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ITALIA
BELLA
NAPOLI NEOCLASSICA
Visitati tre splendidi Palazzi patrizi questa è la volta
di altrettanto tra le più affascinanti magnifiche Ville di stile
neo-classico di Napoli, città dall’autentica bellezza senza
tempo che merita una più giusta attenzione.
Testo di Maurilia Rendine
A volte basta solo la notizia, una soltanto, di ordinaria quanto inaccettabile violenza e un’intera città viene penalizzata e immediatamente giudicata negativamente. Napoli da decenni è costretta, nonostante i positivi cambiamenti visibili, a recitare un ruolo che ricorda molto da vicino le vicissitudini di una delle protagoniste delle innumerevoli Sceneggiate, stile Mario Merola; bella, povera, sfortunata, abbandonata, afflitta da mille problemi, eppure onesta e desiderosa di riscattarsi da un ingiustificato pregiudizio. Così percepisco a volte, la bella città affacciata su uno dei Golfi più consacrati alla fama del mondo. E quasi a contrastare l’idea popolaresca arruffona e spesso imbrogliona che troppo frettolosamente le affibbiano con faciloneria, ci addentreremo in quella parte del tessuto urbano dove al contrario, si presenta orgogliosamente con le testimonianze della sua passata inclinazione di maestosa capitale del Mediterraneo, Regina incontrastata di secoli di storia europea; e così, immerse nel verde di ameni rigogliosi e roridi giardini e parchi, visiteremo tre splendidi esempi di architettura neo-classica napoletana come, giusto per cominciare, Villa Acton Pignatelli Cortés, la cui costruzione risale al 1826 e si prospetta leggermente in posizione arretrata rispetto alle altre costruzioni che si affacciano lungo la Riviera di Chiaia. I primi proprietari furono i Carafa di Belvedere, e nonostante la “giovane” età passò successivamente in eredità di altre numerose e danarose famiglie come gli Acton, i Rothschild e i Pignatelli. La famiglia Acton ha chiaramente origine inglese, il suo primo esponente risale addirittura al 1328, e ottenne la Baronia solo nel 1644; fu inserita nel patriziato partenopeo con Regio Dispaccio del 6 gennaio 1802. Sir John Francis Edward, 6° baronetto della casata, ricoprì importanti incarichi politici quali Direttore della Real Segreteria della Marina napoletana e Ministro degli Esteri con funzione di Presidente del Consiglio dal 1789. Il figlio, Sir Ferdinand Richard Edward 7° baronetto, ricoprì anch’egli incarichi ufficiali, e famose nonché eloquentemente ricche di particolari le cronache dell’epoca che esaltavano i ricevimenti mondani organizzati con la moglie, nell’incomparabile scenario di Villa Acton; ma purtroppo il giovane baronetto ebbe vita assai breve, morì infatti nel 1837, e la giovane vedova unica erede del Duca di Dalberg, risposandosi vendette la proprietà della villa a Carl Mayer von Rothschild. Costui, rappresentante influente della dinastia di finanzieri prussiani era introdotto alla corte borbonica in quanto al seguito ovviamente della regina Maria Carolina d’Austria. La villa per suo volere subì notevoli trasformazioni rispetto all’iniziale costruzione progettata dall’architetto napoletano Pietro Valente; così a mettere mano ai cambiamenti prima un anonimo architetto parigino e in seguito Gaetano Genovese che fortunatamente, provvide a effettuare giovevoli correzioni alla moda francese del predecessore di rivestire le pareti di pesanti broccati, di dorature straboccanti e la tettoia di rame a sostituire quella di tegole. Decaduta la dinastia Borbone, anche i Rothschild lasciarono la capitale partenopea cosicché il figlio secondogenito rivendette la proprietà a Diego Aragona Pignatelli Cortés che contribuì in definitiva ad apportare modifiche all’abitazione a al parco arricchendo sempre di più la proprietà che nel 1955, sua moglie Rosina, decise di donare allo Stato italiano imponendo peraltro un unica condizione circa l’appartamento nella sua parte rappresentativa. Ogni arredo, dai mobili, agli oggetti e alla parte decorativa, doveva essere conservato integralmente senza che alcuno di essi fosse dirottato altrove snaturando di fatto gli ambienti e tutto questo per perpetuare, con un museo, la memoria dell’amato marito il duca Diego Pignatelli. Numerose le collezioni ospitate, come quella cospicua di proprietà del Banco di Napoli la cui vocazione spiccatamente napoletana comprende opere sei-settecentesche di altissimo livello qualitativo. Di grande impatto visivo gli ambienti come il salotto della