
arduo che ti lascio, perché il nostro ordine conosce soltanto legami
di seta. Essere gentile e paziente, avere cura delle ricchezze della mente,
presiedere con saggezza e segretezza, mentre la tempesta infuria all’esterno,
sarà piacevolmente semplice per te e tu indubbiamente troverai grande
felicità” (p. 198).
Ma per quanto questa proposta di successione giunga a Conway gradita, egli
ugualmente decide di tornare in patria con i compagni i quali, stanchi della
spaesante vita che stanno conducendo, hanno organizzato la fuga.
Ufficialmente James Hilton trasse ispirazione per la scrittura di questo romanzo
da un articolo apparso sul “National Geographic Magazine” riguardante
una popolazione che viveva felicemente nel Yunnan. Lost Horizon mi è
parso ricco di conoscenza delle culture asiatiche, circostanza che è
difficile associare con la produzione letteraria di un autore che si era dedicato
alla composizione di romanzi di altro genere, il più noto dei quali
fu certamente Goodbye, Mr. Chips trasposto successivamente in un noto film.
La mia domanda è rimasta sempre la stessa: dove aveva appreso quel
di cui scrive? Chi gli aveva indicato quella via sapienziale?
Di Lost Horizon la nostra guida tibetana del Yunnan, il già nominato
Tenzin, riferisce erroneamente, cambiando il nome del pilota da Conway a Thomas
e sostanzialmente alterando la storia, lasciando intatto soltanto il fatto
che un aereo con inglesi a bordo fosse atterrato nei luoghi che stavamo attraversando,
chissà quando, chissà in quale punto preciso. Non ha specificato
chi vi fosse a bordo, da dove l’aereo provenisse e quale fosse la meta
del viaggio. Sto scrivendo queste osservazioni proprio nella città
di Shangrila dove siamo giunti in aereo da Kunming. Se non avessi visitato
il territorio, non avrei capito dove mai un aereo avrebbe potuto toccare terra
tra altissime cime montane, tra quelle montagne che nel testo di Hilton vengono
chiamate Chinese Himalayas per distinguerle forse da quelle che i britannici
consideravano le vere Himalayas che incoronano il Subcontinente indiano. Arrivando
qui ho invece visto vasti altopiani dove un aereo può ben atterrare.
Il nome di Shangrila sarebbe derivato, secondo il nostro Tenzin, da Shambala,
a sua volta significante il cielo caduto sulla terra, e nel suo monastero
principale sarebbe stato eletto nel 1670 il primo Dalai Lama. Questo è
il motivo per cui, a suo dire, il territorio che attraversiamo è a
tutti gli effetti tibetano. Ufficialmente siamo in Cina, nella provincia del
Yunnan, ai confini con il Tibet che è sotto giurisdizione cinese.
I dettagli del romanzo di Hilton sono ignoti a Tenzin. L’idea di una
particolare iniziazione al tempio sembra essergli presente.
In Lost Horizon, dal racconto che Conway fa della sua nuova inusitata esperienza
si arguisce che i lama che vivono nel monastero praticano il distacco dall’emozione
e dal desiderio, la purificazione della mente, la moderazione in tutto, anche
nella virtù, praticano, come si è detto, la longevità
e l’immortalità del corpo, come se fosse una religione, descrivono
se stessi come moderatamente eretici, come individui inclini al conseguimento
del benessere personale che non si privano neanche del comfort moderno se
questo viene ritenuto necessario a ottenerlo, che moderatamente dominano la
popolazione della valle la quale sempre moderatamente obbedisce, che hanno
raccolto tra le mura del convento preziosi testi occidentali e orientali,
anche in vista di una catastrofe planetaria che potrebbe distruggere tutto.
