ITALIA BELLA
di Maurilia Rendine
Conosciuta internazionalmente per la famosa sfilata del Corpus Domini,
Genzano e il territorio circostante offrono al contrario, nuovi spunti
per una visita alternativa.
Testo di Maurilia Rendine
Tanto per la cronaca, nel Lazio, più di un comune condivide
con Genzano, la medesima tradizione di celebrare festività
religiose mediante l’infiorata, ma sicuramente quella del comune
alle porte della Capitale, è notoriamente la più storica,
la più popolare e la più decantata ed è l’indiscutibile,
perdonate l’appetitoso gioco di parole, fiore all’occhiello
di un territorio, quello della provincia romana, comunemente chiamato
dei “Castelli”, il cui fascino e incanto, è stato
degnamente rivalutato in questi ultimi anni, grazie al successo popolare
di una fiction televisiva. A farla sicuramente da padrona è
certamente l’intatta imponente bellezza del Palazzo Chigi di
Ariccia, che già negli anni ’60 del secolo scorso fu
utilizzato da Luchino Visconti tra le locations del suo memorabile
film “Il Gattopardo” mentre oggi, è la dimora “televisiva”
di una famiglia aristocratica dall’impronunciabile cognome,
i Marchesi Obrofari; questa è peraltro l’occasione per
parlare del Palazzo Sforza-Cesarini di Genzano, e della tenuta Monte
Giove di Lanuvio, azienda vinicola di proprietà di un’antica
nobile famiglia originaria della Sicilia (Paterno’ e Palermo),
i Conti di Moncada, la cui deliziosa invidiabile e stupendamente posizionata
casa di campagna, è stata al contrario, una delle locations
scelte dalla RAI. Una volta giunti a Genzano, bisogna proprio ricercare
la solitaria aristocratica struttura del Palazzo gentilizio in quanto,
essendo discosto dalla strada statale che attraversa il centro abitato
su cui affaccia quella dell’Infiorata, difficilmente se ne potrebbe
all'istante ammirare l’indiscutibile fierezza seppur deturpata,
più che dal tempo, dalle conseguenze degli effetti della Seconda
Guerra Mondiale. Infatti proprio come lo splendido Palazzo Pamphijli
di Valmontone, quest’ultimo oggi finalmente restaurato, porta
ancora evidenti i segni di quello che fu per anni, l’unica abitazione
agibile, tra cumuli di macerie, per gli sfollati. Va da se che gli
interni, solo in alcune sale, ricordano lo splendore e la bellezza
dei parati e dei soffitti che originariamente hanno abbellito e arricchito
la fortezza gentilizia dei Cesarini, i quali nel 1564 acquistarono
l’intero borgo medievale inizialmente edificato e raccolto,
attorno alla chiesa cistercense di S. Maria della Cima. L’antica
struttura venne completamente trasformata tra il 1713 e il 1730, quando
proprietario era il Duca Gaetano Sforza-Cesarini che affidò
l’incarico di ristrutturare ed ampliare l’immobile, a
due architetti romani, padre e figlio, ovvero Ludovico e Domenico
Gregorini, i quali realizzarono un particolarissimo, se così
si può dire, tromp l’oeil architettonico, essendo fondamentalmente
un pregevole quanto piacevole inganno, per l’occhio umano. Innanzi
tutto fu rinnovata la facciata, estendendola con l’aggiunta
di un nuovo corpo di fabbrica diretta verso il lago (Nemi) per renderla
simmetrica rispetto all’antico portale; inoltre fu sopraelevato
di un piano per accentuarne la sproporzione con le casette circostanti.
