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le abbazie d'Abruzzo

di Maurilia Rendine

ITALIA MISTICA


ITINERARIO BEN
EDETTINO

Un territorio poco conosciuto quanto ricco di fascino e per certi versi, misterioso. Questo è l’Abruzzo delle Abbazie benedettine e di … enigmatici guerrieri.


di Maurilia Rendine

Aldilà della personale grande passione da sempre nutrita nei confronti del Medioevo, in assoluto il periodo storico prediletto, non ho immediatamente collegato il fatto che, a pochi giorni dall’elezione di papa Benedetto XVI, potessi ritrovarmi a raccontare per raffinata certamente, ma altrettanto sicuramente non voluta coincidenza, proprio di quanto lasciato in eredità dal santo, Patrone d’Europa. Infatti protagoniste questa volta non saranno tele e colori, bensì pietra e mattoni, con un approfondimento interessante e piacevole su alcune suggestive abbazie benedettine, patrimonio di una regione troppo frettolosamente e unicamente legata al “vate” Gabriele D’Annunzio o alla Transumanza e ai suoi pastori, custodi schivi ed arcaici di un territorio confuso tra candide nevi abbaglianti, aride spianate sferzate dai venti e ubertose verdi montagne. L’Abruzzo è senza troppi giri di parole un territorio bello gradevole e ospitale e questo grazie principalmente al carattere gentile della sua gente; secondariamente e soprattutto, è comunque una regione ricca di inaspettate testimonianze storiche e culturali dalle molteplici sfaccettature. Ma l’aspetto mistico riesce a prevalere con accento sensibilmente marcato. Benedetto ha infatti contrassegnato il suo passaggio lasciando un’eredità più che importante e per cominciare, uno degli esempi più classici quanto perfetti.

Prendendo l’Autostrada in direzione di Pescara, si può visitare il complesso di San Clemente a Casauria, che contemporaneamente da il nome all’uscita del casello; esso si presenta elegantemente col suo eburneo portico caratterizzato da tre archi di gusto borgognone in corrispondenza dei portali, impreziositi da ornamenti e figure che altro non sono che la celebrazione dell’abbazia. Situata nel territorio del comune di Castiglione a Casauria le cronache storiche riportano che a volere la stessa fosse un pronipote del grande Carlo Magno, Ludovico II, il quale attraverso tale edificazione volle sciogliere un voto fatto durante la propria prigionia nel ducato di Benevento nel 871; l’anno successivo vi furono traslate le reliquie del santo. Come l’avverso destino di alcune abbazie benedettine, Monte Cassino in primis, anche San Clemente dovette subire diverse sfortunate traversie come la distruzione da parte dei Saraceni o del conte normanno Malmozzetto. L’aspetto attuale delle sue forme lo deve all’abate Leonate che tra il 1176 e il 1182 dette l’incarico per la realizzazione a numerosi artisti, e non solamente locali. Quella fu l’epoca d’oro dell’abbazia, in quanto raggiunse una fama e conseguentemente una prosperità addirittura maggiore della già citata e più imponente Monte Cassino, tanto che il suo Chronicon Causariense è considerato uno dei principali documenti addirittura della Storia d’Italia.

Ma quello che più di ogni altra cosa caratterizza questo luogo si percepisce esclusivamente osservando il purissimo e ascetico interno. Da un punto di vista meramente architettonico esso si presenta a tre navate con pianta a croce latina di semplice e naturale spazialità dove a sorpresa, si offrono all’ammirazione lo sfarzoso Ambone o Pulpito ricco ancora oggi di fregi decorativi, il Candelabro per il cero pasquale e lo splendido Ciborio trecentesco il cui altare è ricavato da un pregevole sarcofago paleocristiano. Comunque mai come in questo caso le parole oltre che insufficienti risultano scarsamente incisive per descrivere l’impalpabile atmosfera che se ne ricava dalla loro immacolata visione, in un luogo quasi completamente svuotato di tutto quello che potrebbe risultare esageratamente stridente con la mistica concentrazione che la pietra dal delicato colore avorio, può effondere. Continuando il nostro itinerario e addentrandoci nel territorio si raggiunge il paesino di Carpineto sul Nora per trovare l’abbazia fortezza di San Bartolomeo, fondata da Bernardo di Linduno nel 962. La costruzione si qualifica per la spiccata unione di elementi architettonici romanici e borgognoni. Interessante e degno di nota il bel portale rettangolare con gli stipiti e l’architrave scolpite a volute vegetali i quali nel tema decorativo ricordano la mano di un artista famoso dell’epoca, tal Maestro Acuto che ha lasciato ai posteri anche uno pregevole Ambone nel paese di Pianella.

