escursione
per i Soci Sostenitori di Palladio prevista per sabato 16 luglio 2005
ore 7.30
Quota
Euro 33,00. La quota comprende: viaggio in pullman, visite guidate.
Prenotazione
obbligatoria entro il 13/07.
App.to
ore 7,30 in p.le Ostiense, alla fontana del palazzo dell'ACEA |





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IL
NINFEO SOMMERSO DI PUNTA EPITAFFIO A BAIA
Anticamente il piccolo golfo di Baia appariva molto più chiuso
di quanto non sia oggi, tanto da essere definito lacus. Nettamente
separato dal mare aperto, esso aveva una forma quasi circolare, simile
a quella del lago d'Averno: anche in questo caso siamo di fronte a
un cratere non più eruttivo. Le indagini subacquee e i rilevamenti
aerofotogrammetrici hanno contribuito a definire l'andamento della
costa antica, rivelando la presenza dei numerosi edifici e strutture
che vi sorgevano. Al centro del bacino antico, in un punto collocabile
al largo della costa attuale, è stato individuato il canale
d'ingresso al lacus baianus, costituito da due moli paralleli. Sommersi
in prossimità della riva si trovano numerosi tratti di una
via basolata, forse la via Herculanea nota dalle fonti. A nord, presso
Punta Epitaffio, è stato possibile documentare l'esistenza
di due complessi monumentali: una villa appartenuta alla famiglia
dei Pisoni, di cui si conosce solo in parte l'estensione, e il complesso
che includeva il ninfeo.
Questo è costituito da un insieme di edifici, forse tutti relativi
ad una unica villa che si estendeva, senza soluzione di continuità,
dalla cima di Punta Epitaffio sino alla riva antica del mare. Oggi
è piuttosto difficile ricostruire le connessioni tra i vari
elementi noti: i resti un tempo esistenti sulla sommità e sulle
pendici di Punta Epitaffio sono andati in gran parte distrutti a causa
delle edificazioni moderne; la parte sommersa si è, invece,
ben conservata ed ha restituito informazioni e reperti di notevolissimo
interesse, soprattutto per quanto riguarda il ninfeo.
La sala-ninfeo, presso la quale sorge un piccolo edificio termale
anch'esso oggi sommerso, è addossata alle pendici del promontorio,
proprio in corrispondenza della punta estrema verso il mare.
La sua costruzione e l'allestimento interno possono essere datati
alla metà del I secolo d.C. circa e sono relativi ad una ristrutturazione,
o modifica in senso monumentale, di questa parte del complesso. La
sala viene abitualmente definita ninfeo poiché la sua forma,
la decorazione di alcune pareti, fatta ad imitazione della roccia
naturale, e la presenza di giochi d'acqua all'interno sono in genere
caratteristici di questo tipo architettonico. In realtà era
usata come triclinio, cioè come sala per banchetti. La sua
particolare sontuosità fa tuttavia pensare che non fosse certo
destinata ad un uso quotidiano, né ad un personaggio comune.
Ha forma rettangolare con un'abside semicircolare sul lato di fondo
e quattro nicchie rettangolari su ciascuno dei lati lunghi; allineati
con le nicchie sono due ingressi secondari, mentre l'ingresso principale,
sormontato da un arco, si apre verso il mare, sul lato breve, opposto
a quello di fondo.
Lungo i lati - tranne quello d'ingresso - è il bancone tricliniare,
una struttura muraria continua, a forma di <<U>>, più
alta rispetto al piano del pavimento. Su di essa erano disposti i
letti tricliniari: due sul lato breve di fondo e almeno quattro su
ciascuno dei lati lunghi. Il bancone è separato dalle pareti
in modo tale da lasciare lo spazio per un canale foderato all'interno
di marmo, dove scorreva l'acqua. Anche nella zona centrale della sala
veniva incanalata acqua. Così i commensali potevano immaginare
di essere sospesi tra le onde, mentre si servivano delle vivande imbandite
per loro su piatti galleggianti.
Molte delle statue che decoravano l'interno sono state scoperte nel
corso di recenti scavi: nell'abside era rappresentata la scena dell'accecamento
di Polifemo, fissata nell'attimo in cui Ulisse porge al gigante la
coppa di vino; nelle nicchie, lungo i lati, erano, secondo una interessante
ipotesi ricostruttiva, le statue dei genitori dell'imperatore Claudio
(Druso Maggiore, in veste di condottiero, e Antonia Minore, raffigurata
come Venere genitrice) e quelle dei suoi figli (Ottavia Claudia e
Britannico); il ciclo era completato da due statue di Dioniso.