principessa riportato alla sua destinazione originale con tutto quello che compone il ricchissimo arredo di quadri, porcellane, mobili. Non va dimenticato anche il ricco fondo librario composto da più di 2000 esemplari di volumi e oltre 4000 dischi di musica lirica e classica e il piacevolissimo Museo delle Carrozze intitolato al Marchese Mario d’Alessandro di Civitanova che ci ha inevitabilmente ricordato quegli altrettanto cospicui e vari della Villa Barbaro di Maser (provincia di Padova) di Roma (Cecchigola) e della città di Trani. Il Museo delle Porcellane invece ci introduce ad un’altra splendida Villa, il cui nome in tutta la città, è sinonimo di bellezza. Stiamo parlando della Floridiana un tempo dimora estiva della seconda moglie morganatica di Ferdinando I di Borbone, donna Lucia Migliaccio duchessa di Floridia (paese in provincia di Siracusa, da cui il nome), che le cronache descrivevano come “donna di forme leggiadre e carnagione bruna, occhi neri vivissimi e seducenti, mite, soave, intelligente, duchessa di Floridia e Regina del Regno delle Due Sicilie”. Sorge al limite sud della collina del Vomero da cui si gode uno dei magnifici panorami sul Golfo. Un regalo del tutto particolare di un Re per la sua Regina, era l’anno 1816 e l’architetto Antonio Niccolini lavorò alla ristrutturazione delle preesistenti costruzioni e alla progettazione dei giardini, arricchiti questi ultimi dalle piantumazioni e dalle essenze scelte dal Friedrich Dehnhardt, il direttore dell’Orto Botanico della città. A lavori ultimati (1819) vi si potevano ammirare due ville dette appunto Lucia e Floridia, un teatrino all’aperto detto “della Verzura”, un tempietto circolare, finte rovine e serre, tutto naturalmente e rigorosamente in stile neo-classico. Defunta la coppia regale, a ereditare tanta bellezza furono i figli del primo matrimonio della duchessa, così che Villa Lucia e una porzione del Parco furono venduti a privati. La Floridiana e il resto del Parco furono acquistati dallo Stato italiano nel 1919 col fine di esporre tra il 1927 e il 1931, la cospicua collezione di porcellane ricevuta in dono da Maria Spinelli di Scalea, che a sua volta l’aveva ricevuta in eredità dallo zio Placido di Sangro, Duca di Martina, nome col quale si identifica il museo stesso. Interessante notare come molto umilmente, dato che le aree espositive portano i nomi di uomini, siano comunque le donne di queste nobili casate, con i loro doni, a permettere una divulgazione preziosa di tesori che altrimenti resterebbero appannaggio di pochi fortunati o si perderebbero per carenze finanziarie. Comunque sia, nel caso delle porcellane si tratta di un patrimonio considerevole di quasi seimila pezzi. Pezzi che comprendono oltre a pregiati esemplari cinesi, porcellane tedesche di Meissen, i tentativi di ceramiche Medicee del ‘400 e del ‘500, “paste tenere” così definite quelle francesi tra la fine del ‘600 e l’inizio del ‘700, una ricca selezione di porcellane di manifattura Ginori, senza dimenticare la importante presenza di porcellane della “Real Fabbrica” di Napoli e quelle di Capodimonte nonché preziosi ventagli, portagioie, tabacchiere, oggetti d’arredo, “galanterie” e documenti di vita quotidiana come vetri, avori, lacche, coralli, tartarughe e smalti. Nel 1978 la collezioni è stata arricchita da ulteriore generosa donazione degli eredi di circa seicento oggetti tra maioliche, porcellane e mobili. La collezione di opere di provenienza asiatica (Cina e Giappone) sono in maggioranza ed è una delle più significative d’Italia per qualità e ricchezza di manufatti. Sono ampiamente rappresentate le porcellane cinesi, per la maggior parte del XVIII secolo, “bianche e blu”, quelle denominate della “famiglia verde”, “rosa” o “nera” a secondo della denominazione cromatica dello smalto, insieme a numerosi esemplari di porcellane giapponesi in stile Kakiemon e Imari. Concludiamo questa panoramica con Villa Rosebery, la cui storia principia i primi anni del 1800 per volere di un brigadiere di marina della flotta borbonica, tal Giuseppe De Thurn. Infatti egli acquistò e accorpò alcuni fondi terrieri contigui che si trovavano su Capo Posillipo. In quell’epoca la zona, sicuramente bella e selvaggia, era difficile da raggiungere tanto che il modo migliore era la via di mare. Il conte Thurn fece edificare nella zona più alta e panoramica, una piccola residenza con tanto di cappella privata e un giardino e venne denominata appunto “Belvedere”. Il resto