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in primo piano di Palladio

gioielli del Chianti: geggiano, Pontignano e Brolio

La villa di Geggiano, il castello Ricasoli di Brolio e la certosa di Pontignano costituiscono tre importanti modi di abitare la superba e famosa campagna toscana nell'area del Chianti. Una certosa, un castello ed una villa, strardinarie testimonianze dell'arte della fede, dell'arte dei giardini, dell'arte della difesa.

L'Associazione Palladio ha organizzato un viaggio in programma per sabato 25 giugno 2005 per conoscere queste straordinarie testimonianze.

Ti ricordiamo che TUTTE le atività culturali pubblicate sono riservate SOLO ED ESCLUSIVAMENTE AI SOLI DELL'ASSOCIAZIONE PALLADIO e che partecipare E' SEMPRE OBBLIGATORIA LA PRENOTAZIONE.

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sabato 25 giugno ore 7.00 ________________________________________
  • App.to in p.le Ostiense alla fontana del palazzo dell'ACEA.
  • Quota Euro 35.00 (viaggio A/R in pullman GT e visite guidate - biglietti e pranzo esclusi)
  • Prenotazione obbligatoria entro e non oltre il 22/06/2005
  • Posti disponibili
Villa di Geggiano

L'edificio, di proprietà della famiglia Bianchi Bandinelli fin dalla prima metà del XVI secolo, era originariamente un casolare che venne trasformato nel 1768 in una grande villa con cappella e giardino, in occasione del matrimonio di Anton Domenico Bianchi Bandinelli con Cecilia Chigi. Un lungo viale alberato, di cipressi nel primo tratto e di lecci nel secondo, termina al cancello d'ingresso, posto parallelamente al teatro di verzura, sul lato sud del giardino. La villa, a pianta rettangolare, si sviluppa su tre piani con una torre centrale che si eleva per un altro piano. Ai fianchi dell'edificio sono addossati due corpi, di cui quello a destra, contiene la cappella gentilizia, dedicata alla Madonna del Rosario. La facciata rivolta verso il giardino, al cui centro si apre un portone sormontato da un balcone, è ritmata da piatte lesene e cornici marcapiano. All'interno del giardino sono riconoscibili due zone: una antistante la villa nota come il "Piazzone", l'altra l'orto-giardino. La prima è impostata, rispetto alla facciata su un asse di simmetria, ai cui lati si trovano grandi aiuole a prato contornate da basse siepi di bosso, e si conclude, a sud, con il settecentesco teatro di verzura. Questo, leggermente sopraelevato è circondato da alte siepi di alloro e da un proscenio, composto da due arcate gemelle, sormontate da trionfali frontoni in cui sono inseriti gli stemmi delle famiglie Bianchi Bandinelli e Chigi Zondadari. Le arcate sono ornate da nicchie contenenti le statue della "Tragedia" e della "Commedia", scolpite dallo scultore maltese Bosio. Qui Vittorio Alfieri, alla fine del Settecento, recitò una delle sue tragedie. Tutto il giardino è cinto da un alto muro ove si aprono sei cancelli, fiancheggiati da monumentali pilastri coronati da vasi e statue di scimmiette in terracotta. Le aperture si trovano due a sud, ai lati del teatro, due ad ovest, per l'accesso all'orto, una ad est, verso la campagna e un'altra a nord, a fianco della villa. L'orto-giardino, che occupa una porzione quadrata di terreno ad ovest, culmina con una peschiera in muratura di forma semicircolare ed è organizzato secondo il tipo all'italiana, con geometriche aiuole disposte attorno ad un pozzo.