Come può avere James Hilton escogitato questa sorta di utopia lamaista
a cui il suo personaggio verrà nel monastero iniziato a un livello
talmente alto da essere proposto dal Grande Lama morente che lo presiede,
poco prima del suo abbandono di quell’esperienza, a raccoglierne a ogni
titolo l’eredità? La risposta a tale quesito potrebbe essere
suggerita da quello che consideriamo il quarto leitmotiv del viaggio, l’ambientazione
nell’Impero britannico in cui in modo altrimenti inspiegabile ci si
muove dall’Afghanistan alle montagne del Yunnan, in cui il mondo è
tutto a portata di mano delle potenze occidentali, in particolar modo dell’Inghilterra,
che abbraccia un territorio vastissimo con spesso indefinibili confini interni
ed esterni. L’Impero britannico in Asia è una metà del
pianeta in cui spesso British officers, alcuni dei quali di cultura superiore,
sono giunti in contatto ravvicinato con manifestazioni religiose fuori dell’ordinario,
sconosciute all’Europa fino alla fine del ’700, le hanno raccontate
nei loro diari e questi diari a loro volta hanno prodotto altra scrittura
e letteratura.
La mente spontaneamente ancora una volta rievoca la grande cultura asiatica
di Kipling – la conoscenza della cui opera è stata offuscata
fino a non molto tempo fa dalla reazione negativa alle sue rinomate posizioni
filoimperialiste – la presenza del lamaismo in Kim è un tema
che pervade tutto il romanzo. (Si ricorda che il bambino anglo indiano Kim,
figlio di una donna indiana e di un sergente inglese, accompagna il lama nel
suo pellegrinaggio alla ricerca del lago dove è caduto il dardo del
Budda). Va però aggiunto che la fase di disgregazione e soprattutto
decadenza dell’impero è nel romanzo di James Hilton, scritto
a distanza di circa 30 anni dalla morte di Kipling, molto avanzata. Non permane
soprattutto nessuna ideologia imperialista che, poeticamente filtrata come
avviene nelle ballate di Kipling, esalti l’impresa imperiale. Ci si
riferisce ora in particolare al poema in “Route Marchin’”:
‘We are marchin’ on relief over Injia’s sunny plains’.
Permangono invece le missioni militari, spesso mortali, una vita quotidiana
più o meno gradita, una visione data per scontata della propria potente
presenza nel mondo.
Uno degli aspetti più sorprendenti del romanzo di James Hilton è
che nella lamasery di Shangrila, secondo il racconto stesso che il lama fa
a Conway, si fruirebbe anche di una tradizione cristiana, inizialmente nestoriana,
successivamente cattolica, innestata su quella lamaista. Si verificherebbe
cioè una interessante fusione culturale e religiosa tra Oriente e Occidente,
soprattutto nella direzione Occidente-Oriente.
Si tratta di una storia inventata intorno a diversi tipi di individui che
desidero chiamare cultural carriers:
a) Cultural carriers che non si muovono dalla valle e vivono contenti di quel
che la terra produce e di quel che i lama hanno loro insegnato.
b) Il pilota che fa l’eroico tentativo che finirà con la sua
morte di far incontrare i portatori di culture occidentali con quelli di cultura
lamaista. Ci si chiede chi avrebbe avuto interesse a che ciò si realizzasse.
c) I monaci che vengono visti come portatori di culture diverse al massimo
della loro esplicazione.
d) Il cristianesimo nestoriano che si è infiltrato nel monastero e
le manifestazioni più alte del buddismo tibetano.
Poi ci sono altri portatori in movimento, i porters tibetani che nel romanzo
di Hilton aiutano gli euro-americani a fuggire da Shangrila, le suore della
missione di Shanghai presso cui i fuggiaschi troveranno rifugio, il pianista
austriaco che suonerà Chopin durante la navigazione nel mare di Shanghai,
le guarnigioni britanniche di stanza in Afghanistan.
