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l'Ultimo cavaliere e il pittore

di Maurilia Rendine

ITALIA BELLA


L'ULTIMO CAVALIERE E IL PITTORE

L’Italia è un inesauribile fonte di storie il più delle volte insospettate, come nel caso di personaggi e luoghi per così dire lontani dai classici itinerari turistici. Umbria, terra dolce e gentile, ne propone al riguardo due: Castiglione del Lago e Panicale.

Alcuni anni or sono uscì un film che aveva per titolo “Il Primo Cavaliere” interpretato da Sean Connery e Richard Gear, ennesima libera riproposizione del mito di Re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda (VI/VII sec. d.C.), ma al di la del fascino dei grandi attori lo spunto introduce parafrasandone parzialmente il titolo, una storia questa volta reale e tutta italiana svoltasi nel XVI sec., nel cuore di una delle regioni più belle del centro Italia, l’Umbria. Il personaggio del quale narreremo brevemente la storia trattasi al contrario dell’Ultimo Cavaliere, così come nell’immaginario collettivo si pensa possa essere stato un uomo d’arme del passato, passato che molto spesso ha tramandato racconti di eroi fatalmente in bilico tra fantasia e realtà e sebbene personaggi come Artù, Rolando, Robin Hood, Riccardo Cuor di Leone, Willam Wallace (BreveHart) ed altri ancora siano riproposti con metodica cadenza, suffragati più o meno da nuove rivelazioni che ne attesterebbero almeno limitatamente la veridicità, la storia di Ascanio della Corgna, questo il nome del nostro protagonista, è sicuramente come già accennato, oltre che autentica inspiegabilmente poco conosciuta. Procedendo con ordine si parte da Castiglione del Lago e il lago in questione è il Trasimeno, il quarto per estensione dopo Garda Maggiore e Como e il più grande a livello peninsulare. La sua fama è legata alla battaglia svoltasi il 24 giungo del 217 a.C. tra le truppe di Annibale e quelle di Flaminio, che si risolse in una terribile e sanguinosa disfatta per le truppe romane. L’attuale nome di Castiglione è dovuto per corruzione linguistica di Castillonem, ispirata al promontorio proteso nel lago sul quale si erge e che ha la forma della costellazione del Leone. Proprio per la sua posizione per lungo tempo il paese fu conteso tra Arezzo Siena e Perugia, e solo quest’ultima nel 1100, se ne aggiudicò definitivamente il possesso. Nel secolo successivo Federico II di Svevia lo ricostruì unitamente al castello e salvo alcuni interventi di non grande rilevanza, così è giunto fino ad oggi. Diventato caposaldo militare dello Stato della Chiesa, a metà del 1550 papa Giulio III lo concesse a suo nipote Ascanio, che nominerà marchese nel 1563. La famiglia fu insignita del titolo ducale nel 1616, ma alla scomparsa del Duca Fulvio Alessandro, morto senza lasciare eredi maschi, il paese e il territorio ritornarono nella giurisdizione pontificia. Ma chi era Ascanio? Oggi potremmo definirlo senza ombra di dubbio, una vera e propria star della sua epoca. Figlio di una delle più potenti famiglie perugine originaria del nord del Trasimeno, nacque il 31 luglio 1514 e a soli 21 anni cominciò una prestigiosa carriera militare. In poco tempo divenne Maestro di Campo Generale (comandante di tutte le fanterie) e questo sia nella guerra tra Stato Pontificio e Regno di Napoli, dove costrinse il papa alla capitolazione, come nella guerra sostenuta al Gran Soccorso di Malta assediata dai Turchi fino al suo ultimo capolavoro la Battaglia di Lepanto, in quanto si deve a lui sia il piano d’attacco come lo schieramento delle navi; peraltro i disagi in mare e le ferite riportate gli costarono la vita. Fu assolutamente uno tra gli uomini più famosi del suo tempo; specializzato in architettura ed ingegneria militare, maestro d’armi, di torneo e imbattuto spadaccino, umanista e mecenate. Partecipò a quasi tutte le guerre comprese tra il 1536 e il 1571 (anno della morte) combattendo sotto bandiere diverse e a volte opposte, proprio come i più grandi condottieri di ventura del medioevo del calibro di Ezzelino da Romano del Gattamelata o del Bartolomeno Colleoni, e forse per questo costantemente osannato rispettato e