Certosa di Pontignano

Nel 1341 Bindo di Falcone, signore senese arricchito con i commerci fatti soprattutto con il Papato, acquistava terre e beni nel "comunello" di Pontignano e li donava ad un certosino di Aquitania, frate Amerigo, per fabbricare un monastero da intitolare a San Pietro. Erano quelli gli anni in cui l'ordine dei certosini si andava espandendo in Italia e la toscana era una delle terre prescelte. Sorsero così diversi monasteri,: primo fra tutti, quello di Maggiano fatto costruire dal Cardinale Riccardo Petroni, cugino di Bindo di Falcone, nel 1314. Seguirono le costruzioni della Certosa di Belriguardo, grazie al sostegno del banchiere Niccolò Cinughi e quella appunto di Pontignano. Bindo di Falcone che già aveva seguito i lavori di Maggiano, quale esecutore testamentale del cugino Cardinale otteneva l'8 agosto del 1343 dal Vescovo l'autorizzazione ad innalzare la Certosa che prevedeva la realizzazione di una chiesa oltre ai chiostri, alle celle e agli edifici di servizio"ove potessero trovarvi dimora dodici padri, tre conversi, e i servi". Nonostante l'affascinante progetto i certosini erano restii ad andare a vivere a Pontignano: Messer Bindo decise allora di pagare a Papa Clemente VI una ricca indulgenza a favore dei dieci monaci che, andando a vivere e a morire nella nuova Certosa, avrebbero avuti rimessi i peccati. Ultima sorta, quella di Pontignano è l'unica Certosa che mantiene aspetto e tono originario da oasi di pace. Le altre due, Maggiano e Belriguardo, furono infatti adibite ad usi diversi da quelli originari.
L'impianto architettonico generale risente naturalmente dei vari interventi succedutesi nel tempo. Il modulo costruttivo ricalca quello tradizionale dei monasteri certosini con la suddivisione in tre parti: l'area destinata ai monaci contenente celle e articolata intorno al grande chiostro; quella adibita all'alloggiamento dei conversi e infine lo spazio riservato alla chiesa, al capitolo e al refettorio attorno al chiostro piccolo vero e proprio cuore del complesso. La chiesa primo edificio ad essere costruito, mantiene alcuni caratteri XIV secolo come lo spessore dei muri perimetrali e le arcature.
Sorta in aperta campagna e al confine tra gli stati di Siena e di Firenze la Certosa aveva bisogno di delimitare i propri confini e di essere difesa dalle scorribande dei mercenari. Nel 1385 lo stato di Siena, riconoscendo l'importanza dell'insediamento faceva costruire una robusta cinta muraria. E sempre a partire da quell'anno fu nominato priore di Pontignano Stefano Maconi, discepolo prediletto di Santa Caterina , e fu probabilmente lui ad ottenere per il convento la reliquia dell'anulare della Santa, per il quale fu costruita la cappella, affrescata più tardi dal Nasini. La certosa godeva anche dalla protezione di Gian Galeazzo Visconti per i meriti acquisiti da un monaco di Pontignano che diresse buona parte dei lavori di costruzione della Certosa di Pavia.
Nonostante le difese del pieno della guerra tra Siena e Firenze la certosa fu violata e saccheggiata. Nel 1449 una banda di fiorentini vi penetrò e al tempo della Congiura dei Pazzi venne incendiata. Subito ricostruita dovette immediatamente dopo subire nuovi danni: nel 1554 infatti milizie tedesche e spagnole misero a sacco il monastero. Nel corso della seconda metà del XV secolo, apporti rinascimentali dettero notevole impulso alla costruzione. Questi interventi sono visibili principalmente nel chiostro che si sviluppa nel lato lungo della chiesa, la cui pianta quadrata, con cinque campate per lato e volte a vela sorrette da colonnette con capitelli ionici mostra chiari caratteri di equilibrio e sobrietà. Altri interventi di modesta entità si ebbero alla fine del '600, allorchè furono ristrutturati i locali posti lungo il lato est del monastero: le sei Cappelle precedentemente costruite furono unificate nel cosiddetto Cappellone. Infine nel 1703, venne edificata la Cappella di Sant'Agnese, la cui porta di ingresso è situata all'estremità del braccio est del chiostro grande. I Certosini che avevano abitato con cura Pontignano e che ne avevano fatto un'oasi di pace lasciarono la Certosa verso la fine del '700. Con rescritto del 16 luglio 1785 Pontignano fu concesso ai camaldolesi, che dovettero abbandonarlo a seguito delle soppressioni napoleoniche. A Pontignano fu allora trasferita la parrocchia di San Martino a Cellole; le fabbriche, ad eccezione di quelle destinate all'alloggio del curato, furono acquisite, insieme all'antica clausura e ad alcuni poderi, della famiglia Masotti, che nel 1886 le vendette ai Cecchini, dai quali passarono nel 1919 ai Sergardi e da questi, nel 1939, alla società Certosa di Pontignano della quale era azionista il professore Mario Bracci. In quello stesso anno futuro Giudice costituzionale le curava, a sue spese, il restauro della villa e del piccolo chiostro di mezzo. Durante tutto il periodo bellico Pontignano fu il rifugio sicuro per ebrei e perseguitati politici. Nel 1959 il complesso fu acquistato dall'Università di Siena che da allora lo ha destinato a residenza universitaria. Gli ampi rifacimenti rinascimentali e quelli successivi non hanno alterato quell'armonia che era alla base della vita dei Certosini; l'equilibrio dell'uomo con la fede e la natura. Il chianti appare qui nei sui caratteri meno aspri, i colli accompagnano il passaggio verso la vicina Siena; viti e olivi circondano la Certosa e una campagna curata vi penetra dentro trasformandosi in preziosi giardini. Non c'è dunque separazione tra esterno ed interno; tra l'ambiente e la sua armoniosa struttura architettonica e le opere d'arte che l'aricchiscono. E' nelle chiese in particolare che si trovano le testimonianze più rilevanti. La prima, costruita a una sola navata e suddivisa in tre campate coperte con volte a vela presenta al suo interno una parete in muratura con un'apertura al suo centro che aveva il compito di suddividere il suo spazio in due zone di ampiezza diversa: una per i monaci, l'altra-la minore- oer i conversi. Qui operò soprattutto un pittore fiorentino Bernardino Potetti che aveva lavorato per i certosini anche a Calci e a Firenze seguendo i canoni rappresentativi seguendo i canoni della pittura della Controriforma. Testimonianze della sua arte si evidenziano nelle pareti con le storie certosine di San Brunone e di San Pietro, nella tela e nelle decorazioni dell'altare maggiore. Con il coro del legnaiolo Domenico Atticciati le decorazioni creano una sorta di "macchia manifesta". Il resto della decorazione fu compiuta da Orazio Porta, Stefano Cassini e da pittori senesi che denotano chiare derivazioni dallo stile di Francesco Vanni e Alessandro Casolani. Al Potetti si deve anche l'affresco con "L'ultima Cena" nel refettorio (1596), e un affresco "Samaritano al Pozzo" entro una delle cellette dei monaci nonché una lunetta con " Morte di San Brunone" su una porta in corrispondenza del cimitero. Nel Cappellone, attiguo alla chiesa, la tela dell'altare maggiore è attribuita a Francesco Vanni, mentre le decorazioni e gli affreschi delle pareti sono attribuiti aNicola Nasini e a suo figlio Apollonio.
Nella cappella a destra della chiesa piccola, l'altare presenta un "Compianto di Cristo morto e i Santi" opera recentemente ricollegata al nome di Cristofano Rustici, quale ulteriore testimonianza dell'attività qui svolta da artisti di scuola senese.


