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| scrivono i Soci di Palladio |
Viaggio nella Spagna settentrionale e ri-presentazione di Generale Andaluso di Lina Unali |
Sono entrata nella Aljaferia dove, durante la mia prima visita, parecchi anni fa, avevo ricostruito mentalmente il tradimento di Rolando che Ganelon, secondo quanto si legge nella Chanson de Roland, aveva compiuto patteggiando con Marsilio, sultano di Saragozza. Ricordo che vi si parlava di una lastra di lapislazzuli, usata come sedile, posta all’esterno dell’edificio. Questa volta sono stata colpita dalla varietà e bellezza dei numerosi varchi, diversissimi l’uno dall’altro, attraverso i quali si passa da esterno a interno, dal vestibolo ai giardini, dal piano inferiore ai piani superiori; ho osservato i differenti portali incorniciati da archi diversamente tagliati e ornati in stile moresco che si aprono sulle stanze. Ne ho ammirato la varietà e armonia. Ho anche, sulla scorta di quanto diceva la guida, rivissuto nell’immaginazione alcuni luoghi nella scenografia del Trovatore di Verdi e precisamente quelli in cui compaiono il vestibolo, i giardini e la cosiddetta Torre del Trovatore, dentro la quale questi viene imprigionato. Sono giunta a considerare l’opera come testimonianza di un’apertura da parte del musicista verso altri mondi culturali, altri territori e altre letterature. Ho pensato allo stesso modo dell’autore del libretto di nome Cammarano. L’opera
ebbe un riconoscimento ufficiale a Londra dove fu pubblicato un testo
bilingue in coincidenza con la rappresentazione1 e noto come edizione
autorizzata. Una
parte dell’opera di Verdi è ambientata a Castellor, un
castello-fortezza nella Spagna settentrionale, luogo non localizzabile
nelle mappe, dove le truppe di Aragona al comando del conte di Luna
combattono contro i ribelli guidati da Manrico. Gli accampamenti degli
zingari, da cui Manrico proviene per essere stato rapito dalla zingara
e lì allevato, si trovano in altra località ugualmente
sui monti. È interessante anche notare come il nome del trovatore
Manrico sembri evocare quello di Riccardo I di Inghilterra (detto
Cuor di Leone, the Lion Hearted), sovrano della dinastia dei Plantageneti,
regnante alla fine dell’anno 1100, di cui si dice amasse accompagnarsi
con i trovatori, cantare, bere e comporre con loro, sotto lo sguardo
critico di sua madre Eleonora di Aquitania che pure fu patrona di
trovatori. Lei lo fece sposare con Berengaria di Navarra e prima di
proseguire per la crociata il re la sposò a Cipro nel castello
di Lemesos.
Dalla Aljaferia, ora sede delle Cortes de Aragona, è partito il viaggio di esplorazione della Spagna sub pirenaica e delle sue installazioni militari. Ci si è avvicinati al celebre castello di Loarre che ha fatto supporre a chi scrive si trattasse proprio di quello che nell’opera di Verdi viene chiamato Castellor. La conferma è giunta dalla lettura di un testo sui castelli fortificati nella Spagna Settentrionale dell’autore Ricardo del Arco y Garay, intitolato Algunas Indicaciones sobre antiguos castillos, recintos fortificados y casas solariegas (case ancestrali) del Alto Arago´n. Vi si legge che “Il castello di Loarre svolse un ruolo importante nelle rivolte politiche dell’Aragona nell’età media essendo memorabile la difesa che di esso fece nel secolo XIV il nobile Don Antonio de Luna […]”2. Il conte di Luna è il protagonista del Trovatore e Castellor potrebbe apparire quindi come una forma contratta di Castello di Loarre3. Nell’unirmi al gruppo organizzato per il viaggio di Capodanno 2009 era mia intenzione principale visitare una parte della penisola pentagonale come la chiamò Mario Praz nel titolo di un suo libro giovanile4 dove sapevo che il generale Tommaso Morla, mio antenato da parte materna, era stato inviato per rafforzare le difese settentrionali della nazione sopratutto nel timore di un’invasione delle truppe napoleoniche che di fatto si verificò. A questo proposito traduco dall’Enciclopedia telematica Wikipedia parte di un articolo citato nella voce dedicata a Jerez de la Frontera (Jerez Siempre), città dell’Andalusia meridionale, in cui il Generale era nato nel 1748. Vi si parla della dichiarazione di monumento nazionale del forte di San Cristóbal sopra Pamplona, la città principale della Navarra, uno dei luoghi in cui Morla aveva operato e della commissione nominata perché provvedesse