Su uno sfondo abbastanza riconoscibile, anche se mai menzionato, ci sono i
portatori dell’esoterismo intenazionale: Blavatski, Besant, il pittore
russo Roerich, Ouspenski, e in modo meno evidente, dalle loro teorie dipendente,
D.H. Lawrence, e anche forse T.S. Eliot. È interessante consultare
il volume di Michael McRae intitolato In Search of Shangrila, the Extraordinary
True Story of the Quest for the Lost Horizon (2002)3 da cui traduco la frase
che segue: “La Shangri-la di Hilton, la valle paradisiaca della Luna
Blue – ha una sorprendente rassomiglianza con il regno segreto che Blavatski
e Roerich evocano”. Il volume è molto affascinante anche per
il suo indicare la ricerca di Shangrila come a suo tempo derivata da quella
delle misteriose origini del fiume Brahmaputra.
Leitmotiv
n. 4. Il quarto leitmotiv del viaggio in questa parte sud Occidentale
della Cina è come già annunciato, l’Impero britannico,
l’Afghanistan da cui l’aereo proveniva, le province del Yunnan
e del Sechuan vagheggiate dopo l’annessione della Birmania nel 1883.
Anche se molto di quel che ho scritto finora rimanda a miei studi precedenti
sulla presenza dell’Impero britannico in terre oltremare, soprattutto
in India4, il viaggio nella regione del Yunnan suscita considerazioni che
non avevo prima fatto. Si sapeva che Giorgio III alla fine del Settecento
aveva mandato ambasciatori in Cina per stabilire degli scambi tra merci inglesi,
prevalentemente manufatti dell’industria tessile con metalli, in particolare
argento. I rappresentanti dell’imperatore avevano risposto che avevano
già tutto e che non avevano bisogno di niente. I rapporti tra la Cina
e l’Europa nell’Ottocento furono segnati non solo da eventi gravissimi
come le cosiddette Guerre dell’Oppio, ma anche come mi accorgo viaggiando
attraverso il Yunnan da un tentativo di penetrare in Cina da questa parte.
L’Inghilterra si era già stabilita in Birmania. Macartney, il
protettore di tutti gli esploratori e archeologi operanti nel territorio,
era già diventato ambasciatore britannico in Birmania verso il 1792
e da quella terrazza l’Inghilterra ora guardava verso la desiderabile
regione montuosa, il luogo da cui nascevano i due più importanti fiumi
dell’Asia, entrambi navigabili, un territorio sufficientemente separato
dal resto della Cina da consentire grande libertà di manovra. Inoltre
la regione confina con le nazioni che un tempo erano note sotto il nome di
Indocina, Indochine! Si vedono tuttora avanzi di antiche strade ferrate che
collegavano la Cina e l’Indocina e che trasportavano merci dall’una
all’altra. Due imperialismi quello francese e quello inglese si contrapponevano
ed erano allo stesso tempo abbracciati l’uno all’altro.
La penetrazione britannica nel Yunnan non si realizzò.
Leitmotiv n. 5. Un capitolo a parte, merita la guida tibetana,
che si è presentata a noi con il nome di Tenzin. Nel cuore e nel comportamento
di Tenzin era contenuta tutta la drammaticità dei rapporti sino-tibetani.
Mi ha detto di essere andato in India a piedi, di essersi trattenuto nella
comunità tibetana al centro di Delhi, vicino a Chadni Chawk per parecchi
anni, di non essere mai andato al tempio tibetano a me noto vicino ai Lodhi
Gardens, di aver studiato hindi, di essere tornato a piedi per via del Nepal.
In questo lui si assomiglia ai monaci di cui mi hanno detto che si dirigono
a piedi in pellegrinaggio verso Llasa e a volte periscono per strada senza
un lamento.
Tenzin ci ha mostrato due monumenti principali, il primo dei quali è
stato il piccolo tempio dilapidato di nome Da Bao Shi a cui mi sono accorta
che era particolarmente legato. Forse questo è il luogo dove Tenzin
stesso venne originariamente iniziato.
