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| scrivono i Soci di Palladio |
Il Castello della Cecchignola di Maurilia Rendine |
Buona
parte della mia vita l’ho trascorsa abitando all’E.U.R.,
un luogo inizialmente scelto dal Regime Fascista intorno alla fine degli
anni ’30 del secolo scorso, quale zona adeguata a ospitare i padiglioni
dell’Esposizione Universale di Roma da inaugurare nel 1942. Causa
la Seconda Guerra Mondiale, i lavori vennero bloccati con tutte le opere
fino ad allora già realizzate. Solo a partire dalla fine del
1955, l’innovativo e avveniristico progetto fu recuperato in quanto
ritenuto atto questa volta, a ospitare talune strutture sportive delle
future 17me Olimpiadi Moderne di Roma del 1960. Consumato tale evento,
l’E.U.R. si trasformò definitivamente in uno dei più
eleganti e ambiti quartieri della Capitale. Attraversato per tutta la
sua lunghezza come un decumano massimo dalla Via Cristoforo Colombo,
i suoi confini naturali sono marcati da arterie di grande traffico quali
la via Ostiense, la via Laurentina, la via Ardeatina. La mia abitazione
si trovava a circa 300 m. dalla Via Laurentina e uno dei passatempi
adolescenziali preferiti era quello di scorrazzare col mio motorino,
un elegante Lambrettino 48SX color verde amazzonite, oltre che nel mio
anche per i quartieri limitrofi del Giuliano-Dalmata piuttosto che della
Cecchignola, senza lontanamente supporre come l’origine di ognuno
fosse storicamente collegata all'altro. Fin da allora mi domandavo cosa
significasse quel curioso termine di Cecchignola e mai e poi mai avrei
vagheggiato che quel adolescenziale interrogativo, avrebbe trovato finalmente
risposta “solo” trent’anni dopo in un anomalo afoso
sabato mattina di maggio 2009. Infatti alle spalle della Città
Militare si erge nella sua semplice disarmante bellezza, praticamente
alle porte della Capitale, il Castello della Cecchignola. Sorge sui
resti di uno dei presidi militari turriti extra menia inserito nel secondo
sistema difensivo di guardia di Roma che dopo il principale, costituito
dalle Mura Aureliane, si completava perfettamente col terzo, anch’esso
turrito, che ancora oggi nelle denominazioni di talune uscite, caratterizza
l’anello stradale del Grande Raccordo Anulare. Il vocabolo Cecchignola
è la corruzione della parola cicogna (da cui anche cicognola
o cicomola) la quale peraltro non si riferisce al pennuto “port-enfant”,
tipico delle terre del Nord Italia e d’Europa, bensì a
quel ingegnoso meccanismo idraulico che gli antichi romani avevano ideato
ispirandosi alla forma del animale, osservato nel atto di abbeverarsi.
L’attuale posizione lo vede estendersi in una depressione circondato
e paradossalmente quasi protetto, dalle aree residenziali di Fonte Meravigliosa
e Prato Smeraldo da un lato e dalla Città Militare e zona abitativa
di Via di Tor Pagnotta, dall’altro. Il primo sguardo è
istantaneamente catturato dalla Torre la quale, elegante e giustamente
compiaciuta, svetta coi suoi 45 m. su tutto il complesso delle strutture
sottostanti ed è impossibile non paragonarne la foggia a quella
più famosa del Mangia di Siena. Osservandola attentamente è
come sfogliare un testo di storia delle costruzioni in quanto, partendo
dalla base di epoca romana coeva delle mura, ben conservate e impreziosite
perché ivi inglobati, da notevoli materiali di risulta, si possono
riconoscere i successivi lavori di rialzamento effettuati nel XIII,
nel XVIII e nel XIX° secolo. I merli delle mura oggi appaiono ghibellini,
ma in talune antiche riproduzioni e in affreschi, sono riconoscibili
le vetuste merlature guelfe. Infatti il primo a menzionare ufficialmente
il Castello in una Bolla papale è Onorio III Savelli, il quale
nel 1217 lo registra attribuendone la proprietà ai monaci di
S. Alessio all’Aventino definendola “duas pedicus terrae
Piliocti vel cicomola” ove Piliocti (l’attuale Tor Pagnotta)
derivando dal latino Pila che significa pressare, premere, pigiare suggerisce
come molto probabilmente in questo luogo si pestassero stoffe o l’uva
delle vigne circostanti. Del resto non lontano, un’altra arteria
che interseca la Via Ardeatina, via di Vigna Murata, oltre a testimoniare
la tipologia di coltura primaria di questo territorio, rammenta la consuetudine
di coltivarne i vitigni migliori entro mura di protezione. A partire
da questa data numerosi e importanti furono i proprietari che vi si
avvicendarono. I Capizucchi, che successivamente cedettero il Castello
a metà del 1400 al Cardinal Bessarione il quale come suo solito,
lasciò evidente e gradevole testimonianza del proprio passaggio,