perché no, temuto. E’ indubbio che la sveltezza e la destrezza con la quale sapeva maneggiare la spada fosse così risaputa che addirittura come in un derby di calcio dei giorni nostri, ben tremila persone si misero in viaggio da Roma, Firenze, Siena e Perugia solo per assistere al vincente duello sostenuto contro Giannetto Taddei accusato di insubordinazione nei propri confronti. Ebbe tale risonanza da essere annotato per iscritto in ogni sua mossa e alla fine immortalato in un appassionante affresco visibile nella Sala dell’Investitura del proprio Palazzo. Fu catturato dai Senesi a Chiusi e tradotto prigioniero a Porto Ercole. Fin qui nulla di strano se non fosse che data l’eccezionale nomea, per il suo trasferimento furono impiegati ben 1000 fanti e 100 cavalieri e nonostante tutta questa precauzione preferirono “regalarlo” al Re di Francia che altrettanto velocemente si affrettò a liberarlo. La sua morte fece tanto scalpore dato il livello di celebrità raggiunto che oltre a ricevere solenni funerali, questi sarebbero divenuti sicuramente un evento mediatico di portata planetaria se solo fosse già esistita la televisione. Il Papa infatti decretò ben nove giorni di cerimonie così organizzati. Durante i primi quattro la salma fu esposta pubblicamente a Roma, dopodiché il feretro iniziò il viaggio di ritorno a Perugia, durante il quale le campane di ogni paese incontrato dovevano suonare, ingiungendo ai Vescovi di Narni e Todi di andare incontro al corteo. A Perugia la bara fu portata a spalla per tutti i rioni della città sia da sacerdoti che da nobili i quali si dettero il cambio per ben venti volte prima di depositare il feretro nella Cappella dei della Corgna all’interno della chiesa di S. Francesco, dove ancora oggi è situata. Come già ricordato papa Giulio III, Gian Maria Ciocchi del Monte suo zio materno, oltre a nominarlo marchese di Castiglione lo nominò anche Governatore di Roma. Ma è nel palazzo che volle costruirsi nel piccolo borgo umbro che maggiormente si esprime la sua personalità. Concepito come una piccola reggia era inizialmente completamente staccato dall’abitato e ricco di numerosi e pomposi giardini, oramai andati perduti e comunque decantati da famosi poeti e letterati. Il nucleo originale si data dal 1200 circa e solo agli inizi del 1500 le case torri di cui era composto vennero trasformati in casino da caccia dai Baglioni, altra grande nobile famiglia di Perugia, il cui esponente più famoso, Gianpaolo, caduto in disgrazia presso il papa Leone X Medici, qui trascorse gli ultimi anni di vita in totale solitudine, ma al sicuro. Vi alloggiarono anche Leonardo da Vinci e Niccolò Macchiavelli. Secondo gli ultimi studi, al progetto probabilmente lavorarono congiuntamente sia il Vignola che l’Alessi. La struttura esterna si presenta come un quadrato semplice e armonico che si sviluppa su tre piani, di cui il primo interrato. All’interno solo alcune sale, quelle del piano nobile e di rappresentanza, risultano interamente affrescate. Di tutte certamente la più affascinante risulta essere appunto quella detta dell’Investitura o delle Gesta d’Ascanio. Fu commissionata dal nipote e figlio adottivo d’Ascanio, Diomede della Penna, a Niccolò Circignani detto il Pomarancio. Tali affreschi appaiono come 16 finti arazzi e ovviamente testimoniano gli episodi salienti della vita del nostro; dalla prima battaglia a Genova appena ventunenne all’ultima grande impresa, la Battaglia di Lepanto e naturalmente anche lo storico scontro col Taddei che fu ovviamente definito “il duello del secolo” e che cattura interamente l’attenzione dell’osservatore concepito com’è fuori dalle regole fisse dello stile dell’epoca, il Manierismo. Infatti, sebbene le figure umane si muovano ed agiscano in uno spazio rispettoso dei precisi canoni dello stile in questione, lo scenario che emerge alle loro spalle tradisce al contrario, la predilezione del Pomarancio a ispirarsi ad un diverso e ben definito stile precedente che si evidenzia nella riproposizione di scorci di paesi mura e paesaggi, di chiaro stampo quattrocentesco. Il tutto ha l’inaspettato gusto di uno stile proto naif e soprattutto