Siamo andati con lui anche al grande tempio chiamato Sun Zhong Liun Shi che
viene considerato il secondo dopo quello di Llasa, qui ci ha fatto lezione
di religione.
Ci ha spiegato il concetto di samsara, il significato delle presenze demoniache.
Nel secondo tempio ci ha portato a vedere ai piani superiori la figura imbalsamata
di un grande lama dei tempi passati, ci ha fatto sedere nella grande sala
ricoperta da magnifici tappeti e contemplare le storie dipinte sulle pareti,
ci ha illustrato principi importanti del buddismo tibetano. Al tempio è
annessa una delle 13 lamaserie, a quanto pare in questo numero presenti nel
territorio, cosidetta della setta dei berretti gialli che è stata a
suo tempo devastata dalle guardie rosse. Abbiamo incontrato giovani monaci
occupati in mansioni varie, abbiamo visitato splendidi interni affrescati
su intonaco rosso scuro. I pavimenti erano ricoperti di spessi tappeti da
preghiera. Qui Tenzin ci ha fatto un discorso ancora più ampio di natura
religiosa.
Un’informazione storica sulle origini del buddismo tibetano è
affiorata all’improvviso, secondo cui monaci buddisti indiani si sarebbero
trasferiti in Tibet in seguito all’invasione musulmana dell’India
avvenuta intorno all’anno 1000 quando fu edificato il Qutub Minar di
Delhi che tuttora orgogliosamente si innalza nella città.
Nell’aria è anche volata la frase secondo cui i lama mangiano
carne e lardo.
Si apprende che questo tempio chiamato Sun Zhong Liun Shi è analogo
al più importante tempio di Llasa, secondo solo ad esso per importanza.
Quando la guida tibetana non vuol parlare gli si bloccano gli occhi.
Leitmotiv
n. 6. Un altro leitmotiv del viaggio riguarda elementi gradevoli
che la mente predilige e che riguardano l’intero viaggio. Tra questi
c’è una pratica di Taiji su uno dei tronconi della Grande Muraglia
meno frequentati dai turisti, in vista di una natura tropicale che riscalda
e allieta. Si è cercato di stabilire un contatto armonioso con quella
natura, con la dolcezza del clima che permette un movimento rilassato e la
corrispondente meditazione interiore. Mai il movimento cosiddetto delle nuvole
(yun shou), ha trovato una migliore collocazione e sviluppo nello spazio circostante!
O mai la rotondità del movimento (yuan) costantemente suggerita dal
Maestro durante la pratica è stata meglio capita e realizzata!
Ricordo la solennità e la dolcezza del monte Meili, alto 6700 metri,
di cui si parla come nella religione cattolica del volto di Dio che ogni tanto
si mostra e che le persone attendono che si mostri. Di sera procedendo verso
la città montana di Deqin si sono per la prima volta contemplati i
sette picchi della catena e il ghiacciaio chiamato Yong Ming a cui alcuni
di noi si avvicineranno in una gita a piedi e sul dorso di piccoli cavalli
tibetani. La bellezza di questi paesaggi è accentuata dalla presenza
di una flora lussureggiante intorno ai tremila metri che sembra riscaldare
la terra della sua energia.
Il monte, come ha detto il Maestro Li Rong Mei, si è fatto vedere subito,
alcuni aspettano giorni e giorni per contemplarne il volto, spesso coperto
da nuvole, a noi si è subito mostrato altissimo e innevato, circondato
da ghiacciai. L’abbiamo guardato con rispetto e senso di elevazione.
Abbiamo condiviso le tematiche mitologiche della gente del luogo, i loro luoghi
di preghiera.