facendo erigere un’elegante palazzina con loggia e ninfeo (quest’ultimo
ancora visibile) e una peschiera di forma ovale su una sorgente di origine
vulcanica. I Margani quando fu Pietro ad acquistarlo nel 1467, i Cenci
e poi ancora i Barberini a cui fece seguito Scipione Caffarelli Borghese,
nipote di Papa Paolo V quest’ultimo il quale, s’impegnò
a far bonificare la zona e a realizzare un parco a completamento dell’opera
cinquecentesca del Bessarione. Sul finire del 1600 la proprietà
passò a Benedetto Panphilj il quale, grande appassionato dell’arte
venatoria, utilizzò il parco per le sue battute di caccia e per
organizzare spettacoli. Grande esperto di musica, firmò i libretti
di talune opere di Antonio Scarlatti e Georg Friedrich Handel e nella
tenuta della Cecchignola fece esibire, oltre a due grandi musicisti
quali il violinista Angelo Corelli e il violoncellista Giovanni Lorenzo
Lulier anche il più acclamato attore dell’epoca di origine
partenopea e maestro del grande Molière, Tiberio Fiorilli, l’ideatore
oltre che della Commedia dell’Arte, anche della maschera di Scaramuccia
o Scaramouche alla francese, un personaggio al quale la RAI nel 1965,
dedicò una riduzione televisiva magnificamente interpretata per
chi lo ricorda, da un sorprendente e incontenibile Domenico Modugno.
Col trascorrere degli anni Benedetto Pamphilij, grazie proprio al famoso
e attualmente discusso Papa Innocenzo XI°, l’indiretto ma
fondamentale protagonista del libro Imprimatur di Monaldi & Sorti,
ottenne oltre che la carica di Cardinale anche la nomina a Gran Priore
dell’Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme, quindi la proprietà
entrò a far parte del patrimonio di questo Ordine monastico essendolo
stato probabilmente anche dei Templari e dei Cavalieri di Malta.. Ma
tra proprietà ed enfiteusi, numerosissimi sono coloro che in
ogni caso, si ritrovarono a frequentare con grande piacere questo luogo
ameno, reso certamente tale grazie anche alla presenza di acque minerali
che in abbondanza oltre a scorrere sotto l’area del Castello,
caratterizzano da sempre il territorio circostante. Durante il periodo
che il Cardinale De Gregori del Gran Priorato di Roma, concede in enfiteusi
il luogo alla famiglia Braschi di Papa Pio VI., avviene la discesa nell’Urbe
dell’esercito di Bonaparte. Il maniero è venduto con tutta
la tenuta alla società francese Sicubert-Valadier-Durel per la
somma di 20.407,82 scudi. Ma all’indomani della definitiva sconfitta
di Napoleone e riaffermatosi il potere temporale della Chiesa, la proprietà
ritorna nelle mani di un Papa, per la precisione Leone XII Della Genga
e nel Dizionario di Erudizione storico-ecclesiastica si legge “Finalmente
diremo che Leone XII non fece mai villeggiatura, (…); fu bensì
solito talvolta recarsi alla Cecchignola a pranzo con qualche famigliare
o ministro….”. E’ dalla Camera Apostolica quindi che
Alessandro Torlonia nel 1832, acquistò il Castello per la somma
di 35.000 scudi. Dopo il 1870, come altre zone della neo capitale vale
a dire Cento Celle, Monte Mario, Cecilia Metella e Torre Nuova, la campagna
intorno al Castello della Cecchignola viene trasformata in meet per
le battute di caccia alla volpe. Questo antico “passatempo”,
nato in Inghilterra nel 1534 quale metodo pratico per contenere le nascite
del animale, ebbe nondimeno una particolare temporanea fama anche tra
gli esponenti dell’aristocrazia romana tra il 1882 e il 1888,
come testimoniato dagli articoli di cronaca mondana del quotidiano “La
Tribuna” scritti dall’emergente neo giornalista Gabriele
d’Annunzio, il quale così descriveva quegli avvenimenti
che vedevano tra i maggiori protagonisti, il nobile Spilmann “15
dicembre - …Ma, Dio mio, sei ore di equitazione! Il meet era alla
Cecchignola; il tempo bellissimo, d’un’immensa dolcezza
sulla campagna morta e muta; grande il numero dei cavalieri; vivace
il buon umore”. E ancora si ripete “Dove sarà il
primo appuntamento? Alla Cecchignola? Quando il tempo è bello,
quella campagna morta e muta si copre d’un’immensa dolcezza
e assume un colorito mirabile..”. A osservarla bene, la campagna
morta e muta così come descritta dal Vate, oggi appare molto
più che gradevole e soprattutto comunicativa, rinata com’è
dopo decenni di lento declino e abbandono, aggravato certamente anche
dal Decreto del 1938 del Governo Fascista che sanciva l’appropriamento
delle acque minerali che scorrendo sotto il Castello, alimentavano l’invaso
naturale del 1500, prosciugandolo definitivamente. L’acqua deviata
nel suo corso, serviva a colmare l’invaso artificiale di quello
che sarebbe divenuto il Laghetto dell’erigendo quartiere espositivo.