alla difesa dei confini settentrionali: Alla fine del secolo XVIII a una Commissione di militari presieduta dal Generale Tommaso Morla era stato dato l’incarico di studiare la difesa dei Pirenei e da qui furono poste le basi di quelle che sarebbero state le fortificazioni di Pamplona. Per la difesa di tali fortificazioni che avevano un perimetro tra gli 80 e i 100 chilometri, si progettò la costruzione di 13 roccaforti di importanza disuguale, tanto per posizione quanto per gli obiettivi che si ponevano. Il Forte di San Cristóbal, senza dubbio la costruzione più importante, costituisce il suo punto d’entrata e la sua cittadella.5 All’impresa politica e bellica di Tommaso Morla chi scrive ha dedicato una narrazione in stile autobiografico pubblicata sotto il titolo Generale Andaluso, stampato nel 20066, in cui si legge a proposito della missione ingegneristica da lui compiuta: “Morla era stato nominato a far parte di una Giunta a cui fu affidato l’incarico di fortificare i Pirenei perché, si diceva, la costruzione di nuove strade aveva indebolito le difese del paese lungo la linea di confine. Il progetto complessivo affidato al generale andaluso era nientemeno che la modernizzazione dell’esercito e in particolare dell’artiglieria”7. Morla si era precedentemente distinto nella battaglia di Rossellon contro Napoleone in una località che si trova nella cordigliera pirenaica. Non
credo che questo continuo esplorare sia da parte mia spiegabile come
una specie di vanteria, quale riflesso della posizione di Morla nell’esercito
e nella politica spagnola del suo tempo. Credo che quell’elemento
potesse essere presente in un primo momento, quando ero bambina, quando
mia nonna materna, prendendomi da parte, mi aveva detto che il nostro
antenato era stato viceré di Spagna. Poi una suora spagnola
da me intervistata in treno su certi aspetti della cultura del suo
paese mi aveva detto che Virrey (Viceré) poteva voler dire
persona che ricopre alte cariche dello stato e non soltanto Viceré.
Ora sono all’opera, credo, prevalentemente motivi di curiosità
intellettuale, di interesse per la ricognizione di un territorio,
del piacere della conoscenza ottenuta nel tracciare linee coerenti
nello scompiglio dell’incomprensibile, nella confusione delle
voci che spesso si intersecano senza comunicare, nel crogiolo di informazioni
che giungono da ogni parte. Il senso estetico è stato esaltato dalla visita della chiesa costruita sul castello-palazzo di Bolea, soprattutto del suo interno. Di Bolea
ho un ricordo particolarmente gradevole della pala d’altare
nota come retablo de Juan de Bolea, soprannome di autore ignoto, circondata
da armoniose forme architettoniche e scultoree negli stili gotico
e moresco, aleggianti preghiere perdute, ricordi di civiltà
che si sono sovrapposte l’una all’altra, musulmana, cristiana,
reale, con pitture un po’ naïf dai colori fiamminghi, fiammeggianti
e prospettiva italiana, con una Primavera di Botticelli (come ha suggerito
la brava guida del luogo), occhieggiante a sinistra di un riquadro
del retablo con i suoi capelli paganamente ondeggianti al vento. Abbiamo visitato due villaggi che hanno le stesse caratteristiche di castelli fortificati cinti da mura: Irachi e Jujué, ma in questo caso, diversamente che a Bolea, il cuore non si è mosso per andare loro incontro. La causa potrebbe essere il freddo e la nebbia avvolgente o magari anche il non essere entrati nella calda culla di alcuna chiesa tra le cui navate architetti, scultori e pittori hanno lasciato il meglio di sé perché se ne potesse godere anche nell’avvenire. Si è
proseguito per San Juan de la Peña e per il castello di Leyre
che hanno evocato, soprattutto il primo, stili di vita estrema, l’aver
volontariamente spinto le proprie forze a oltranza, in parte, almeno,
la noncuranza del mondo. Anche qui si vedono resti di fortificazioni
e della cultura materiale musulmana scomparsa. La chiesa inferiore
presenta infatti alcuni elementi architettonici che si definiscono
mozarabici. Registro ciò per contrasto, perché ero solita
associare gli elementi musulmani solo alla Spagna meridionale e in