Ricordo il Lago Napo trasformato in pianura secca dove abbiamo cavalcato e
il completamento di quella visione il giorno dopo da un altro punto prospettico
sul lago vero e proprio che ancora esiste, nella sua parte dove ci sono acque
e acquitrini, grandi masse di alghe fluttuanti di uno strano colore verde
azzurro e piccole rocce che lo costeggiano. Prendo nota di aver visto estese
zone dove galleggiano mucchi di alghe, in cui si ammirano lunghi riflessi
di grandi pietre squarciate sulla riva, circoli di muschi galleggianti. Scrivo:
“Piccola pianura acquea verdastra tra i monti, lungo la riva pini e
vegetazione tropicale non di grande altezza. Le elevazioni montuose circostanti
sono sui quattromila-cinquemila metri”. Passiamo accanto a campagne
dove, su grandi rastrelli, il fieno è messo ad asciugare e conservato
per il bestiame. Si vede gente che lavora nei campi e poi nel fondo valle,
villaggi sparsi tra rododendri e distese di conifere di riforestazione.
Siamo giunti sulla via di Llasa a circa 1200 km dalla capitale del Tibet,
su una strada nazionale in buone condizioni, superando montagne dalla vista
godibilissima, procedendo a sessanta km all’ora. È stato bello
percorrere la strada lungo lo Yang Tze
e l’altro fiume chiamato Jin Sha, Sabbia d’oro, che scorre nella
Gola del Salto della Tigre, di cui ho notato in particolare una continuamente
dilavata immensa roccia verdastra che mentalmente mi raffiguro come una giada
colossale che frange i flutti. Per arrivare al punto dove si trova si deve
percorrere una carrareccia di più di due chilometri, scavata nella
montagna.
Ricordo con piacere la sempre grande familiarità che stabilisco con
la popolazione. Mi piace essere quello che gli inglesi chiamano considerate
e ricevere la stessa quantità di consideration, salutare, imbastire
discorsi, interrogare e essere interrogata.
Ricordo di avere approfondito i motivi del Taiji, sempre con raffinata attenzione
e innovazione insegnato dal Maestro Li Rong Mei e di averlo decisamente preferito
ad altre forme di religiosità umana di cui sono venuta a conoscenza.
Esibendo una catena di tautologie posso dire che qui le cose sono quello che
sono, avvengono solo quelle che veramente avvengono e vengono descritte per
quello che sono e per come avvengono. Il numero di parole è necessariamente
limitato perché la parola non può scavalcare l’esperienza.
Questo punto che costituisce il sesto leitmotiv del viaggio è onnicomprensivo,
accoglie tutto il territorio da noi visitato, l’affettività sviluppata
verso di esso, dopo la vista della mirabolante Shanghai, l’ammirazione
per il Tempio d’oro di Kunming con la sua preziosa statua del Budda
d’oro, e la sua storia, la città medievale di Lijiang antica
capitale dello stato tailandese di Nanchao, poi conquistata da Gengis Khan,
abitata da diverse 23 etnie. Mi interessa e diverte questo scorrazzare mentalmente
dalla storia di una nazione asiatica all’altra, acquistando sempre maggiore
familiarità, da una provincia all’altra, queste alternative all’etnocentrismo
europeo e americano. Mi sovviene ora l’informazione circa i festeggiamenti
del Nono Centenario dello stato mongolo Mongu-Guo, di cui due compagni mi
hanno parlato al ritorno a Roma. Controllato dai cinesi all’epoca della
dinastia Han (206 a.C. – 220 d.C.), nell’VIII secolo il Yunnan
divenne il centro del potente regno thai di Nanchao. Quest’ultimo fu
in seguito conquistato e annesso alla Cina dai mongoli, nel XIII secolo, ma
il potere rimase nelle mani di funzionari e signori della guerra locali fino
agli anni trenta del Novecento. Lo sviluppo economico moderno cominciò
nel 1937, durante la guerra cino-giapponese, quando, a causa della grande
distanza dalla costa orientale occupata dai nipponici, vi furono trasferiti
dipartimenti statali e importanti stabilimenti industriali.
