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scrivono i Soci di Palladio

i palazzi di Napoli

di Maurilia Rendine

ITALIA BELLA


I PALAZZI DEL POTERE

Napoli non è solo lo stereotipo di strade piene di panni stesi, bassi affollati e piatti di pasta con la “pummarola”. E’ anche quella di un fastoso passato di ricchezza, cultura e potenza.

Napoli la trionfale, la colorata, la melodiosa o la gustosa; quale di queste immagini, pensandola, viene subito alla mente ? Dato che state leggendo, fermatevi, chiudete gli occhi e per un attimo provate anche voi. Personalmente tutte, immaginandola racchiusa in un’unica immagine, quella del Golfo più famoso della storia dell’arte pittorica, della musica, del teatro di Eduardo e, perché no, anche delle cartoline turistiche. Ritorno indietro negli anni e mi rivedo in Via Tasso affacciata ad una delle più belle terrazze tra quelle protese sul panorama più affascinante che si potesse desiderare, con la possibilità di ammirare la città, quasi dalla medesima angolatura del Pino più amato e fotografato al mondo. Ricordo che l’emozione provata fu di ingenuo stupore e spontaneamente mi espressi così - Dio quanto è bello ! Dall’alto sembra che anche la confusione abbia un ordine !!-. Chiedo venia per quell’affermazione, anche in considerazione del fatto che la “mia” città di residenza, certo non poteva definirsi organizzata sul modello svizzero in quanto a traffico e pulizia. Ma la giovane età difetta in esperienza e cerca massimamente certezze, granitici punti fermi che si manifestano in una strano desiderio di regole e ovviamente Napoli, non poteva corrispondere a quella necessità. Oggi al contrario, grazie ad un più sano e canuto distacco, e grazie soprattutto agli interventi di risanamento operati sul territorio, in questi ultimi anni, sia nella mia città come nel capoluogo campano, la situazione decisamente migliorata. Evitando accuratamente di impantanarmi in meandri scabrosi di natura politica preferisco raccontare, come mi è congeniale, quello che una piacevole passeggiata per il centro storico possa rivelare.
La conformazione di Napoli, come molte analoghe città del bacino del Mediterraneo, è dovuta alla morfologia della costa, che peraltro in questa terra meravigliosa, si caratterizza con le sembianze di un grande anfiteatro con alle spalle praticamente incombenti, colline di tufo giallo che sebbene possano apparire come un limite invalicabile ed opprimente, in realtà la diversificano da tutte le altre, assumendo l’aspetto di un palcoscenico naturale, sulle cui invisibili tavole, si sono avvicendati personaggi di tutto rispetto e di grande spessore storico.
Propedeutico per introdurre l’argomento un veloce riferimento al personalissimo rapporto, fatto di familiare ironica partecipazione, che da sempre lega la città, anche in tempo di Repubblica, alla ex famiglia reale dei Borbone.
Difficile ritrovare qualcosa di simile in altri contesti italiani o europei. Forse solo gli scanzonati e disincantati romani possono avvicinarvisi in relazione al rapporto secolare instaurato con la figura politico/spirituale del Papa Re.
Quindi come non sorridere dei soprannomi storici di Re Burlone o Re Nasone che la storia ci ha tramandato; nonostante ciò sia che si trattasse di Re o di Pontefici, sia gli uni che gli altri dovevano necessariamente circondarsi di una Corte, composta in entrambi i casi di famiglie di nobile lignaggio. E’ la loro presenza il vero artefice, nel corso dei secoli, di quello che potremmo definire il volto caratteristico della città, determinato dalla costruzione di palazzi sontuosi e ville opulente..
Ebbene se a Roma si ravvisa la predilezione riservata alla lavorazione di facciate più o meno ricche di fregi in marmo o stucco e dall’aggiunta di lapidi statue e di quant’altro relativo ai ritrovamenti conseguenti alle forsennate campagne di scavo effettuate nelle zone relative alla città del periodo Imperiale, Napoli si distingue di contro per altri elementi architettonici, quali Stemmi Roste e Portoni. E in questo caso la lettera maiuscola è d’uopo, proprio in virtù di quel gioco della comunicazione del passato che imponeva l’utilizzo di simboli ben visibili atti a sottolineare l’importanza della casata.
In poche parole, se la nobiltà di Roma prediligeva fantasia e opulenza, quella di Napoli ostentava la “potenza” del titolo. In base alle leggi del fidecommesso e del maggiorasco, termini di ovvia origine spagnola, si permetteva ad infinito, la trasmissione dei beni di famiglia di padre in figlio per evitarne la dispersione; ciò significava che il primogenito maschio di ogni famiglia patrizia riceveva per se tutti i benefici, ma entrando in possesso dell’intero patrimonio senza possibilità di alienarlo, aveva l’obbligo del sostentamento dei fratelli minori, delle sorelle, della madre vedova e degli zii e zie del lato paterno, praticamente vita natural durante dei parenti più stretti.
Tutto questo comportava un impegno non indifferente per cercare di sfruttare al massimo le terre, i prodotti agricoli, i canoni di affitto e gli interessi sui capitali prestati ai coloni, e per i più avveduti, partecipazioni a società commerciali e industriali o speculazioni finanziarie. Così saranno proprio il mantenere l’ingrandire o l’impreziosire il palazzo di città e la villa di campagna, le cause che porteranno molte famiglie ad indebitarsi. Per confermare e ostentare il decoro degno del lignaggio ereditato, l’aristocratico era costretto a dissanguarsi in spese continue di abbellimento e restauro. Con la fine della seconda guerra mondiale corrispose un’altrettanta contemporanea fine della grandezza di quello che era sopravvissuto dell’antica corte napoletana. Dimore di indiscutibile bellezza ridotte a fatiscenti contenitori brulicanti di varia e vociante umanità, che giusto l’estro e la grandezza di Eduardo hanno salvaguardato dall’oblio grazie a commedie come “Questi fantasmi”. Per loro come per nostra fortuna, la tendenza attuale è indirizzata diversamente, ovvero al recupero, alla salvaguardia e alla conservazione, ove possibile, di un patrimonio immobiliare di inestimabile valore, anche se su tale impresa incombe sempre e comunque lo spauracchio della disponibilità di capitali necessari per il raggiungimento di simili traguardi.
Quindi messi da parte facili entusiasmi, accontentiamoci di osservare più da vicino quegli elementi distintivi di uno stile meramente napoletano.