Nel caso di San Bartolomeo, della torre campanaria di epoca romana resta solo la base, mentre il campanile a vela, di evidente stile borgognone, è stato ovviamente aggiunto in una fase successiva. L’interno, a pianta basilicale, anche in questo caso è a tre navate con archi a sesto acuto sorretti da pilastri e con finestre ornate da colonnine a spirali; ma pochi elementi rivelano peculiarità architettoniche di particolare interesse, come l’altare che poggia su quattro colonne tronche i cui capitelli sono definiti a stampella per l’evidente somiglianza con gli abituali appendiabiti. Per il resto, difficile riprovare la medesima sensazione di viaggio nelle profondità dell’anima così come era accaduto per San Clemente. Ma come si usa – niente paura – e l’atmosfera si ricrea con l’ultima visita. Il comune è quello di Capestrano e l’abbazia, a circa due chilometri dal centro storico, è San Pietro ad Oratorium.

E’ d’obbligo a questo punto dare almeno un breve accenno, seppure marginalmente, al più famoso guerriero d’Italia che da questo territorio fu riportato alla luce e dal quale prende nome. Rinvenuto in località “Cinericcio” da cenere, quasi a indicare un luogo di sepoltura, nel 1934 da Michele Castagna, il Guerriero di Capestrano è altro cm. 209 senza la base ed è sicuramente conosciuto a tutti per l’originale copricapo piatto con ampie tese sormontato da un cimiero; porta una maschera sul volto e braccia ripiegate sul ventre e su uno dei pilastrini che lo sorreggono è stata rinvenuta una iscrizione enigmatica di tipo osco umbro arcaico, “MA KUPRI KORAM OPSUT ANASIS RAKI NEVII” che potrebbe indicativamente significare (secondo Flavio Giustizia) “me bell’immagine fece Anasis per il Re Nevio pomp[uled]io”. Accanto alla statua risalente alla fine del VI sec. a.C., fu anche rinvenuto il busto di una donna graziosamente adorna di monili, identificata quale sua compagna di vita. La leggenda racconta che appena trovata, la statua fu oggetto di burla da parte dei cittadini e da questi chiamata confidenzialmente “Mammocce” (fantoccio) e tale soprannome fu sfortunatamente affibbiato anche al suo innocente scopritore. Ma al di là della goliardia, ironicamente per l’originalità e per la bellezza delle sue forme, il guerriero è assurto di fatto a simbolo più rappresentativo della regione stessa. Ma torniamo alla bella abbazia. Si narra che a volerla edificare nel 752 fosse stato l’ultimo re Longobardo, Desiderio, anche se un’esistente ara pagana su cui è eretto il ciborio presbiteriale possa far pensare ad una preesistente costruzione.

Nel 1100 fu rinnovata sulle rovine dell’antica chiesa e nel 1117 papa Pasquale I la consacrò. Sul portale, il marmoraro che lo ha realizzato così ha riassunto la storia attraverso la seguente inscrizione: a Rege Desiderio fondata anno milleno centeno “fondata da Re Desiderio restaurata nel 1100”. La facciata è decisamente semplice e si apre al centro con un unico ingresso e una finestrella rettangolare. Sono da notare una serie di pietre incastonate nelle mura della chiesa che evidenziano il loro riutilizzo come parti di costruzioni romane e frammenti dell’edificio primigenio. Sul fianco sinistro del portale sono da ricordare un bassorilievo col busto di Davide coperto di clamide (veste) e fibula (spilla) sulla spalla destra che rivolge lo sguardo verso l’alto e indica con un dito una curiosa iscrizione situata fuori dalla linea del quadro “sculptor imago apparvit ito insomnis hec” da alcuni interpretata come “lo scultore decise questa sistemazione in seguito ai suoi sogni, durante i quali ebbe l’ispirazione”.

