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| scrivono i Soci di Palladio |
Castelli Privati di Maurilia Rendine |
Dopo deLa voglia di viaggiare non sempre si appaga raggiungendo grandi mete. A volte, la classica uscita fuori porta, riserva delle piacevoli scoperte. Di
fronte l’esplosiva rinascita della natura in primavera, difficile
resistere alla sua bellezza, alla sua dichiarazione d’amore
nei confronti della vita. Eppure nonostante l’inverno sia la
stagione del freddo, delle piogge, delle giornate uggiose, non necessariamente
trasmette sensazioni di morte o solitudine. E’ infatti contemporaneamente
l’icona brillante di luci, colori e di variegati sapori, della
festa delle feste, il Natale; che dire poi della gioia fanciullesca
che riesce a evocare la neve, sempre che si decida a scendere sulle
cime delle montagne, un’immagine che inevitabilmente si accompagna
al frenetico circo di vacanzieri catapultati sulle piste da discesa
e da fondo. Ma senza andare tanto lontano e per godere di piccoli
piaceri, è sufficiente talvolta una breve escursione domenicale
fuori dal perimetro della propria città, lasciandosi magari
condurre indolentemente dal mezzo di trasporto, che sia un’auto,
un pullman o un treno e immergersi pienamente nei colori sicuramente
più smorzati dei paesaggi campestri e boschivi, assaporando
ove ancora possibile, il gradevole gioco cromatico dei gialli, degli
aranci e dei rossi dell’autunno, che lentamente vanno confondendosi
coi verdi e marroni della stagione più dura. La provincia di
Viterbo, dopo Roma, è certamente una delle più attive
e propositive del Lazio e non manca di offrire spunti interessanti
per visitare piccoli quanto deliziosi paesi, come per esempio Roccalvecce.
Il nome presumibilmente le deriverebbe da un personaggio che nel 1199
combatté con i viterbesi contro i romani, si chiamava Rinaldo
del Veccio. Ma non è da escludere peraltro che possa ricondursi
al nome di un legume assai diffuso nella zona (veccio o veccia). Un
paese comunque che nel 1210 sfidò addirittura l’Imperatore
Ottone IV dopo che questi aveva osato occupare la rocca, sconfiggendolo
e riappropriandosi del fortilizio. I proprietari che si avvicendarono
nel corso dei secoli furono diversi, ma nel 1455 il papa Callisto
III dona Roccalvecce ad un viterbese, tal Guglielmo Gatti, il quale
si dedicò alla trasformazione della fortezza in castello. Ancora
oggi sulla facciata è possibile riconoscere la presenza di
due stemmi di tale famiglia che purtroppo conobbe lo sterminio del
padre e dei maschi della casata, nel 1496. Le tre uniche supersiti,
figlie di Giovanni Gatti, andarono spose a un Baglioni di Bologna
e a un Chigi e un Colonna di Roma. E’ ai primi del ‘600
che i Baglioni vendono feudo e castello al marchese Prospero Costaguti,
patrizio romano di origine genovese. Nel 1685 l’ultima parte
del castello ancora di proprietà dei Chigi, viene acquistato
da Giovan Battista Costaguti il quale provvede ad ingrandire la proprietà
mentre il Cardinale Vincenzo, restaura la chiesa decidendo di donarla
poi alla parrocchia. Ma non finisce qui, nel 1809 è Luigi Costaguti
che ingrandisce l’immobile aggiungendovi un secondo piano; il
nipote Ascanio ne estende la lunghezza fino alla chiesa e aggiunge
un terzo piano. Nel frattempo per gl’inevitabili incroci familiari,
un ramo si distacca dall’originale famiglia, aggiungendo al
patronimico Costaguti, Afan de Rivera. L’ultima ricostruzione
avviene a partire dal 1998 ad opera del Marchese Ferdinando Afan de
Rivera Costaguti che intelligentemente trasforma parte della grande
proprietà in un affascinante ristorante d’atmosfera.