STEMMA : elemento “parlante” della scenografia posta all’attenzione del popolo, elemento di attrazione e distinzione, sorta di marchio non confondibile che trova posto immediatamente sopra il portale e apparentemente sorretto dalla mensola che costituisce la base di calpestio del balcone del piano nobile, ove visibile a tutti, evidenzia pomposamente il nome della famiglia


ROSTA : il dialetto locale la definisce giustamente lustrera e si riferisce ad una delle due funzioni svolte da questo espediente architettonico, ovvero permettere il passaggio della luce; l’altro, manco a dirlo, di abbellimento. Assumeva sovente l’aspetto, altrettanto imponente come lo stemma, di un ornamento simile alla foglia di palma come spesso riscontrabile nelle pitture egizie. Il materiale privilegiato, il legno, questo per la duttilità dello stesso ad essere lavorato in più curve o volute al fine di ottenere quale effetto le sembianze di un ricamo. Ma se ne trovano anche di marmo e di ferro, quest’ultimo trova un bell’esemplare nella rosta di Palazzo Maddaloni.
Roste che per il loro grande effetto e bellezza, vengono comunemente definite anche code di paone (pavone), continuano ad essere scolpite fino ai primi decenni del Novecento (bell’esempio Liberty in Via Chiatamone), per essere accantonate con l’avvento della corrente elettrica, avendo quest’ultima reso inutile la sua funzione primaria, quella di dare luce agli androni.