particolare all’Andalusia. Al tramonto siamo passati vicino ai massicci Mallos de los Riglos, mai sentiti nominare prima, a circa 45 chilometri a Nord Est di Huesca, gruppi di piccole montagne rocciose ammassate le une alle altre, alte circa trecento metri, che si sollevano pittorescamente dalla pianura alle pendici dei Pirenei. Poi, dopo il tramonto, siamo andati nel magnifico sito benedettino di San Salvatore di Leyre, costruito su possenti rocce calcaree e composto di immensi edifici per monaci e pellegrini che tuttora intraprendono il Camino de Santiago distante molte centinaia di chilometri, dove da un angolo della chiesa immersa nell’oscurità abbiamo sentito il canto gregoriano che risulta in programma due volte al giorno. Strada di Santiago, San Giacomo. Approfondimento da parte mia del primigenio valore attribuito al corpo degli apostoli (Andrea nel Duomo di Amalfi, Giacomo a Santiago de Compostela). Ometto la meraviglia del monastero cistercense (spagnolo cisterciense) di Oliva con la sua chiesa gotica immersa nell’oscurità e nel silenzio, le due piante di olivo ben curate nei giardini antistanti, e la reggia di Olite, dei sovrani di Navarra, davanti alla quale ha particolarmente attratto la mia attenzione una piccola statua raffigurante la regina Blanca. Dentro la chiesa del castello un folto gruppo di bambini accompagnati dalle loro maestre cantavano battendo i tamburelli adorni di nastri rossi. Si è visitata anche la città di Estella e il Puente de la Reina. Santa Maria de Eunate, romitaggio di forma ottagonale vivificato da ricordi esoterici, templari e altro, ha fatto poi la sua comparsa nella campagna. Oltre alla cosiddetta Cittadella (Ciudadela), a pochi passi dal centro della città di Pamplona (nome basco Iruña), già nominata a proposito delle fortificazioni attuate da Morla dove abbiamo trascorso tre notti, non abbiamo percorso il perimetro delle fortezze o trincee di epoca napoleonica, quelle a cui si adoperò la maestria ingegneristica del Generale. Ma forse la visione dell’antico baluardo ha dato un’idea di come fosse: Anche il passo di Roncisvalle era vicinissimo (a circa 43 chilometri da Pamplona) e ho avuto per la prima volta la notizia che ad uccidere Rolando non fossero state forze musulmane, come risulta dalla Chanson, ma i baschi risiedenti nei monti attraversati dalla cavalleria dell’imperatore in ritirata. Le antiche mura musulmane dei vari castillos hanno permesso di rivivere la storia di questa parte della Spagna in modo inusitato. Si è giunti a comprendere che le fortezze di cui si parla a proposito del generale Morla erano lo sviluppo estremo, in epoca napoleonica, di un sistema difensivo antico in cui i musulmani ebbero parte importantissima. Su ognuna delle loro roccaforti venne successivamente costruita una chiesa per determinarne il nuovo ordine e il nuovo dominio. A ricordo
di quel viaggio presento altre immagini. Tento di rintracciare in
particolare la già annunciata Primavera di Botticelli in un
angolo del retablo di San Juan de Bolea. L’ingrandimento rende
purtroppo l’immagine sfuocata: Infine il giorno dopo un attentato al palazzo della Stampa che ne ha infranto i vetri azzurri dei piani alti, siamo giunti al famoso museo Guggenheim di Bilbao-Bilbo, ottenuto dal grandioso risanamento realizzato circa una decina di anni fa di una vasta area fluviale e portuale dismessa della città, impareggiabile nelle sue forme navali come si sarebbe portati a definirle (scafo, ponte, albero e vele), ricoperte di lastre di titanio battuto in modo irregolare, senza oblò, inneggiante nel suo complesso alla costruzione-decostruzione e accogliente all’interno pavimenti di marmo bianco ben lucidato circondati da alte pareti di vetro8 ricurvo innervate da fasce di metallo.
Si scendono
le scale invece che salirle per accedervi, come nei templi a pozzo
della Sardegna nuragica; se lo si desidera si entra nelle installations9
definibili come moderne costruzioni multimediali, ideate per alterare
lo spazio in cui sono inserite; si accede alla sala dove sono in bella
vista materiali scultorei presi in prestito dagli idraulici e dipinti
di bianco, di ispirazione peraltro non nuova nel panorama della scultura
contemporanea; si esce sul terrazzo sul fiume in cui emerge dal nulla
una figura di gigantesco ragno simboleggiante la madre della scultrice
impegnata a divorare zanzare come ella stessa afferma in una nota
di presentazione.
1 Giuseppe
Verdi, Il Trovatore, A lyric Comedy in four Acts The music by Verdi
as presented by his Majesty’s Theatre, Haymarket, The authorized
edition, H.N. Middlar, Londra, 1853. |
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