Proseguendo verso Marta e costeggiando il lago di Bolsena sulla sponda
occidentale si arriva a Capodimonte e alla sua Rocca. Quest’ultima
è posta al centro del piacevole borgo e gode di un’invidiabile
prospetto, naturalmente sul lago sottostante. A questa rocca è
legato quasi indissolubilmente, nonostante sia diventata proprietà
della famiglia Brenciaglia nel 1805, il nome della più antica
e storica famiglia Farnese. Originaria della zona, in poco tempo allargò
i propri feudi tutti collocati nella Tuscia, includendo Canino, Gradoli,
Talentano, Marta e ovviamente, Capodimonte. Il momento di maggior
gloria della famiglia, coincise con l’ascesa del Cardinal Alessandro
Farnese nativo di Canino, al soglio pontificio col nome di Paolo III
nell’anno 1534. Si deve infatti all’architetto del papa,
Antonio da Sangallo il Giovane, se l’antico fortilizio iniziale
venne trasformato in un castello cinto da contrafforti bastionati
tutt’ora perfettamente visibili. Tali bastioni presentano murature
a scarpa tipiche del ‘500, infatti sugli spalti oggi trasformati
in giardino, prendevano posto merloni con postazioni di cannoneggiamento
difensivo per tutto il perimetro. Tutta questa possanza difensivo/militare
venne alleggerita dalla creazione di un’elegante facciata rivolta
verso la piazza del paese, caratterizzata da arcate e un ponte di
collegamento che necessariamente, doveva essere levatoio e controllato
da postazioni di tiro difensivo. L’interno fu ancor più
ingentilito dalla creazione di un cortile a tre ordini di arcate in
peperino, porticato su un lato, mentre osservando attentamente i fregi
delle finestre, è possibile leggere il nome dell’illustre
committente, Alessandro Farnese. All’interno è veramente
piacevole visitare oltre che il salone del piano nobile, realizzato
come fosse un belvedere con vista totale sul lago, anche contemplare
in un’arcata della parete d’ingresso dello stesso, quel
che resta di un interessante affresco che riproduce un pontefice tra
due baldacchini rossi, paggi, nobiluomini e cavalieri in armatura
da parata.. Non è stato ancora studiato per stabilire a quale
episodio storico faccia riferimento e chi siano i personaggi dipinti.
Prima di lasciare il castello vale la pena di transitare nel perimetro
di terra realizzato tra le mura del palazzo e i bastioni difensivi,
raggiungibile solo attraverso una ripidissima scala. E’ una
sorta di hortus conclusus impreziosito soprattutto dalla presenza
di piante ornamentali orientali come una splendida centenaria sephora
japonica. Pare verosimile che nel castello, intorno al 1475, nascesse
la sorella di Alessandro, la famosa Giulia Bella delle cronache mondane
romane dell’epoca, la quale fu spinta dal fratello cardinale
nelle braccia del papa Alessandro VI (Rodrigo Borgia) per diventarne
l’amante e aiutare il congiunto, come effettivamente accadde,
a salire sul soglio di Pietro. E’ acclarato che sia lei come
Lucrezia, figlia del pontefice spagnolo, frequentassero il castello
di Capodimonte. L’ultima tappa è il castello di Proceno.
E’ una fortezza del XII secolo posta su una collina a guardia
dell’antico borgo il quale si protende ultimo baluardo laziale,
all’interno del territorio toscano. Si trova infatti dirimpetto
il Comune di Radicofani e non lontano dal Monte Amiata, e può
vantare una zona ricca di reperti etruschi, monumenti romani, medievali
e rinascimentali. Il Castello è un raro esempio di fortificazione
medievale giunto praticamente integro fino a nostri giorni. Di pianta
pentagonale, consta infatti di una torre maggiore e di due torrette
secondarie collegate tra loro da una camminamento di ronda e un ponte
levatoio perfettamente agibile. E’ uno dei dodici ponti levatoi
ancora funzionanti in Italia. Il castello appartiene dal 1700 alla
famiglia Cecchini, un tempo una grande e numerosa famiglia di possidenti
terrieri che col trascorrere del tempo s’è andata assottigliandosi,
svuotando le stanze della splendida ed elegante casa, arredata in
stile a cavallo tra sette e ottocento, adiacente le mura del castello
e edificata per accoglierla, rendendole tristi e silenziose. Come
racconta la dolcissima padrona di casa “quando questo silenzio
ha iniziato a invadere anche i nostri cuori, mio marito ed io abbiamo
deciso di farle vivere di nuovo, di animarle con persone colte ed
amanti dell’arte, perché così sono i nostri ospiti,
sempre affascinati ed entusiasti dell’atmosfera che si respira
in questi antichi luoghi e in questo nostro borgo, che ha saputo accoglierli
quasi con affetto”. Oltre a trasformarlo in un Resort di classe
e bellezza, l’hanno completato aprendo un delizioso ristorante,
fruibile anche dal pubblico esterno. Delizioso due volte, sia per
l’atmosfera e l’arredamento che per la cucina semplice
del territorio, interpretata modernamente con gusto e raffinatezza.
Da non perdere. |
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