Ancora oggi nonostante la caduta del Regime e gli oltre 70 anni di tempo
trascorsi, paradossalmente quel Decreto è tuttora vigente. A
completamento del quadro storico d’insieme citato all’inizio
dell’articolo, è interessante sapere che per costruire
il comprensorio dell’E42, furono ingaggiate maestranze di profughi
giuliano/dalmati le cui famiglie furono alloggiate non lontano dal posto
di lavoro, decretando di fatto la nascita del Quartiere che indica ancora
oggi nel nome, la provenienza geografica di quei suoi iniziali abitanti;
mentre la vasta area occupata attualmente dalle caserme dell’Esercito
Italiano, la cosiddetta Città Militare della Cecchignola, era
il luogo destinato a custodire tutti i materiali, le attrezzature e
i mezzi meccanici necessari alla costruzione. L’artefice della
rinascita del Castello si deve all’opera intensa e appassionata
dell’attuale proprietario, l’Architetto Dario del Bufalo.
Architetto non per caso, in quanto la sua famiglia di antica nobiltà
romana vanta da decenni un’importante tradizione nel campo dell’Architettura
di grande qualità e non solo. Il nonno Edmondo fu l’ideatore
del progetto della via Cristoforo Colombo e il padre Luciano, oltre
che progettare il grattacielo nelle vicinanze del Fungo dell’E.U.R.
sede della NATO, ha anche costituito la società Solar System
Construction per la ricerca sull’energia solare. Per molti anni
trascorreva del tempo a cavalcare per queste terre, come lui stesso
racconta ai gruppi di visitatori che accoglie nel Castello, in quanto
amava fare foxwatching. In realtà non è affatto inusuale
ancora oggi, riferisce, avvistare un presumibile “discendente”
delle volpi sopravvissute alle battute di caccia, aggirarsi senza timore
nel cortile del castello, addirittura in pieno giorno. Da grande innamorato
di Roma e della romanità quale è, non sopportava il pensiero
di vedere andare in malora qualcosa di veramente bello e affascinante.