Il complesso del portale, fino all’altezza della finestra del
piano nobile, venne realizzato da Domenico Michele Magni, ed è
caratterizzato da quella che viene definita “sghembatura”,
vale a dire che appare obliquo rispetto al prospiciente viale dell’olmata,
col fine di simulare una qualche perpendicolarità, essendo
il palazzo fuori squadro di circa 7 gradi. La trovata gradevole oltre
che del portale anche delle due finestre soprastanti, serve a dare
una spinta ascensionale all’intera facciata, attraverso il restringimento
progressivo degli elementi verticali più importanti dei tre
livelli, ovvero colonne del portale, colonne del balcone e stipiti
della finestra del secondo piano. Osservando la facciata principale
è evidente come nel XVIII secolo questa si presentasse come
l’ennesimo rifacimento del Palazzo Farnese di Roma, comunemente
chiamato “Cubo Farnese”, che nel 1500 venne realizzato
da Michelangelo Buonarroti; connotato rilevante è il particolare
ritmo delle finestre, decrescente sui lati estremi sì da determinare
un’accelerazione prospettica verso l’esterno, che si contrappone
all’andamento in verticale del portale, tanto da dare l’impressione
in chi guarda, di osservare una superficie curvata e convessa. Per
dirla più semplicemente, ci si trova al cospetto di una di
quelle realizzazione settecentesche, tipicamente affermatesi in Roma
tra ‘600 e ‘700, volta a enfatizzare un ritorno alla tradizione
in senso classicista, ma con un intrigante propensione verso il tardo
rinascimento e il barocco. Il comune di Genzano, ultimamente entrato
in possesso dell’immobile, sta tentando di ridargli il giusto
lustro, utilizzando i suoi ampi spazi per allestire mostre o per ospitare
convegni e contemporaneamente, permettendo ad una cooperativa di motivate
giovani donne, appassionate del proprio paese e del territorio circostante,
di programmare visite guidate per gruppi, realizzandole come veri
e propri percorsi storici accompagnando i visitatori alla scoperta
della dimora, impersonando con piglio quasi da attrici consumate e
in costume d’epoca, personaggi realmente esistiti come la duchessa
Livia Sforza-Cesarini e Faustina Maratta, figlia e talentuosa acclamata
poetessa, del pittore anconetano Carlo Maratta, molto attivo e famoso
in Roma, tra la fine del ‘600 e l’inizio del ‘700,
entrambe protagoniste di un grave fatto di cronaca. Il figlio della
duchessa, il giovane Giangiorgio si innamorò perdutamente della
giovane letterata, da tutti decantata oltre che per la splendente
bellezza, anche per altri grandi virtù e per l’animo
nobile, ma dalla medesima fu decisamente rifiutato in quanto, per
diversità di ceto sociale, i due giovani non si sarebbero mai
potuti sposare. Questo impedimento indusse il figlio dei Signori di
Genzano a tentare di rapirla il 29 maggio del 1703, tentativo per
altro mal riuscito, in quanto Faustina seppe reagire con determinazione
dimenandosi con tutta la forza che aveva in corpo costringendo gli
assalitori a mollare la presa e cavandosela solo con qualche ferita.
Giangiorgio consapevole di quanto scatenato fuggì in Spagna,
dove morì nel 1719, non prima di essere riconosciuto colpevole
e condannato da un tribunale romano, cosa che fece della giovane,
una vera e propria eroina accrescendo la sua già grande popolarità.
A soli pochi chilometri da Genzano, nel territorio di Lanuvio, si
raggiunge invece Monte Giove, località dove il conte Raimondo
Moncada, ha dato vita alla fattoria dove produce vino, miele, olio
e quanto di buono questa terra regala. All’interno del territorio
dell’Appia, la leggendaria Regina Viarum, Monte Giove è
posta su una collina che supera di poco i trecento metri d’altezza;
secondo l’archeologo dell’ottocento, Antonio Nibby, basandosi
sulle storie di Tito Livio, di Dioniso e di Plutarco, riconobbe in
questa zona il luogo dove sorgeva l’antica città volsca
di Corioli conquistata dai Romani con un colpo di mano, in una notte
dell’anno 263 ad Urbe condita ovvero nel 490 a.C., ad opera
di un ardimentoso giovane patrizio, svelto nell’usare indistintamente
ingegno ed armi, Gneo (o Caio) Marcio, il quale in seguito a tale
impresa fu soprannominato Coriolano. Un personaggio la cui storia
ispirò sia la penna di romanziere di William Shakespeare come
quella di musicista, di Ludwig van Beethoven. In ogni caso Monte Giove
divenne torre di osservazione nell’epoca romana e in seguito,
durante il Medioevo (1300), un convento. I frati di questo convento
costruirono una bellissima grotta a forma di croce utilizzando sia
il materiale romano dell’antica Corioli che materiale medievale,
maggiormente nella seconda parte della stessa; la struttura è
visitabile e viene naturalmente adibita a cantina, per lo stoccaggio
delle bottiglie di vino. La proprietà agricola risale addirittura
dal 1600 e fu in appannaggio alla famiglia Aragona almeno fino al
1700. La seconda guerra mondiale arrivò anche qui, in quanto
fu occupata dai tedeschi nel gennaio del 1944, subito dopo lo sbarco
Anglo-Americano di Anzio, e fu completamente distrutta durante una
drammatica battaglia tra carri armati, il 28 maggio 1944, soli otto
giorni prima della liberazione di Roma. Monte Giove è stato
ricostruito seguendo esattamente le vecchie stampe, nel 1947. Abbinando
la visita ad un pranzo preparato ad hoc e servito nei locali ristoranti
della fattoria, con semplicità e bonarietà, il conte
Raimondo nel pomeriggio, apre la propria tenuta vinicola e la propria
casa a gruppi provenienti da tutte le parti del mondo, permettendo
così di ammirare oltre alla deliziosa Cappella originale del
1600, anche i numerosi reperti patrimonio della casata, composto di
manufatti provenienti da scavi archeologici della zona, da stampe
quadri e disegni, uno di questi di pugno di Rembrandt, e che testimoniano
le origini medievali della famiglia; inoltre si possono ammirare le
sostanziose collezioni di minerali e di conchiglie e al termine, degustare
del buon vino, al cospetto del panorama sottostante, ovvero la spianata
verso Roma, da un’incomparabile, spettacolare quanto invidiabile
postazione, la veranda di casa.
M.R.