Castello Ricasoli di Brolio

Il castello di Brolio è di origine longobarda, sebbene dell'antico fortilizio non rimanga oggi alcuna traccia ad eccezione della locazione. Il suo ruolo nella storia iniziò ad essere rilevante a partire dal XII° secolo, quando vi si insediò la potente famiglia dei Ricasoli da Cacchiano, ai quali ancora oggi appartiene.La sua posizione strategicamente fondamentale per il controllo della zona del Chianti ai margini dell'influenza fiorentina, quindi ai confini con il territorio senese, pose il castello al centro delle molte guerre di frontiera conseguenti a partire dal '300 fino alla metà del XVI° secolo. Siamo infatti nel cuore del territorio fiorentino della Lega del Chianti - formata dai terzieri di Radda, Castellina e Gaiole - da sempre ricca di presenze feudali e contesa aspramente fra le due grandi potenze sopracitate. Tutti i castelli della zona, sia da parte fiorentina che senese, furono sempre fortemente potenziati, tanto che si crearono due vere e proprie linee difensive contrapposte.

Il Palazzo Baronale con la cinta muraria interna.
Il castello fu quasi sempre in mano a Firenze, ad eccezione di una temporanea occupazione senese a seguito della seconda invasione aragonese del Chianti nel 1472. A seguito di questo evento, a partire dal 1484, dopo che il castello era tornato fiorentino, iniziò una profonda opera di ristrutturazione e potenziamento della roccaforte tanto che possiamo considerare Brolio una delle prime fortezze bastionate italiane. I suoi bastioni, in pietra e ancora oggi in perfetto stato, hanno una pianta a forma di pentagono irregolare sebbene con una struttura primitiva rispetto allo sviluppo che di lì a poco avrebbe avuto questa nuova forma di fortificazione. Non è certo, ma sembra che l'architetto responsabile dell'opera sia stato Giuliano da Sangallo, che affinerà in seguito la sua arte fortificatoria al servizio dei Medici. Detta cinta racchiude i resti dell'originale castello medievale, soprattutto il cassero e la chiesa romanica, oltre che una grandiosa villa neogotica in mattoni rossi fatta costruire al posto dei preesistenti locali dal barone Bettino Ricasoli, 1809-1880 famoso uomo politico detto il Barone di Ferro, nel secolo scorso. Il castello sorge al centro di sterminati vigneti, dai quali sin dal 1141 i Ricasoli traggono il loro famoso vino, posto ad invecchiare nelle cantine all'interno delle possenti mura. Pur essendo privato il castello è visitabile, ad eccezione del palazzo. E' possibile compiere per intero il giro degli spalti, dai quali si hanno splendide viste sulla zona del Chianti.


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