Così tra numerose difficoltà tecnico/burocratiche con
caparbia volontà decise a proprie spese di dare il via ai lavori
di ripristino nel 2004, terminandoli con successo nel 2006. Grazie all’opera
di bonifica e di restauro questo luogo ha ripreso vita e sembra addirittura
aver passato indenne il trascorrere dei secoli. Eliminata l’inutile
precaria e quindi pericolosa cisterna che Alessandro Torlonia volle
collocata sulla sommità della Torre principale, si è dedicato
al ristabilimento di quella secondaria, ripristinando l’eccezionale
pesantissima campana rimossa diversi anni prima per manutenzione ma
poi dimenticata e sepolta in un remoto angolo del complesso. Oggi i
suoi rintocchi vibrano argentini come un tempo. La stalla, trasformata
attualmente in Sala Conferenze, è stata liberata dalla ingombrante
presenza di carrozze d’epoca e di cavalli che un particolarissimo
personaggio, Alfredo Danesi, stuntman del film Ben Hur nella famosa
corsa delle quadrighe, aveva abusivamente piazzati per decenni all’interno
del maniero, la proprietà del quale nel frattempo era passata
negli anni ’70 al consorzio Fonte Meravigliosa. Del Bufalo descrive
il Danesi come una figura eccentrica, decisamente anacronistico e smaliziato
al punto giusto da mettere in soggezione chiunque, persino lui. Quantunque
anziano, risultava alla vista robusto e combattivo alla stessa stregua
di un vecchio centurione dalle molteplici cicatrici, quindi uomo pratico
e certamente non propriamente consapevole dell’importanza storico-artistica
del luogo. Non fu facile convincerlo a sgombrare, ma alla fine il nostro
architetto seppe individuare il modo giusto per raggiungere il proprio
scopo e porre rimedio dopo un opportuno restauro, ai madornali “orrori”
compiuti dal vecchio “cinematografaro”. Come la colonnina
autentica romana tanto per citare un primo esempio, che si trovava all’interno
e che dopo la ristrutturazione, è stata ricollocata a livello
di calpestio originale rispetto all’attuale pavimentazione; porta
evidenti i segni degli zoccoli ricevuti dai calci dei quadrupedi. O
come la noncurante attitudine di appendere i finimenti dei cavalli a
lunghi chiodi quadrati sulle pareti affrescate dal Durante nel salone
delle feste del piano nobile. Con pazienza certosina intervenendo personalmente
e manualmente, il del Bufalo ha tolti quei micidiali arpioni cercando
di contenere i danni inevitabili del loro espianto. Il risultato eccellente,
permette ancora di ammirare i dipinti di tutte e quattro le pareti,
con una preferenza per quella di fondo la quale oltre a essere impreziosita
da un bel esemplare di caminetto con stemma Borghese, vede riprodotte
le immagini sia del castello che del laghetto naturale, all’interno
del quale è ancora riconoscibile l’isolotto decorato con
balaustrino a colonnine e stemmi, sempre Borghese, così come
appariva nel 1600 e come riproposta in una rara fotografia (dagherrotipo)
del 1908. Nel maniero si può ancora ammirare la Cappella, d’impianto
seicentesco e mai sconsacrata. Sulla parete esterna destra è
perfettamente visibile un’enigmatica incisione di forma quadrata
composta da tre linee concentriche. Secondo Dario del Bufalo potrebbe
trattarsi, sebbene sia soltanto una sua ipotesi per quanto assolutamente
verosimile, di un simbolo o meglio, di un segnale in codice per i cavalieri
Templari, che avvertiva come quel luogo fosse protetto da almeno tre
ordini di cinta murarie. Da non mancare poi la visita ai sotterranei,
ovvero le sale che precedono contigue le une alle altre e che furono
chiaramente utilizzate, dato i ritrovamenti, come deposito per il vino;
sono i cunicoli tufacei scavati chiaramente in epoca romana. E poi il
Ninfeo del Bessarione caratterizzato da una serie di archi, i cui lati
esterni furono tamponati in epoche successive e che è rivolto
verso l’area dell’invaso naturale. Lo scorrere congiunto
delle acque dovevano ricreare un ambientazione assai piacevole e idilliaca,
quasi certamente ispirata a medesime coreografie di tipo Romano come
il ninfeo dell’horto di Sallustio piuttosto che di quello degli
Annibaldi. La scoperta di un simile gioiello è impreziosita dall’affabile
e competente narrazione del Architetto del Bufalo il quale grande competente
di marmi e pietre dure e primo collaboratore di Raniero Gnoli, ha fatto
del Castello la sede prestigiosa dell’antica Corporazione di cui
oltre che essere membro è stato per due anni Presidente ovvero,
l’Università dei Marmorari di Roma, legalmente fondata
nel 1406, ma con origini risalenti all’Impero. Tutt’ora
operante, nacque più di seicento anni or sono per sostenere i
propri aderenti nel momento critico della mancanza di committenze nell’Urbe,
durante la “Cattività Avignonese”. In conclusione,
la visita del Castello della Cecchignola restituisce al visitatore sensazioni
decisamente uniche e nuove e questo semplicemente perché la sua
storia più che secolare, sembra inesauribile tanti sono i fatti
e gli aneddoti passati e recenti che lo caratterizzano. Avrei voluto
citarli tutti, ma ho preferito tralasciarne alcuni, certa di aver solleticato
la curiosità di chi, quel sabato di maggio, non è potuto
essere presente.
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