sorprendente per l’utilizzo, come nello Studiolo di Ascanio, di colori decisamente d’avanguardia come il viola ametista, l’azzurro acquamarina e il verde amazzonite. Altrettanto interessante è la visita alla Fortezza la cui solida e articolata struttura denuncia una particolareggiata attenzione al rafforzamento delle possibilità difensive del castello caratterizzato dall’innalzamento di un secondo tratto di mura del quale peraltro oggi restano solo alcune tracce. E comunque proprio per evitare ogni possibile conquista del borgo, il Camminamento di Ronda che si sviluppa tra il Palazzo e la prima porta del Castello per almeno un centinaio e più di metri circa di lunghezza e che fu munito di tetto nel ‘600, appare fornito di feritoie utili per fucili, anche nella parte interna. A soli dieci chilometri da Castiglione e sempre verso l’interno, vale la pena di dirigersi verso il paese di Panicale considerato uno tra i più belli e puri esempi di medioevo umbro - toscano. Virtù enfatizzata in buona parte anche dalle molteplici interpretazioni dell’origine del suo nome come Pan Kalon “dove tutto è bello”, o Pani Calet “consacrato al dio Pan” oppure da Pan Colis “luogo dove si coltiva il Panìco”. Paese dalla rara forma ellittica è caratterizzato anche dalla presenza di tesori di inestimabile valore come quello visibile all’interno della Chiesa dedicata a S. Sebastiano la cui parete d’altare è occupata da un affresco di Pietro Vannucci detto il Perugino che rappresenta il martirio del santo e che è datato 1505 (restaurato nel 1985). Pittore nato nel 1450 a Città delle Pieve, il Perugino viene considerato “fiorentino” perché si formò artisticamente nella Bottega del Verrocchio ed ebbe per compagno di studi Leonardo da Vinci e per ispiratore Piero della Francesca e la spazialità delle opere di quest’ultimo. Lo si riconosce anche in questa composizione straordinaria che ricorda come l’artista fosse legato al soggetto religioso riproposto in maniera classica ove le figure diventano “membri architettonici d’una composizione spaziale” così come le definisce lo storico Berenson, vale a dire, le cui espressioni e atteggiamenti stereotipi debbono interpretarsi non come se fossero protagonisti d’un dramma, bensì come fossero archi e colonne. E il Martirio è in effetti concepito come una rappresentazione irreale quasi moderna, formata da figure poste geometricamente: piramide, rettangolo e cerchio. Dove la piramide presenta quattro arcieri di eleganza apollinea che appaiono più coinvolti in una danza che in una esecuzione capitale. Il Santo legato ad una colonna e posto sopra un piedistallo classico, ha lo sguardo estatico già astratto perché rivolto verso Dio, tanto da ricevere placidamente le frecce che gli vengono scoccate nelle anche. Tra la scena e l’orizzonte si interpone un portico anch’esso di sapore classico formato da un arco trionfale ripetuto. Il tutto parla del sogno dell’Antico in una dimensione ambigua e misteriosa che pose una distanza tra quest’opera e le intenzioni della committenza di Panicale che voleva solo esorcizzare l’epidemia di peste rendendo omaggio al Santo. Solo la figura di Dio, aggiunta successivamente sopra il portico, serve a ricordare la finalità della committenza. Assolutamente fedele alla realtà lo sfondo con la piana brumosa del lago analogo al panorama che si gode dalla splendida terrazza del paese. Ma in questo luogo ebbe i natali un altro grande della pittura Tommaso Fini detto Masolino da Panicale, famoso soprattutto per la splendida Cappella Brancacci di Firenze, opera inimitabile portata a termine dal suo allievo Masaccio. Di suo, all’interno della Chiesa di S. Michele Arcangelo all’altezza del coro, campeggia un delizioso quanto delicato affresco raffigurante l’Annunciazione, poco distante è una pregevole Natività, olio su tela, di G.B. Caporali del 1519. Prima di lasciare Panicale, doverosa una breve sosta al Teatro Cesare Caporali curiosa costruzione da primato essendo uno tra i due più piccoli di tutta l’Umbria (80 posti).

M.R.

 

l'Ultimo cavaliere e il pittore - di Maurilia Rendine

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