L'intento celebrativo sarebbe evidente: Claudio ribadiva il suo diritto
all'impero e le sue ascendenze dinastiche.
Si è pensato che la sala fosse connessa al cosiddetto palatium
imperiale di Baia. Più probabilmente era parte di una villa
di proprietà imperiale (trasformata in seguito con l'aggiunta
di padiglioni e sale, delle quali il ninfeo sarebbe un esempio), del
tipo di quelle poi descritte da Plinio, non più residenza temporanea
di un dominus e fulcro di attività produttive, ma residenza
di piacere al di fuori del contesto urbano.
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A
partire dal V sec. d C, l'accentuarsi dell'abbassamento del suolo in
conseguenza di fenomeni bradisismici provocò lo sprofondamento
della zona bassa della città determinando, tra l'altro, la definitiva
stasi delle attività commerciali di Puteoli, mentre parte della
popolazione cominciava a lasciare le proprie sedi per zone più
sicure. All'impaludamento della zona bassa dovette probabilmente corrispondere
il diffondersi di epidemie malariche, circostanza che, unita alle razzie
barbariche (particolarmente di Alarico e Genserico), indusse i Puteolani
a cercare rifugio sull'acropoli, se non addirittura a Napoli. La decadenza
della città trova conferma nel fatto che essa non sia citata
tra i centri fortificati dell'area campana che un secolo dopo, opposero
resistenza alle truppe bizantine capeggiate da Belisario .
Nel frattempo,
alle memorie legate all'ancor recente passato pagano venivano a sovrapporsi
le strutture, sociali e monumentali, del cristianesimo. Particolare
venerazione fu riservata ai numerosi cristiani martirizzati a Pozzuoli
durante le ultime persecuzioni, come Eutichete, Celso Artema Procolo,
Acuzio e Gennaro. Il grande tempio augusteo fu trasformato in basilica
consacrata a S. Procolo e successivamente divenne noto come maior ecdesia
putheolana. Numerose altre chiese erano intanto sorte all'interno del
castrum, la cui amministrazione era forse nelle mani di un comes residente
in un palatium comitis attestato nelle fonti altomedioevali.
Caduto in rovina il resto della città, che fra l'VIII e il X
sec. conosceva i momenti più critici del suo sprofondamento,
il Rione Terra, stretto nel castello formatosi sulle antiche mura, acquistò
una caratteristica fisionomia di borgo medioevale. Un ponte levatoio
(probabilmente situato nei pressi dell'attuale Porta Napoli) collegava
l'abitato all'unica via che conduceva all'entroterra; questa, raggiunte
le rovine dell'anfiteatro maggiore si biforcava per dirigersi a Napoli
da una parte e alla via Domiziana dall'altra. In questo periodo le esigenze
difensive furono acuite dalle scorrerie dei Saraceni che col tempo,
riuscirono persino a stabilirsi in fortezze presso Cuma e Miseno.
Mentre le abitazioni venivano a sovrapporsi per mancanza di spazio,
l'impianto viario del rione si riduceva alle più essenziali arterie
di collegamento, i cui percorsi tortuosi serbavano solo un pallido ricordo
degli antichi assi romani. E' significativo che nel XII sec. il geografo
arabo Idrisi, nel citare i centri della Campania nel suo Opus Geographicum,
chiami Pozzuoli con il solo nome di cashtili <<castello>>,
mentre riporta con precisione i nomi di altre località come Napoli,
Cuma, Miseno.
La fine del XIII sec. segna l'inizio della ripresa abitativa delle zone
poste oltre la cinta del Rione Terra, favorita da una fase ascendente
del movimento bradisismico. Centro della vita locale restò tuttavia
l'antico borgo, che, anzi, da questo momento fu interessato da una rinnovata
attività edilizia operata dall'aristocrazia locale, che in quella
sede fece erigere palazzi e cappelle nobiliari. Alla fine del XV sec.
gli interessi edilizi della nobiltà e dell'episcopato imposero
il trasferimento della popolazione meno abbiente verso le terre emerse
nella zona del porto, a favore del rinnovamento e ampliamento dei loro
possedimenti La situazione venne a ribaltarsi dall'inizio del XVIII
sec., quando la nobiltà preferì portare le proprie residenze
in spazi più ampi, abbandonando il Rione Terra, il quale acquistò
la fisionomia di quartiere popolare che ha mantenuto, senza sostanziali
modifiche, fino ai nostri giorni. |