Vagheggio
anche il ricordo di Lugu, paese sul grande lago tra le montagne abitate dalle
tribù Naxi che si conducono secondo uno stile matriarcale, in cui la
nonna è capo da tutti riconosciuto della famiglia e dell’economia
domestica, la figlia minore della famiglia è la sua erede, nei cui
cortili immensi maiali vengono stagionati per decenni, salati e seccati al
sole e infine Shangrila dove mi trovo mentre scrivo questo appunto. Ho camminato
a piedi per la città, i cui marciapiedi sono ricoperti di piastre di
marmo biancheggiante che riflettono la luce del sole. È una città
ordinata, colorata dai rossi tetti arcuati carichi di guarnizioni e ornamenti
ispirati al mondo vegetale e animale, con una parte più antica nei
cui negozi i miei compagni di viaggio cercano e trovano di tutto. Allo stesso
modo di Lijiang che abbiamo visitato precedentemente. Siamo a 3500 metri,
ma non ne stiamo soffrendo tanto, solo un po’ di batticuore prima di
addormentarci.
Leitmotiv
n. 7. Il settimo leitmotiv riguarda il fatto che una parte della
Lunga Marcia di Mao si sia svolta nel Yunnan, nell’ottobre del 1934.
Sono gli anni in cui è stato pubblicato Lost Horizon! Ecco quel che
bolliva in pentola mentre i British officers venivano condotti al tempio di
Songshan! In uno degli ultimi libri su Mao Tze Dong scritto dalla scrittrice
cinese britannica Jung Chang e da suo marito, il sovietologo Jon Halliday,
varie pagine sono dedicate alla cosiddetta Lunga Marcia che si svolse in parte
nella provincia del Sechuan e in parte nel Yunnan. Secondo gli autori, la
marcia servì a consolidare il potere di Mao nel partito comunista cinese.
Sarebbe stata fatta con l’intenzione di mostrare alle popolazioni locali,
per contrasto, la terribilità dell’esercito nazionalista.
Un tratto della Marcia, partì proprio da Kunming, ma si tenne più
a est rispetto al nostro percorso e continuò in una parte del Yunnan
che noi abbiamo forse percorso in aereo.
Come si vede nella mappa5 la linea della marcia che parte da Kunming corrisponde
a quella della Seconda/Sesta armata rossa.
La Cina stava provvedendo all’esplicazione del proprio destino.
Note
1
Le citazioni da Lost Horizon di James Hilton, pubblicato per la prima volta
nel 1933, sono state tradotte dall’edizione del 1968 di Pocket Books
(Simon and Shuster, New York).
2 Ippolito Desideri, The Broadway Traveller, An Account of Tibet, The Travels
of Ippolito Desideri of Pistoia, 1712-1727 a cura di Filippo De Filippi, con
introduzione di C. Wessels, Londra, 1931.
3 Michael McRae, In Search of Shangrila, the Extraordinary True Story of the
Quest for the Lost Horizon (2002), Penguin, 2004, p. 81.
4 Lina Unali, Stella d’India. Temi imperiali britannici, Modelli di
rappresentazione dell’India, Edizioni Mediterranee, Roma, 1993.
5 http://www.paulnoll.com/China/Long-March/history-map-detail-alternate.html.
Nuvole e altre figurazioni all’interno della Città Proibita |
Il Bund visto dal fiume |
Il Maestro Li Rong Mei parla con una delle nostre guide |
La città di Shangrila |
Porta esterna del piccolo tempio |
Rappresentazioni policrome nel grande tempio |
Taiji sulla Grande Muraglia con il Maestro Li Rong Mei |
Deqin vista dal nostro albergo |
Monte Meili nei bellissimi colori del giorno |
Scalinata verso la Gola della Tigre e immensa roccia |
Passeggiata lungo la Gola del Salto della Tigre |
Budda d’oro nel Tempio d’oro presso Kunming |
Il giardino dentro il Tempio d’oro presso Kunming |
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