della tenuta fu destinata a territorio prettamente agricolo, vigneti e frutteti, ceduto a coloni. Tra il 1806 e il 1816, causa la momentanea destituzione dei Borbone, la tenuta fu confiscata dalle truppe napoleoniche. Restaurato il regime borbonico, il Thurn rientrò in possesso della proprietà nel 1817. Ottenuto un indennizzo per i danni economici causati dal periodo della requisizione, nel 1820 il conte decise di vendere la Villa. Il valore nel frattempo era notevolmente aumentato in quanto lungo la collina di Posillipo si andava realizzando una strada di collegamento tra Mergellina e Bagnoli, via progettata per rendere agevolmente praticabile anche alle carrozze una zona decisamente impervia. La strada altro non era che la esecuzione pratica di quanto già pensato oltre che da Re Ferdinando IV di Borbone re di Napoli, anche e in parte realizzato in buona parte, da Gioacchino Murat. Quindi quando nel marzo del 1820 la principessa di Gerace e il figlio don Agostino Serra di Terranova acquistarono la proprietà a Capo Posillipo, questa poteva già prevedere di essere trasformata da fondo prevalentemente agricolo in villa residenziale. Ma le entrate agricole erano cospicue per cui non tutto venne abbandonato, ad eccezione di alcuni locali fino a quel momento usati esclusivamente dai coloni e riconvertiti ad uso di residenza e rappresentanza. Agli architetti gemelli Stefano e Luigi Gasse furono affidati i lavori di riassetto della tenuta chiamata allora Villa Serra marina; interventi che videro trasformare il casino Belvedere dell’ufficiale austriaco (oggi Palazzina Borbonica), in una elegante residenza per i nuovi proprietari e inoltre, e il Casino Gaudioso che si trovava nell’estremità meridionale, per destinarlo a grande foresteria. Come oggi vediamo la Villa lo dobbiamo proprio ai Serra. Morti peraltro sia la principessa che don Agostino, nel 1857 gli eredi rivendettero a Luigi di Borbone, comandante della marina napoletana, l’intera tenuta che da allora prese il nome di Villa Brasiliana in quanto la moglie di Luigi era sorella dell’Imperatore del Brasile. Utilizzata soprattutto per appuntamenti galanti, il nuovo proprietario volle farla completamente recintare, eliminando definitivamente l’originale carattere agricolo e posizionando al posto delle aree coltivate, un grande Parco alberato e dotandola di un porticciolo. Luigi si comportò ambiguamente durante l’ultima grave crisi politica che coincideva con l’avanzata garibaldina (1860) e quindi fu esiliato in Francia e la “Brasiliana” ovviamente venduta. Acquistata da un facoltosissimo uomo d’affari, Gustavo Delahante, fu rivenduta nel 1897. Ad acquistarla fu un inglese, a testimonianza del sempre maggiore interesse dei forestieri, Lord Rosebery, eminente politico britannico e Primo Ministro tra il 1894 e il 1895. Considerava la Villa il suo buen retiro, avendo deciso di lasciare temporaneamente la vita politica per dedicarsi allo studio storico-letterario. Così la Villa divenne un luogo prettamente appartato, chiuso alla mondanità dell’alta società napoletana. Ma non avendo più introiti dall’attività agricola, la manutenzione era divenuta assai dispendiosa per il Lord Rosebery, che peraltro la frequentava raramente essendo tornato all’attività politica. Così si accordò signorilmente con il governo inglese per una donazione, perfezionata nel 1919. Usata sporadicamente come meta di villeggiatura degli Ambasciatori inglesi, anche il governo britannico decise di optare per una cessione gratuita e questa volta allo Stato italiano. Atto che fu sancito e firmato nel 1932 dall’Ambasciatore del Regno e da Benito Mussolini. Andato in fumo ogni progetto di destinare la proprietà al pubblico si decise di mettere la Villa a disposizione della famiglia reale. Qui nel 1934, vi nacque la primogenita del principe ereditario Umberto e in quel frangente la Villa prese il nome di Maria Pia. Dal giugno 1944, nominato Umberto Luogotenente del Regno, Vittorio Emanuele III si trasferì nella villa con la consorte Regina Elena; vi rimarrà fino all’abdicazione e alla partenza per l’esilio in Egitto, 9 maggio 1946. Recuperata dallo Stato italiano dopo un periodo di requisizione ad opera degli eserciti alleati, nel 1949 fu concessa all’Accademia dell’Aeronautica. Rimase vuota inutilizzata e in abbandono fino alla promulgazione di una legge del 1957 che la incluse nei beni in dotazione della Presidenza della Repubblica, determinando così la definitiva rinascita.
M.R.