Un insolito oggetto contraddistingue però questa facciata rendendola decisamente se non unica, quanto meno rara. Infatti è presente come in pochi altri siti analoghi in Italia, il cosiddetto PALINDROMO o QUADRATO MAGICO. Proviene dai resti della prima costruzione del sec. IX inserito a rovescio nella muratura. E’ formato da 5 parole di 5 lettere ciascuna che si possono leggere da sinistra a destra da destra verso sinistra e dall’alto verso il basso dal basso verso l’alto, (simile al sistema detto Bustrofedico). Difficile ancora oggi dare un’unica interpretazione dell’enigma che se letto dall’alto è “Sator Arepo tenet Opera Rotas” e che è stato decodificato più o meno in “il seminatore sul suo carro dirige con perizia le ruote”. Per taluni il gioco celerebbe in estrema sintesi, dando per assunto che nel Seminatore si debba ravvedere Dio, un diagramma molto esplicativo formato dalle parole “pater noster” le quali intersecandosi formano una croce, entrambe precedute da una A e da una O, lettere dell’alfabeto greco che stanno a simboleggiare il principio e la fine di tutto, ovvero l’alfa e l’omega. Sospendendo la disquisizione che comporterebbe un articolo a parte, e anche per concludere, parliamo dell’interno. Molto sobrio presenta una pavimentazione in lastre di pietra e la copertura a capriate di legno. Suggestiva l’illuminazione tenue che discende dalle monofore e da qualche finestrella rettangolare delle navatelle. Anche qui ovviamente tre navate, ma anche tre absidi.

Appena entrati sulla sinistra è visibile uno stemma importante che riporta la data del 1525, anno delle nozze dell’allora signore del castello di Capestrano e dei villaggi limitrofi, Antonio Piccolomini, con Maria D’Aragona. Interessante la zona presbiteriale dominata dall’altare che ricordiamo, è un’ara pagana sovrastata da un rettangolo di pietra, dove è ancora possibile notare le macchie di combustione degli antichi sacrifici. L’altare è completato da un notevole Ciborio duecentesco, il quale tra archi e archetti intrecciati evidenzia sulla sommità una piccola cupola poligonale. Il particolare che distingue quest’abbazia dalle altre è senza dubbio la presenza di un ciclo di affreschi absidali di impressionante bellezza dovuta all’uso di due caldi colori come il rosso e l’ocra che in un certo senso sembrano in contrasto con la necessità di trovare la completa concentrazione adatta per la preghiera. Me per noi, eterni Ulisse alla ricerca di cose belle e sempre nuove, rimaniamo incantati di fronte a tanto elementare fascino, databile per la cronaca al sec. XII, e ci esaltiamo sapendo che costituisce comunque il ciclo pittorico più antico della regione. Il tema scelto è ovviamente un vero e proprio classico del repertorio figurativo medievale e in qualche maniera è possibile ravvisarvi una somiglianza con le miniature dei manoscritti.

Oltre a essere riprodotto il Cristo benedicente alla maniera greca, oltre alla presenza altrettanto scontata dei simboli pertinenti i quattro evangelisti ovvero angelo, aquila, toro e leone, oltre la presenza di ben 24 personaggi dell’Apocalisse con barba e capelli bianchi, quello che colpisce l’immaginazione è rappresentato da una mano “divina” che compare quasi inavvertibile, affrescata all’interno di un cerchio e collocata a metà dell’arco absidale e col dorso rivolto verso gli osservatori. Molti sostengono al contrario che si tratta della palma in atto benedicente, ma sebbene i pittori medievali avessero quasi completamente dimenticato il bagaglio tecnico degli Antichi, dimenticanza che comportava la realizzazione di figure molto sovente approssimative nei tratti e senza alcuna profondità, la mano di San Pietro ad Oratorium resta decisamente un enigma.

M.R.

 

Italia Mistica - di Maurilia Rendine

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