PORTALI : veri e propri archi di trionfo rappresentano l’elemento distintivo rispetto alla consuetudine generale. Difficile trovare analoghe soluzioni in altre città italiane ; il portale napoletano si distingue per l’impressionante presenza scenica e la tendenza a invadere la strada sulla quale si affaccia; il portale napoletano richiama alla mente le imponenti macchine delle feste Barocche Romane del Bernini, con le sue poderose colonne o paraste articolate, con frontoni lavorati, scolpiti o intarsiati, mentre la facciata risulterà fondamentalmente nuda, spoglia, semplicemente liscia.
La funzione del portale è quella di supplire la mancanza di un’architettura degna del padrone ergendosi incredibilmente altezzoso e ridondante, al quale avranno comunque lavorato una schiera di artisti, scultori, marmorari, pipernieri. Come sottolinea lo storico francese G. Labrot “prima di designare una Gens. lo stemma dà il nome al portale; e così questo messaggero prediletto del padrone di casa, è il vero governatore eroico e altero delle strade e delle piazze.”. L’importanza di questo colosso architettonico lo si può evincere dalla descrizione di quello di Palazzo Vandeneyden (Colonna di Stigliano), ancora esistente “portone palatiato con ornamento di marmi e piperni lavorato con bugne, sopra del quale vi è un’arma di marmo con l’impresa del pmo Padrone con festoni attorno, e due giarroni laterali.”
Un altro bello esempio è rappresentato da Palazzo Serra di Cassano (uno dei due rami napoletani di antica famiglia genovese), Via Monte di Dio 14/15, che può vantare l’accesso principale (oggi negato) sull’altra strada denominata S. Maria Egiziaca.
Entrata volutamente rivolta verso il Palazzo Reale e che permetteva di accedere al giardino ottagonale che finiva alla base della splendido scalone a doppio rampante, progettato sempre dall’architetto della dimora, il Ferdinando Sanfelice, che lo inserisce in un grande ambiente e lo realizza utilizzando per la scala e le cornici della porta il piperino, mentre il resto delle balaustre e dei fregi il marmo bianco statuario. L’interno settecentesco, caratterizzato nella Sala del Direttorio dal pavimento rosso tipico dell’epoca, è arricchito da affreschi di Giuseppe e Giocchino Magri e Giacinto Diano. Secondo gli esperti è l’edificio nel quale tra storia patria e alta cultura, si conserva il meglio della città. (da i Palazzi di Napoli dI Sergio Attanasio).
Palazzo Ruffo della Scaletta, Riviera di Chiaia 202, fino al 1828 di proprietà Carafa . Uno dei più conosciuti esponenti della famiglia, l’estroso Tiberio, principe di Bisignano e Belvedere cavaliere del Toson d’Oro e Grande di Spagna, geniale ed eccentrico personaggio della metà del 1600, amava a tal punto gli animali esotici da girare per le strade tenendo al guinzaglio un mansueto leone che mangiava esclusivamente dalle sua mani e giocava come un monello insieme ai bambini di strada di cui era amico. Morì stupidamente impiccato quando, lontano il Carafa, si lanciò da una finestra rimanendo sospeso con la corda al collo. Il principe addolorato, sul luogo della sepoltura pose una lapide. Si dice anche che avesse altri animali esotici e che ai suoi ospiti, dopo aver offerto dolcezze e leccornie, li facesse assistere a combattimenti apparentemente impossibili come quelli tra cavalli e tigri. Stravaganze da ricchi che non piacevano ai poveri, i quali durante la sua permanenza a Roma, scoppiati dei tumulti, gli uccisero a colpi di “archibugiate” quattro leoncini e altri animali.
Notevole opera invece, del periodo dei Ruffo della Scaletta, è la scala ottagonale del Bechi ornata di stucchi e marmi e coperta da un padiglione terminante con un delizioso lanternino del Venditti (neoclassico napoletano). Oggi il palazzo e ospitato dal Goethe Institut. Questa passeggiata la concludiamo negli ambienti adibiti a saloni per banchetti di Palazzo d’Avalos di via dei Mille 48, uno dei pochi ancora in possesso della famiglia, nella fattispecie Francesco d’Avalos, docente di composizione del Conservatorio di S. Pietro a Maiella . Costruzione del 1584 si presenta come una classica casa palaziata , in una zona all’epoca ricca di giardini e di dimore patrizie. Essa presenta una severa ed elegante facciata di quattro livelli con una loggia centrale al piano nobile. Inizialmente dotato di un parco che dalle propaggini della collina arrivava fino alla spiaggia di Chiaia. Nel 1840 fu ridotto di una parte per creare un viale alberato nel lato anteriore Alla fine dell’800 con l’apertura di Via dei Mille e la conseguente lottizzazione fu ridotto nelle dimensioni attuali. Un tempo era ricco di circa 500 tele di grandi pittori tra i quali Giordano, Ribera, Cavallino, Pacecco, Vaccaro provenienti dai domini di Pescara e Vasto, ma sono stati in seguito donati al Museo nazionale e dimenticati nei depositi. Nonché sette preziosissimi Arazzi su disegni di Tiziano, di fattura fiamminga donati al Museo di Capodimonte, a proposito dei quali dice il Catalani, “undici ritratti dei dodici Cesari” (il dodicesimo si trovava nella galleria granducale di Firenze), completati da una copia fatta eseguire nientemeno che da Luca Giordano. Bello il giardino delle Camelie sul declivio della collina di S. Martino.

M.R.

 

i palazzi di Napoli - di Maurilia Rendine

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